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sabato 15 giugno 2024
 
la testimonianza
 

«Vi racconto chi è il nuovo vescovo di Firenze, l'angelo dei carcerati africani»

21/04/2024  Simone Lazzerini, oggi docente di elettronica nella città, ha condiviso con lui l'esperienza della missione in Ciad di don Gherardo Gambelli, oggi alla guida della diocesi del Giglio: «Faceva Messa in una chiesa di lamiera e non si risparmiava per i detenuti dei penitenziari che vivevano in condizioni quasi disumane»

Simone Lazzerini.
Simone Lazzerini.

Per sapere chi è veramente don Gherardo Gambelli, il sacerdote da poco annunciato come il nuovo arcivescovo di Firenze per volontà di papa Francesco, bisogna fare un viaggio lungo 11 anni in Africa, più precisamente in Ciad, dove il sacerdote, nato a Viareggio 54 anni fa, aveva  scelto nel 2011 di svolgere la sua missione pastorale in quella periferia di mondo  che si colloca, nell’indice dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano (ISU), alla 190esima posizione su 191 Paesi. Simone Lazzerini, oggi insegnante di elettronica a Firenze, ha vissuto con don Gherardo per diversi mesi nella parrocchia di Santa Josephine Bakhita, nella città di N’Djamena, capitale del Ciad e ci aiuterà a capire perché questo sacerdote, non ancora ordinato vescovo,  sia stato voluto dal Pontefice per guidare la Chiesa fiorentina.

 

Don Gherardo Gambelli missionario in Ciad.
Don Gherardo Gambelli missionario in Ciad.

«Ho conosciuto don Gherardo nel 2016. In quell’anno, sentivo una enorme necessità di vivere un’esperienza diversa nella mia esistenza. Avevo sentito parlare di un sacerdote di Firenze che si trovava in missione in Ciad, ma non lo conoscevo. L’idea mi balenò in testa e un giorno decisi di scrivergli una mail spiegando il mio stato d’animo e nel contempo chiedendo se avrei potuto essergli in qualche modo di aiuto nella missione. Lui mi ha risposto in poche parole cariche di accoglienza: “qui c’è sempre tanto bisogno di aiuto e chi viene da noi lo accogliamo a braccia aperte”. Ho chiesto l’aspettativa dal lavoro e sono partito per il Ciad, per la capitale N’Djamena, verso la Parocchia di S. Josephine Bakhita, in un quartiere periferico molto povero della città. Mi aspettavano don Gherardo e quell’umanità che vive nelle baraccopoli sotto la soglia della povertà e che in Ciad rappreenta circa la metà della popolazione. Dentro le mura che delimitano la parrocchia di Santa Bakhita c’è un’enorme tettoia ricoperta di lamiera dove si svolgono le celebrazioni religiose, un’area predisposta a biblioteca per i ragazzi e delle strutture modeste dove vivono i missionari. N’Djamena ha circa il 45 per cento della popolazione che professa la religione cristiana e oltre il 50 per cento di musulmani, ma in quella parrocchia potevano venire tutti. Tanti ragazzi di religioni varie riempivano gli spazi della biblioteca, chiedendo aiuto per imparare qualcosa, per fare i compiti, per stare insieme agli altri». «Non avevo mai partecipato a una messa con oltre 3 mila persone, che durava circa tre ore perché il rito era fatto di molta musica, danza e tanto Vangelo», continua Simone, «in quel luogo che sembra a noi, in un primo sguardo,  un posto dimenticato da Dio, in realtà si percepiva invece quanta fede e quanta speranza, gioia e presenza del Divino ci fosse».

L’essenziale, invisibile agli occhi, ma percepibile in modo chiaro dal cuore di chi lo cerca tra i poveri della Terra emerge in modo imponente nelle periferie delle periferie del mondo, nei carceri di N’Djamaena, Bechèré e di Mongo, dove don Gherardo aveva deciso di abbracciare gli ultimi tra gli ultimi del mondo, i detenuti, ma sarebbe meglio dire i carcerati.

 «Sono andato insieme a don Gherardo nelle carceri dove lui si recava con frequenza, in Ciad. Le immagini di quei luoghi mi turbano ancora l’anima perché lì, ogni minimo diritto umano essenziale viene meno. Ho visto persone ridotte in condizioni davvero terribili, con degli anelli di ferro legati alle caviglie e bisognosi di tutto. Tra i poveri, quelli erano davvero gli ultimi degli esseri umani, assetati, affamati, ignorati, dimenticati. Era accaduto una volta, quando  i militari non ci avevano permesso  di entrare in carcere a causa di un timbro mancato, a loro dire, e che i detenuti si erano messi a piangere, perché le visite per loro, da parte del sacerdote, significavano spesso la sola possibilità di essere visti e ascoltati da qualcuno che sapevano  voler loro bene e che non gli avrebbe mai dimenticati». Continua il docente: «Don Gherardo ha una enorme formazione teologica, è un dottore negli studi Biblici, ma quando parla  ha la capacità di arrivare al cuore delle persone, in modo molto semplice e chiaro, ma soprattutto sa e vuole ascoltare gli altri. La notizia di averlo come vescovo di Firenze mi ha dato tanta gioia, perché sono sicuro che ci guiderà sulle orme di quella Chiesa che Papa Francesco ci chiede di essere, una Chiesa in uscita che sia capace di interpretare, nel quotidiano, il Vangelo di Cristo vivente. Dopo essere stato nominato dal papa, quando gli scrissi per felicitarmi, mi rispose quel “Prega per me”, che tanto ci ricorda papa Francesco».

 

 

 

 

 
 
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