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venerdì 24 maggio 2024
 
il caso Pedretti
 

«Vi spiego come funziona la rete dell'odio»

21/01/2024  Rosy Russo, membro del gruppo sinodale "La Chiesa che ascolta" e fondatrice di "Parole-O-Stili" spiega la macchina della gogna mediatica. «I principali obiettivi sono le donne». Ma a cercare di reprimere il fenomeno ci sono anche i "missionari digitali"

Rosy Russo.
Rosy Russo.

«Non ci si rende conto che i social media non sono uno strumento da utilizzare, dove insultare, commentare “alla qualunque” e andare via, ma una cultura da abitare. Senza questa consapevolezza non ci si accorge che tutto quello che si fa là dentro è vita vera e che le parole possono fare male, molto male. Le parole hanno delle conseguenze, e lo dicepure la senatrice Liliana Segre».

È venuto il momento di una seria riflessione sulla direzione che i social media sta prendendo alla luce dell’ultimo fatto di cronaca che ha visto la ristoratrice del Lodigiano Giovanna Pedretti, accusata di aver falsificato una recensione omofoba e contro i disabili. Giovanna si è tolta la vita, travolta da una gogna mediatica feroce. La procura sta indagando per istigazione al suicidio. Tutto è scaturito dai dubbi sulla veridicità della recensione – da dimostrare - sollevati dal blogger chef Lorenzo Biagiarelli e dalla compagna Selvaggia Lucarelli, sulla quale, dopo la morte della Pedretti, si sono riversate a loro volta una marea di parole feroci e minacce (“hai istigato una povera donna al suicidio”, si legge nei commenti).

C’è un limite alla ferocia e alle “condanne” di massa senza appello? Come arginare i leoni da tastiera, i cosiddetti haters? Rosy Russo, membro del gruppo sinodale La Chiesa che ascolta parte da Parole­ O_Stili, la prima community online contro la violenza nelle parole, da lei fondata, un lavoro etico che inizia dalla Rete ma al tempo stesso ne va oltre grazie al suo Manifesto, sottoscritto fra gli altri anche da comuni, scuole e aziende, che è diventato un manifesto di relazioni tra le persone. «Erano gli anni in cui cominciavano i primi episodi di hate speech e fake news. Credo che in questo momento manchi la consapevolezza che vivere il digitale non è una questione naturale, ma di cultura e pertanto richiede educazione da parte delle persone».

Come si combatte l’odio in Rete?

«Non certo con l’odio. Dobbiamo essere capaci di disinnescare per non arrivare a epiloghi peggiori. Questa settimana ci siamo accorti, dalle menzioni sui nostri account, quante persone hanno ripreso in mano il Manifesto e i suoi punti fondamentali. Le parole vanno scelte con cura ma dobbiamo anche essere capaci di fare silenzio, di non rispondere.

Condividere una responsabilità è uno dei principi cardine della nostra community e ci permette di affrontare le fake news e la disinformazione. La Rete fa fatica a perdonare, si innesca un meccanismo di gogna mediatica per cui si ha bisogno di unirsi come gruppo e trovare un capro espiatorio. Tutti si sentono autorizzati a dire tutto».

Quali sono i limiti del dialogo sui social?

«Mi piace pensare al digitale come una stanza della nostra vita, che tutti abbiamo perché tutti noi abitiamo la Rete in qualche forma, di cui prendersi cura. Ma la cura in questo momento non c’è. Il limite dovrebbe essere il rispetto della persona. Dobbiamo capire che la Rete è un luogo di persone, non di account. Pertanto la sanzione ai comportamenti sbagliati è giusta ma non è la soluzione».

Selvaggia Lucarelli e il compagno Lorenzo Biagiarelli.
Selvaggia Lucarelli e il compagno Lorenzo Biagiarelli.

Qual è la differenza tra odio e odio online?

«Mentre nel primo caso l’abitazione è un posto sicuro, l’odio resta fuori, nel secondo, quell’odio arriva ovunque noi siamo, anche nella camera da letto. Se una persona è “abituata” e strutturata (pensiamo a Selvaggia Lucarelli) si può riuscire a sopportare e contrastare le offese. Ma ci sono vittime cui possono bastare pochi messaggi per andare in tilt perché oggi le persone sono molto più fragili. Lo shitstorm – la bufera social che prende potenza man mano che altri utenti si uniscono - può contribuire alla perdita completa di autostima, fino ad arrivare a gesti estremi».

Come se ne esce?

«Fermiamoci ad ascoltare quando non conosciamo le motivazioni, le fragilità delle persone. Noi dobbiamo fare i conti con un momento storico in cui la fragilità è molto alta. Se fossimo capaci di considerare il silenzio come cose che io scelgo di non dire, per scegliere con cura le parole da dire in un secondo momento, quando non sarò arrabbiata, saremmo capaci di trovare una sintonia, di non arrivare allo scontro».

A quali conseguenze può arrivare lo scontro?

«Massacrata dai messaggi online, Carolina Picchio, che si è tolta la vita e dalla cui insegnante è “partita” la legge sul cyberbullismo, diceva che la Rete può fare male più delle botte. Nell’online tutto è veloce e si ingigantisce nel giro di poche ore».

Cosa fa scattare l’odio, chi ne è vittima e come si manifesta?

«Scaturisce da frustrazione, invidia, gelosia, competizione, differenze sociali, che in Rete sono amplificati. C’è chi ostenta troppo e alimenta nelle persone stati emotivi di violenza».

Chi sono i bersagli principali dell’odio in Rete?

«Fra le categorie bersagliate dagli haters, diversi studi attestano al primo posto (oltre il 40 per cento), per il settimo anno consecutivo, le donne, a seguire persone con disabilità, omosessuali, emigranti, ebrei, islamici. C’è una piramide dell’odio».

Come funziona questa “piramide”?

«Si può partire dagli stereotipi, da rappresentazioni false di situazioni e poi si verifica una escalation, quindi si passa all’insulto, a un linguaggio ostile che diventa quasi normale. Pensiamo, per esempio, alle micro aggressioni, che sono entrate quasi nel gergo dei dialoghi tra le persone, come ad esempio una battuta che cela una presa in giro. Bisogna aiutare anche i più piccoli a capire quel linguaggio».

E come?

«Noi battiamo molto sull’uso delle parole, che danno forma al pensiero. Le parole, e lo dice anche la Segre, sono delle pietre e possono diventare dei muri o dei ponti. Fra i dieci principi del nostro Manifesto c’è quello relativo alle conseguenze delle parole, da cui “partono” il cyberbullismo e il body shaming, che non si fermano ma generano dei sentimenti. E poi ricordiamoci che gli insulti non sono argomenti. L’argomento, su cui possiamo essere o non essere d’accordo, va tenuto distinto dalla persona».

Anche i social media vedono la partecipazione sempre più attiva della Chiesa definita “sul Web creativa, sfidante e senza paura” da monsignor Lucio Ruiz, segretario del Dicastero per la comunicazione, che sottolinea l’impegno a trasmettere l’amore e quindi, di riflesso, a contrastare l’odio in Rete.

«Faccio parte del gruppo sinodale La Chiesa ti ascolta, l’équipe di persone che costituiscono il continente digitale del Cammino sinodale, accompagnata dal Dicastero per la comunicazione della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana».

Di che si tratta?

«Di un’esperienza che ha coinvolto persone in tutto il mondo e ha ottenuto il riconoscimento e l’accreditamento da parte della segreteria del Sinodo. Nato lo scorso anno da un’intuizione di monsignor Lucio Ruiz, ha chiamato in causa diversi “influencer” (ma pesiamo bene questa parola), a livello internazionale perché l’evangelizzazione deve passare anche attraverso la Rete. Nella relazione di sintesi dell’ultimo Sinodo c’è un capitolo interamente dedicato ai “missionari digitali”, e questa è la grande novità. Amano la Rete e hanno deciso di testimoniare anche lì la loro fede. La Rete ha cambiato i “giochi” di relazione tra le persone. Lo ha detto papa Francesco che tra le tante cose che stanno segnando il cambiamento d’epoca, tra cui la pandemia e il clima, c’è sicuramente il digitale. C’’è bisogno di essere Chiesa in uscita e di andare alle periferie esistenziali. E la Rete rappresenta anche la Chiesa in uscita».

 

 

 
 
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