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domenica 05 luglio 2020
 
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Verso Firenze: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare

09/11/2015  «... la modernità - con i suoi proclami sulla morte di Dio, le sue antropologie pervase da volontà di potenza, le sue conquiste e le sue sfide - ci consegna un mondo provato da un individualismo che produce solitudine e abbandono, nuove povertà e disuguaglianze...»

La copertina del numero di Famiglia Oggi dedicato al Convegno di Firenze.
La copertina del numero di Famiglia Oggi dedicato al Convegno di Firenze.

Il Convegno ecclesiale nazionale che si terrà a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015, sarà il quinto appuntamento, dal 1976. Come negli anni precedenti, anche il tema, In Gesù Cristo, il Nuovo Umanesimo, ha incrociato quello degli Orientamenti pastorali del decennio entro cui il Convegno stesso si colloca (Educare alla vita buona del Vangelo). Dentro la grande sfida dell’educazione, emerge come prioritaria la domanda: «Quale uomo?», questione messa duramente alla prova dalla contemporaneità. Si scriveva, infatti, nell’Invito (11 ottobre 2013) che «la modernità – con i suoi proclami sulla morte di Dio, le sue antropologie pervase da volontà di potenza, le sue conquiste e le sue sfide – ci consegna un mondo provato da un individualismo che produce solitudine e abbandono, nuove povertà e disuguaglianze, uno sfruttamento cieco del creato che mette a repentaglio i suoi equilibri. È tempo di affrontare tale crisi antropologica con la proposta di un umanesimo profondamente radicato nell’orizzonte di una visione cristiana dell’uomo – della sua origine creaturale e della sua destinazione finale – ricavata dal messaggio biblico e dalla tradizione ecclesiale, e perciò capace di dialogare con il mondo».

Il percorso verso Firenze, seguendo il Magistero di papa Francesco, ha evidenziato un metodo nuovo, per la Chiesa, in cui «nuovo umanesimo non significa un modello monolitico. […] L’umanesimo nuovo in Cristo è un umanesimo sfaccettato e ricco di sfumature – “prismatico” […] – dove solo dall’insieme dei volti concreti, di bambini e anziani, di persone serene o sofferenti, di cittadini italiani e d’immigrati venuti da lontano, emerge la bellezza del volto di Gesù. L’accesso all’umano, difatti, si rinviene imparando a inscrivere nel volto di Cristo Gesù tutti i volti, perché egli ne raccoglie in unità i lineamenti come pure le cicatrici». In altri termini,  «nell’umanità traspare Dio e in Dio l’umanità va trasfigurandosi» (“Traccia preparatoria”). Guardare l’umanità tutta, quindi, come Parola di Dio, anche quando pone domande radicali,  anche quando è ferita e pare essere contro Dio. Lo ricordava anche l’Invito del 2013: «Attingendo alla tradizione vivente della fede cristiana intendiamo avviare una riflessione sull’umanesimo, su quel “di più” che rende l’uomo unico tra i viventi; su ciò che significa libertà in un contesto sfidato da mille possibilità; sul senso del limite e sul legame che ci rende quello che siamo. “L’uomo è designato a essere l’ascoltatore della parola che è il mondo. Dev’essere anche colui che risponde. Mediante lui, tutte le cose devono tornare a Dio in forma di risposta” (R. Guardini)».

Proprio nella città di Dante, la Chiesa italiana è chiamata a riconoscere un umanesimo che, a partire dal volto umano, divenga sempre più capace di trasumanar, di rendere più umano l’umano, volgendo lo sguardo verso il volto di Gesù. E questa nuova umanità va cercata in ogni contesto della vita quotidiana, sapendo che non esistono situazioni privilegiate, ma che invece tutti «gli ambienti quotidianamente abitati, come la famiglia, l’educazione, la scuola, il creato, la città, il lavoro, i poveri e gli emarginati, l’universo digitale e la Rete, sono diventati quelle “periferie esistenziali” che s’impongono all’attenzione della Chiesa italiana quale priorità in cui operare il discernimento, per accogliere l’urgenza missionaria di Gesù. Un simile discernimento può realizzarsi lungo 5 vie, suggeriteci da papa Francesco nella Evangelii gaudium: «[…] uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare» (Traccia).

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