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Kcho, il viaggio dei migranti come moderna Via Crucis

15/04/2014  L'artista cubano intravvede nel cammino tormentato e nei dolori di chi lascia la propria terra alla ricerca di un destino migliore, a rischio dell'esistenza, un novello calvario. La sua opera è in mostra al Palazzo della Cancelleria a Roma fino al 4 giugno. A Milano in mostra il Bellini.

Remi incrociati a formare una croce. Una spiaggia popolata da barche conficcate nella sabbia. Naufraghi. Una croce che, anche quando non appare, alberga nel cuore dei migranti, gli uomini e le donne che, oggi, vivono il loro calvario, la loro via crucis. L'artista cubano Alexis Leya Machado, meglio noto come Kcho, istituisce un naturale parallelo fra l'odissea dei migranti e il calvario di Cristo. Fu la realtà della sua isola a suggerirglielo, anzitutto; poi, spontaneo nacque il collegamento con le drammatiche storie di chi dall'Africa del Nord approda a Lampedusa.

Sono i migranti a vivere la via crucis. Nel loro tormento, nelle umiliazioni, nel dolore del corpo e del cuore rivive la Passione di Gesù: la croce è il destino che li accomuna.

Venticinque opere dell'artista cubano sono in mostra dal 4 maggio fino al 4 giugno al Palazzo della Cancelleria di Roma. Alcuni di questi lavori sono stati concepiti appositamente per l'occasione ed evocano, con intensità, l'idea della croce, della via crucis come dramma dei nostri giorni.

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