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venerdì 07 agosto 2020
 
la lettera
 

Veniva riempito di botte dai compagni: mio figlio sapeva e non parlava

09/12/2017  Una mamma confida la sua amarezza per un episodio di bullismo di cui tutti sapevano, ma nessuno ha fatto nulla. La nostra esperta risponde che le iniziative di sensibilizzazione ci sono, ma «a volte sembrano volare sulla testa di tutti senza che nessuno le ascolti veramente». E propone: «Bisogna scendere più a fondo, andare a caccia di persone e di modelli».

Una mamma mi ha raccontato che alcuni allievi della classe di suo figlio, in terza liceo scientifico, hanno ricevuto note disciplinari perché durante l’intervallo, nei bagni, hanno più volte spinto contro l’angolo un ragazzino di prima e l’hanno riempito di pugni. La vittima ha provato a difendersi senza successo, nella generale indifferenza. Quando ho riferito ogni cosa a mio figlio chiedendo spiegazioni, ha detto di non aver mai preso parte all’assalto, ma di aver sempre visto tutto, «come mezza scuola del resto». Nessuno però ha mai raccontato nulla finché un commesso non ha colto i ragazzi sul fatto. Sono rimasta male e l’ho rimproverato. Oltre che di matematica e latino i professori non potrebbero parlare qualche volta anche di omertà?

LUISA

— Cara Luisa, capisco la tua amarezza e la richiesta di aiuto che fai alla scuola. Dove, a dire il vero, di omertà, di legalità, di educazione alla cittadinanza si è chiamati a parlare fin dal primo ciclo di istruzione. Lo si legge nero su bianco nelle indicazioni nazionali: «Obiettivi irrinunciabili […] sono la costruzione del senso di legalità e lo sviluppo di un’etica della responsabilità». Da quest’anno scolastico, inoltre, le attività svolte nell’ambito dell’insegnamento di cittadinanza e Costituzione saranno oggetto di valutazione nel primo ciclo e dall’anno prossimo entreranno anche nella prova orale della maturità, come detta il decreto legislativo 62/2017, attuativo della legge 107/2015, la cosiddetta Buona Scuola. Il problema, quindi, va oltre le parole, che ci sono e a volte sembrano volare sulla testa di tutti senza che nessuno le ascolti veramente. Bisogna scendere più a fondo, andare a caccia di persone e di modelli. E, in un mondo in cui il virtuale ha il sopravvento, farli vedere con gli occhi e toccare con le mani. Esperienza scolastica forte legata al tema della legalità è stata, per i miei studenti di qualche anno fa, l’incontro con Giovanni Impastato, fratello di Peppino. In questi giorni, per rispondere con i fatti alla tua lettera, mi piacerebbe invece portare in classe un ragazzo di 13 anni: è il compagno di Olmo, affetto da sindrome di Down e costretto da tre bulli, negli spogliatoi di un impianto sportivo alle porte di Firenze, a mangiare una merenda buttata nelle docce. L’amico tredicenne ha visto, è intervenuto, e ha avuto il coraggio di denunciare. «Ci sono ancora ragazzini che non si piegano ai soprusi – ha scritto la mamma di Olmo su Facebook –, che denunciano, chiedono giustizia e mettono a repentaglio la loro tranquillità. Quel ragazzo ha dimostrato un coraggio, una correttezza, una forza che quei tre messi insieme non avranno mai». È il modello vivo di un adolescente che insegna più di mille parole.

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