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mercoledì 10 agosto 2022
 
La grande bellezza
 

Ma questo è un Oscar alla nostra "bruttezza"

03/03/2014  "La grande bellezza", il film di Paolo Sorrentino che ha vinto l'Oscar, è il ritratto impietoso di una città-simbolo decadente, indifferente e disperata. Una sorta di auto-denuncia, di esame di coscienza, senza alcuna redenzione.

Riconosciuto il giusto tributo a La grande bellezza, il film di Paolo Sorrentino che ha vinto l'Oscar come miglior film straniero, sarebbe il caso di avviare finalmente una riflessione sul significato dell'opera, di interrogarci su ciò che essa rappresenta, sulle questioni di fondo che chiama in causa. Acquisita la certificazione del valore artistico del film, in altre parole, varrebbe la pena domandarci che cosa racconta.

Attorno alla figura di Jep Gambardella, scrittore con all'attivo un promettente romanzo, rimasto però l'unico, nonostante abbia ormai 65 anni, Sorrentino dipinde il ritratto di una comunità di persone dedite al nulla, votate alla vacuità, indifferenti a tutto, alla fine profondamente disperate. L'unica preoccupazione è partecipare a feste kitsch sui terrazzi delle ville, ostentare ricchezza, restare nel giro giusto, fare in modo che il proprio nome non venga dimenticato nella società che conta. Questa fiera della vacuità si dispiega sullo sfondo di una città che continua ad ammaliare con la sua bellezza, fra le vestigia di una grandezza che, svuotata della sostanza, è solo un magnifico e fragilissimo involucro vuoto. Il film fotografa quello che siamo diventati, fa sfilare i vizi che ci hanno corrotto, spiega perché siamo un Paese in crisi e afflitto da tanti mali.

Inutile dire che Roma, la capitale, è qui la superba metafora di un Paese intero, di una cultura diffusa e generalizzata. Non è affatto forzato, dunque, sostenere che La grande bellezza mette in scena una sorta di "viaggio alla fine delle notte" - la citazione di Céline è illuminante -, la discesa  verso l'apatia morale e il vuoto di valori e di ideali di un popolo intero.

Con un gioco di parole si potrebbe dire che l'Italia ha vinto l'Oscar rappresentando "la grande bruttezza" a cui si è colpevolmente consegnata, a cui tutti, in qualche modo, diamo il nostro contributo.

L'Italia, insomma, è tornata a vincere l'Oscar per il miglior film straniero con un film di autodenuncia della sua decadenza, della fatiscenza etica in cui è precipitata. Se la gioia per la vittoria è legittima, stupiscono il silenzio attorno a una tale evidenza e l'assenza di dibattito rispetto al cuore più profondo dell'opera. Probabilmente Sorrentino è un regista troppo "laico" per attribuirle una morale o una lezione a beneficio dei connazionali, ma misconoscere la valenza di - passateci l'espressione - critica sociale di questo racconto equivale, a nostro giudizio, a non comprenderne il senso.

Con il rischio di confondersi con Jep Gambardella e gli altri protagonisti di La grande bellezza, storditi da feste inutili e ubriacanti e incapaci di diventare consapevoli dell'abisso in cui sono caduti.

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La Grande Bellezza vince l'Oscar: il video della proclamazione
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