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Credere

Veronica Polacco. Un padre spirituale ti cambia la vita

02/08/2018  «È una guida fondamentale per un autentico cammino di fede. Certo poi è Cristo che dona vita nuova, ma da soli non ce la si fa», ammette l’ex attrice. «Io, ad esempio, se non avessi incontrato padre Pancrazio...»

«Sono in un periodo di grande discernimento». Veronica Polacco lo ripete spesso, nel corso dell’intervista. Ogni volta, lo sguardo si smarrisce un po’, come a voler afferrare un qualcosa nell’aria al quale aggrapparsi. Sembra quasi un’antica abitudine, che finisce però per svaporare in un sorriso. Ed è in quella espressione finale di serenità, una sorta di atto di fiducia nei confronti del destino, che risiede la forza della storia di Veronica Polacco. L’ex attrice, ora assistente casting e aiuto regista presso la società cinematografica Wildside, è reduce da una grande conversione, sofferta e travagliata, che ha cambiato in meglio la sua vita ma l’ha anche rivoluzionata. Oggi Polacco sembra ancora un po’ sopraffatta da questo rovesciamento esistenziale, ma a prevalere è la fiducia: la fiducia che prima o poi capirà la propria vocazione, che continuerà a camminare, che le risposte arriveranno. Così, quello sguardo inquieto di antica memoria, può permettersi di sciogliersi in un caldo sorriso. Sarà anche per questo se, lo scorso aprile, è stata invitata in Vaticano a commentare l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate. In questa sua nuova vita, così confusa e rinnovata al tempo stesso, Polacco infatti gioisce aspirando nientemeno che alla santità…

Un obiettivo impegnativo, non trova?

«Spesso scambiamo la santità con qualcosa di eccezionale e inarrivabile, tanto che nemmeno ci proviamo a desiderarla: ci diamo per perdenti ancora prima di cominciare. Invece l’aspetto audace di Gaudete et exsultate è che ti chiama in causa: così come sei, nella vita che stai facendo, nel lavoro che svolgi, nella tua famiglia. Per diventare santi non c’è bisogno di uscire da se stessi e diventare altro, e papa Francesco lo spiega molto bene: la santità ha a che fare con l’ordinario. Quindi, sì: voglio diventare santa».

È stato difficile meditare l’esortazione?

«Ero entusiasta e al contempo molto timorosa perché avrei parlato della cosa a me oggi più cara, ossia la fede. Tuttavia sono riuscita a leggere e meditare l’esortazione perché la bellezza di papa Francesco è la sua semplicità. Credo che sia anche per questo se, talvolta, le sue dichiarazioni scandalizzano: lui è semplice, ti dice le cose così come stanno, e la verità scandalizza sempre perché ti svela a te stesso».

Quando ha incominciato ad avvicinarsi alla fede?

«La mia conversione è stato un cammino lungo e faticoso, oserei dire a tappe. La prima è stata a 18 anni: era estate e mi trovavo in Calabria con il mio fidanzato dell’epoca quando, di colpo, mi sentii male: soffrivo di una malformazione congenita al rene che avevo sottovalutato, trascurandola. I medici mi davano per spacciata. Quando l’ospedale è riuscito a mettersi in contatto con mio padre, che era via per lavoro, lui contattò subito un suo amico imprenditore chiedendogli di chiamare, a sua volta, padre Pancrazio. Voleva che pregasse per me. Mio padre non è mai stato un uomo di Chiesa ma, anni prima di questa mia disavventura, si era imbattuto in padre Pancrazio, durante un viaggio di lavoro: quell’uomo, considerato da tutti il figlio spirituale di Padre Pio, lo aveva affascinato molto. Padre Pancrazio si mise in preghiera e io mi ristabilii progressivamente, davanti agli occhi increduli dei medici. Dopodiché incominciò un periodo apparentemente luccicante, ma che in realtà è stato il più buio della mia vita».

In che senso?

«Quando mi sono ripresa, avevo fame di vita: scoppiavo dalla voglia di vivere e, soprattutto, di conoscere quell’amore di cui tutti parlavano. Peccato che non lo trovassi. Ero irrequieta perché nulla riusciva a soddisfarmi fino in fondo, nemmeno la recitazione: non mi appassionava più. Poi, un giorno, incontrai una cara amica di mia madre e, frequentandola, la mia strada tornò a incrociarsi con padre Pancrazio. Andai da lui che ero uno straccio: non sapevo che senso dare alla mia vita, mi sentivo smarrita e senza punti di riferimento. Mi guardò e disse: “Lascia perdere il lavoro di attrice, non fa per te. Fai un lavoro umile”. Seguii il suo consiglio. Per due anni lavorai come cameriera e, parallelamente, frequentavo la fraternità di Betania, la prima a ordine misto dei Francescani».

Quanto è stato importante avere un padre spirituale al suo fianco?

«È stato decisivo: diversamente non ce l’avrei mai fatta, e non solo perché, quando ti stai convertendo, attraversi un momento delicato, di grande fragilità. Da sola non puoi farcela perché tu sei dentro te stessa: sei dentro la tua storia, i tuoi dolori e perfino le tue gioie. Hai bisogno quindi di qualcuno che ti guardi. Non a caso, quando si soffre per una grande ferita, il primo passo verso la guarigione è percepire che il proprio dolore è visto da qualcuno: quando questo accade, il dolore diventa reale, acquistando dignità».

Il confronto non è però sempre facile…

«È vero, ma se c’è una cosa che, in passato, ho patito è stata la mancanza di regole. Oggi si parla tanto di libertà, incoraggiando i ragazzi a “fare quello che si sentono”. Ebbene, io lo facevo e posso assicurare che è l’anticamera del caos. Se infatti hai una persona che ti avvisa che quello che stai per compiere potrebbe essere un errore, sai dove tornare se scopri di sbagliare. Diversamente, c’è solo la disperazione perché se il criterio è “fai quello che ti senti” allora non ci sono più male né bene. E quando sbagli non sai dove andare. Inoltre stiamo disimparando a rimanere là dove ci dà fastidio. La nostra società sta cancellando tutto ciò che potrebbe essere fastidioso: la vecchiaia, la malattia, le rughe, persino la morte. Ma è disumano, tant’è vero che il consumismo regna sovrano nelle relazioni, perfino amicali: appena una persona è più complessa, la si abbandona».

Se dovesse guardare indietro, ai suoi tormenti giovanili, alle delusioni, alla malattia, come giudicherebbe la vita?

«Bellissima. Vivere la vita a pieni polmoni vuol dire andare incontro all’inaspettato, all’imprevisto, anche quando sembra brutto. In una parola, lasciarsi stupire. La vita non è infatti quello che ti capita, ma la lettura che tu dai a ciò che accade. Ecco perché è importante il discernimento: la grande scommessa è capire il significato della vita»

Foto di Carlo Gianferro

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