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giovedì 09 dicembre 2021
 
Vincere la depressione
 

Veronica Pivetti: «Un incendio mi ha distrutto la vita, ma io ho ricominciato»

09/05/2017  L’attrice rievoca episodi della sua giovinezza. E mostra senza pudore, e con tanta ironia, la sua inadeguatezza e come l’ha superata

Tutto comincia quando da piccola praticava danza classica, e si vergognava di essere una spilungona con un 40 di piede. In Mai all’altezza (Mondadori), Veronica Pivetti salta qua e là tra gli episodi della sua vita con una scrittura divertente e sopra le righe, con un filo conduttore: il suo senso di inadeguatezza.

Da dove viene l’esigenza di questo libro confessione?

«Nella vita di tutti ci sono piccoli traumi quotidiani che ci segnano moltissimo. Talvolta sottovalutiamo i dolori dei bambini, li cataloghiamo come sciocchezze. Invece piccolissimi inciampi della nostra vita di ragazzi ci hanno formato, tante paure che noi abbiamo vengono da molto lontano. Io li ho raccontati ridendo, con autoironia».

Ha confidato aspetti anche molto intimi della sua vita: è stata una sorta di liberazione?

«Scrivere per me è stato raccontare a una platea di amici, andando avanti mi sono infervorata, è una chiacchierata che coinvolge più persone possibili. Lo scopo è condividere e far ridere».

Con quali criteri ha scelto proprio quegli episodi?

«Ho narrato due storie parallele: i miei ricordi di ragazzina e la vicenda scioccante e assurda dell’incendio che tre anni fa mi ha distrutto completamente la casa. Ed è stato quell’evento che mi ha fatto guardare indietro».

Rimane ancora molto da raccontare: tutta materia per prossimi libri?

«Ho solo iniziato a raccontare la mia vita, già sto lavorando sulla struttura di un’altra storia. Il primo libro, Ho smesso di piangere. La mia odissea per uscire dalla depressione, l’ho scritto nella totale incoscienza. Con questo sono stata molto più consapevole, e la fase della scrittura me la sono goduta».

Che significa dover ricominciare tutto da capo senza più nulla di quello che si aveva?

«Un incendio ti porta via tutto, tutti i miei oggetti sono diventati una poltiglia bollente. Subito dopo l’incendio non avevo davvero più nulla. Ricordo che dovevo firmare delle carte per fare i documenti, e per esempio mi accorgevo che non avevo più gli occhiali. Nel computer poi c’era metà di questo libro, l’ho dovuto ricominciare. È stato un periodo molto sofferto, continuo ad avere bisogno di cose che non ho più. Ho dovuto ricomprare tutto, ed è stato un grande dolore. Ma in fondo erano solo delle cose, ho salvato me stessa, i miei cani».

Ha attribuito un significato particolare a quell’evento?

«Nulla succede per caso. Devi usare quello che ti capita e dargli un senso. La mia vita si divide tra prima e dopo l’incendio. È arrivato quando avevo 49 anni, metà della mia vita perché io spero di campare 100 anni. A 50 ci sono arrivata fresca di questa esperienza, quel fatto mi ha spronato a ricominciare, come fossi una quindicenne».

Questo senso di inadeguatezza costante di cui parla nel libro si è mitigato con la sua attività di attrice?

«Il lavoro mi ha aiutato a emanciparmi, anche se a livello profondo c’è sempre questa insicurezza. Il mio lavoro mi ha dato una popolarità affettuosa, il pubblico mi vuole bene, è stato un regalo per il mio concetto di autostima».

Nel libro si parla di sua sorella quando eravate bambine: ora che rapporto avete?

«Di mia sorella mi è rimasta l’idea che sia la maggiore, anche se ha meno di due anni più di me e siamo entrambe ultracinquantenni. Tra le due è ancora lei il capo. Lei è molto forte, una persona originale e io la amo moltissimo. In certi casi però i ruoli si invertono. Io sono molto cambiata e siamo diventate due coetanee che si raccontano la vita da persone adulte».

Ha un legame speciale con i cani: quanti ne ha avuti, che cosa rappresentano per lei?

«Ho avuto tanti cani, 7 o 8. Ora ci sono il vecchio Neo e Orzo, un barboncino toy di nove mesi, un casinista molto intelligente, meraviglioso, lo amo alla follia. I cani sono famiglia, sono irrinunciabili, sono quegli esseri senza cui non posso stare, mi danno un’istintiva gioia; confesso che sto diventando sempre più “canina”».

Lei ha studiato per fare la pittrice. Come mai ha abbandonato quell’attività? Non le manca?

«Ho fatto il liceo artistico dalle Orsoline e poi l’Accademia di Brera, e sono stata a bottega da un pittore. Ma a un certo punto non ho più preso un pennello in mano, significa che non avevo una vera vocazione. La pittura mi ha formato, mi ha fatto vedere cose belle, ma non ci sono rimpianti».

Nel suo precedente libro ha affrontato il tema della sua lunga depressione, a cui accenna anche in questo. Come ne è uscita?

«Con le medicine, è una malattia e come tale va curata. Poi ho fatto anche tanta psicoterapia, in tutto sei anni».

Il libro finisce con la battuta, “come sono fortunata!”. Quali sono state e sono le sue fortune?

«È doveroso sapere quando si è fortunati, e io lo sono, ho un lavoro che adoro, ho scritto due libri».

E ora a che cosa sta lavorando?

«Sto girando la settima serie di Provaci ancora prof!. Mi sto godendo questo bellissimo filone iniziato 12 anni fa. Una serie che piace davvero tanto».

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