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sabato 11 luglio 2020
 
 

Videogiochi per i bambini del Rwanda

31/01/2011  Un team di ricercatori ha realizzato in una scuola del Paese africano un progetto di media education, ovvero di educazione attraverso i nuovi mezzi di comunicazione.

Alberto Parola con uno degli studenti della scuola di Kigali, in Rwanda, dove ha svolto un progetto di media education.
Alberto Parola con uno degli studenti della scuola di Kigali, in Rwanda, dove ha svolto un progetto di media education.

    Tv cattiva maestra? Forse sì. O almeno spesso lo diventa. Tuttavia la televisione - e con essa tutti i moderni mezzi di comunicazione, dal cinema al fumetto alla Rete - può diventare anche una straordinaria risorsa educativa, un mezzo da usare nell'istruzione scolastica e nei processi di apprendimento. La Tv, insomma, può diventare una buona maestra, se maneggiata con cura, senso di responsabilità e professionalità. Nasce così la media education: attività educativa e didattica che usa i mezzi di comunicazione per trasmettere conoscenze e contenuti ai ragazzi. Ma allo stesso tempo anche educazione al linguaggio dei mezzi di comunicazione, guida alla comprensione critica e consapevole dei messaggi culturali che passano attraverso il piccolo schermo o Internet.      

    Alcuni anni fa è nata l'Associazione italiana per l'educazione ai media e alla comunicazione (Med), un organismo non-profit formato da docenti di varie università - dalla Sapienza di Roma all'Università Pontificia Salesiana fino alla Cattolica di Milano e quella di Torino -, ricercatori, insegnanti, genitori, catechisti, tutti impegnati in diversi modi nella sfida educativa dei bambini e degli adolescenti (la presidente è la professoressa Gianna Cappello dell'Università di Palermo). Le proposte del Med spaziano dai corsi di formazione rivolti a studenti, insegnanti ed educatori, fino ai laboratori per le comunità ecclesiali, per imparare a comunicare la fede e fare catechesi attraverso nuove forme mediali come il video, la fotografia, il fumetto o i blog.

     Non solo in Italia. Recentemente la media education è sbarcata in Africa, in Rwanda, grazie al progetto Fenix, promosso in particolare dalla professoressa Cristina Coggi, docente di Pedagogia sperimentale all'Università di Torino, e da padre Clodoveo Piazza, gesuita, per oltre 30 anni missionario in Brasile e dal 2008 responsabile dei programmi di lotta alla povertà della Compagnia di Gesù in Mozambico. Fenix si propone di affrontare i problemi di apprendimento dei bambini nella scuola dell'infanzia e in quella primaria in Paesi e contesti di povertà, guerra ed emarginazione sociale.

    «Con un'équipe dall'Italia abbiamo trascorso tre settimane, a ottobre del 2010, in una scuola elementare di gesuiti nella capitale Kigali». A raccontare è Alberto Parola, ricercatore del Dipartimento di Scienze dell'educazione e della formazione dell'Ateneo di Torino e vicepresidente dell'Associazione Med. «Lì abbiamo lavorato con un gruppo di 44 bambini in condizioni di difficoltà caratteriali, emotive e cognitive: la scuola ci ha fornito i computer e noi, per sviluppare le loro capacità di apprendimento scolastiche e il loro rendimento, abbiamo usato una serie di videogiochi digitali». E osserva: «I bambini fin da piccoli parlano contemporaneamente tre lingue, la lingua madre, rwandese, con cui si esprimono in casa, il francese parlato a scuola e l'inglese che usano tra di loro. Se da un lato il trilinguismo permetterà loro, da grandi, di aprirsi al mondo e di viaggiare, da piccoli rappresenta un freno all'apprendimento: i bambini si esprimono bene in tutte e tre le lingue, ma le scrivono tutte e tre molto male». 

    Può sembrare un paradosso, eppure il Rwanda, Paese in ricostruzione dopo il tragico conflitto etnico che l'ha martoriato, oggi è molto aperto e avanzato in fatto di accesso alle nuove tecnologie:«A Kigali», spiega Parola, «si sta lavorando sodo per la diffusione capillare del wi-fi, ovvero la connessione a Internet senza fili, e i ragazzini vengono molto incoraggiati all'uso del computer e della Rete». Il progetto Fenix intanto va avanti. «Abbiamo già in programma di tornare presto tra i bambini del Rwanda».
  


 

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