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venerdì 23 aprile 2021
 
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Paraguay, il fuori programma del Papa

13/07/2015  Francesco ha visitato la Fraternità San Carlo Borromeo di Asuncion portata avanti da padre Aldo Trento con l'obiettivo di aiutare gli indios attraverso la scuola e il centro culturale.

A sorpresa, durante la sua visita in Paraguay, papa Francesco ha visitato la Fraternità San Carlo Borromeo di padre Aldo Trento. Ecco il reportage da Asuncion  pubblicato su Famiglia Cristiana.

Padre Aldo Trento ha gli occhi e la pelle chiara, la voce afona e l’accento veneto che ci rende familiare il “suo” castigliano. Alle pareti d’ingresso della missione è riprodotta la serie completa degli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Giotto; fuori, in cortile, una baita di montagna con la scritta “Caffè letterario van Gogh” e la pizzeria “O sole mio”. Tutte le strutture della missione (asilo, scuola, clinica, poliambulatorio) sono raccolte in un bizzarro castello medievale. Aiuole e siepi all’italiana, curatissime, incorniciano il quadro di questa orginale parrocchia-missione intitolata a San Rafael, l’arcangelo, “colui che guarisce”.

Se non fosse per il caldo tropicale, le grida dei tucani e quelle 14 ore di volo che ci separano dall’Italia, verrebbe da pensare che siamo capitati, fuoristagione, in un nostro oratorio estivo. Anche i parrocchiani – “paraguagi” discendenti degli antichi indios guaranì imparentati con meticci spagnoli – hanno tratti somatici non poi così diversi dai nostri.

Ci troviamo in un quartiere né ricco né povero di Asunción, capitale del Paraguay, dimenticato Paese del cono sud dell’America latina, stretto tra Argentina, Bolivia e Brasile. Paese verdissimo, attraversato dai rii Paraguay e Paraná, e che attrae i turisti per le bellissime cascate di Iguassu. Paese di un terzo più esteso dell’Italia e poco popolato: sei milioni di abitanti, un milione e mezzo in città, il resto disperso in spazi immensi, dove il chaco (steppa) e la foresta tropicale lasciano qua e là il posto ai grandi allevamenti di bestiame (estancias); e dove piccole fattorie schiacciate dal latifondo si perdono nei campos, mentre le casette unifamiliari si allineano lungo la statale o si raccolgono in ordinati pueblos intorno a qualche antica missione gesuitica o francescana. Dopo 35 anni di dittatura il Paese vive dal 1989 un apparente, democratico progresso da “terzo mondo”, che lascia comunque migliaia di paraguagi in condizioni di miseria.

Dalla favela alla missione

  

In auto, con padre Aldo, perlustriamo le sacche di povertà di Asunción. Un favelados armato ci allontana bruscamente dall’enorme discarica in cui ci siamo avventurati, brulicante di uomini “del riciclo” e naturale zona franca di illecite attività. Percorrendo le strade in terra rossa della grande favela che si stende ai piedi della discarica, si incontrano bambini che tornano da scuola coi colletti inamidati e la divisa blu. Stride il contrasto. Ma li ritroveremo sugli spartitraffico delle vie centrali, nel pomeriggio, a vendere frutta e verdura. Qui e nell’altra favela che degrada verso il fiume Paraguay (che a ogni piena invade le baracche), padre Aldo viene a prendere i suoi ragazzi e gli ammalati terminali (Aids e tumori) di cui si prende cura nella clinica San Riccardo Pampuri, fiore all’occhiello della missione.

Scendiamo dall’auto per salutare un bimbetto, sì e no due anni, che vaga seminudo nella polvere del recinto intorno alla sua baracca. Tra un anno padre Aldo potrà portarlo a San Rafael, dove imparerà a giocare con gli altri bambini; e soprattutto a capire – in una società dove è totalmente assente la figura paterna – che tutti abbiamo un Padre; che per lui avrà il volto di padre Aldo, di padre Paolino (ex carrozziere di Imola, già missionario in Cile, che organizza tra l’altro i lunedì del “Caffè letterario” e la redazione del foglio Observador Semanal); di padre Ettore, alla sua prima esperienza missionaria, che insegna all’Università Cattolica di Asunción ed è bravissimo a far giocare i bambini.

Il cristianesimo è un incontro

Sulla porta della chiesa parrocchiale il “manifesto” della missione: «Lucifero il principe degli onesti, l’angelo più puro, più bello, senza difetti, la personificazione di tutti i valori di moda oggi; però orgoglioso, sino al punto di voler essere come Dio. E l’arcangelo Michele, che significa “Chi è come Dio?”, lo caccia all’inferno ». Parole che richiamano perfettamente nel senso l’inizio dell’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI: «All’inizio del cristianesimo non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la decisione definitiva».

Un orizzonte nuovo, dunque, una decisione definitiva è all’origine di questa missione dove abbiamo imparato di nuovo – ce ne eravamo dimenticati – cos’è il cristianesimo: non progetti ideali, ma la concreta bellezza di una vita nuova sperimentabile subito, anche in mezzo al male. La terra sin mal che gli indios guaranì cercavano nella foresta tropicale – e che proprio qui in Paraguay, tra il 1600 e il 1750, i gesuiti fecero loro incontrare nell’esperienza delle antiche reducciones, spazzate poi via dai Governi portoghese e spagnolo – rivive oggi qui nella parrocchia San Rafael.

Tutto nacque da un’intuizione di don Luigi Giussani, fondatore con don Massimo Camisasca della Fraternità sacerdotale missionaria San Carlo Borromeo, presente in oltre 20 Paesi al mondo e di cui fanno parte Aldo, Paolino ed Ettore. Incontrando 17 anni fa padre Aldo, sacerdote canossiano in profonda crisi, don Giussani gli affidò questo compito: «Va’ in Paraguy e rifai l’esperienza delle antiche reducciones della Compagnia di Gesù».

Rinasce il popolo guaranì

  

Questa parola, compagnia, insieme all’altra, bellezza (incontrata da padre Aldo nell’arte gesuitica locale), è il segreto delle opere sociali sorte come per miracolo qui a San Rafael in pochissimi anni. Se ne stupisce la stessa gente del posto che volentieri aiuta la missione con ogni mezzo, dal volontariato al sostegno economico. Senza la Fraternità San Carlo – in particolare l’amicizia con don Massimo – padre Aldo sarebbe un uomo perennemente angosciato; i primi anni, infatti, lo videro catapultato qui a cercare affannosamente tra le rovine delle reducciones (soffocate dalla foresta tropicale) e la miseria delle favelas cittadine quel filo di bellezza con cui poter riannodare al presente il passato glorioso del popolo guaranì.

Oggi quel popolo è diventato il suo popolo e padre Aldo, pure attraverso studi e pubblicazioni apprezzatissime anche a livello locale, sta riscrivendone la storia artisticoreligiosa. Intanto, nella nuova foresta del degrado urbano, l’asilo e la scuola elementare raccolgono ogni giorno 150-200 bambini; il poliambulatorio, con i suoi 25 medici volontari, ha assistito in quattro anni quasi 1.000 malati; il centro aiuto alla vita e il banco alimentare sostengono ogni mese un centinaio di famiglie. Nella Granja Padre Pio, l’azienda agricola, lavorano la terra e allevano il bestiame ragazzi strappati al carcere minorile.

Un tabernacolo vivente

Nell’ospedale per malati terminali Casa Divina Provvidenza san Riccardo Pampuri, chi ha vissuto in una baracca, nella povertà e nel disordine fisico e morale si riconcilia con la vita, riceve i sacramenti, si sposa; incontrando, almeno prima di morire, un’esperienza di umanità e tenerezza che – non è un paradosso – lo riconcili con la vita. Tre volte al giorno si snoda, cantando tra i corridoi e le stanze, la processione delle volontarie dietro il sacerdote che benedice i malati con il Santissimo: il piccolo ospedale diventa un tabernacolo vivente. Tutte queste opere testimoniano che è bello vivere il cristianesimo, che la bellezza è possibile anche qui in uno tra i Paesi più poveri e dimenticati della terra. È questa bellezza che convince e attrae. Impossibile elencare i nomi e le storie dei tanti volontari incontrati. Riporto solo la testimonianza di tre quindicenni che assistono i malati terminali: «Torno a casa felice» (Ettore); «in famiglia c’è più ordine e armonia» (Andrea); «imparo a trattare il mondo fuori come qui» (Maria Pia). Sono molte le conversioni. Basta poco per iniziare: uno spunto, un pretesto; magari solo sapere che qui a San Rafael c’è la Messa con l’aria condizionata.

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