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martedì 22 giugno 2021
 
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I 90 anni di Virgilio Melchiorre, il filosofo che ha "rivoluzionato" la metafisica

18/01/2021  Il ritratto del professore emerito di Filosofia morale all’Università Cattolica del suo allievo, Massimo Marassi: «Ha concepito la metafisica non come ambito riservato all’analisi filosofica ma come un abito che giunge a illuminare le domande che riguardano il senso dell’esistenza»

Il professore Massimo Marassi
Il professore Massimo Marassi

«Virgilio Melchiorre non è solo un professore ma un maestro e un filosofo di prima grandezza anche se il suo carattere schivo e riservato, senza clamori, possono far pensare a una proposta filosofica di secondo piano. E invece no, ha presentato una riflessione di prim’ordine dal punto di vista teoretico ed esistenziale». A parlare così di Virgilio Melchiorre, professore emerito di Filosofia morale all’Università Cattolica, che il 18 gennaio compie 90 anni, è Massimo Marassi, suo allievo, ora docente di Filosofia teoretica nonché direttore del Dipartimento di Filosofia dell’Ateneo fondato da padre Agostino Gemelli.

Originario di Chieti e allievo di Gustavo Bontadini, Melchiorre ha saputo mettere in dialogo, in modo originale, la tradizione della metafisica classica con le grandi correnti della filosofia moderna e contemporanea, e in particolare la fenomenologia, l’esistenzialismo, il personalismo. I suoi studi sulla dimensione corporea, sull’immaginazione simbolica, sull’utopia e sull’eros hanno aperto piste e prospettive sconosciute a una tradizione metafisica da tempo un po’ ripiegata in sé stessa.

In cosa siamo debitori al professor Melchiorre?

«Sicuramente nell’aver ripreso la riflessione metafisica, che fa parte della tradizione della Cattolica, coniugandola con l’analisi fenomenologica e con i temi legati all’esistenza e alle forme concrete in cui si esprime la vita. La metafisica non come ambito riservato all’analisi filosofica ma come un abito che giunge a illuminare le domande che riguardano il senso dell’esistenza».

In cosa si “differenzia” dal suo maestro Bontadini?

«Prima di lui Olgiati, Bontadini e altri avevano proposto una metafisica rinnovata e vivificata da quella neoscolastica e neoclassica. All’interno di questo solco, Melchiorre ha dato un contributo decisivo portando la riflessione sul versante dell’estetica, del sapere storico, dell’immaginazione, del simbolo, della corporeità, insomma, dell’esistenza nelle sue forme più concrete. Ha reimpostato la metafisica, e questo è un merito che gli va sicuramente riconosciuto».

Il suo rapporto con la teologia e il testo biblico?

«In Melchiorre c’è una ripresa del testo sacro che viene coniugato con la riflessione filosofica in modo esplicito. La domanda sull’essere e il suo rapporto con il divino devono garantire uno spazio per la trasmissione della Divina Rivelazione che non è subordinata alla riflessione metafisica ma è un cespite del pensiero. Il logos biblico non è estraneo al modo di procedere della filosofia, anzi si possono recuperare molti temi della Bibbia collegandoli alla speculazione filosofica».

L’immaginazione simbolica è uno dei capisaldi del pensiero di Melchiorre. Che significa?

«È la possibilità con la quale è dato all’uomo di avvicinarsi a ciò che non si vede e di cui la ragione non riesce a dare conto. La trascendenza che è affermata dal punto di vista metafisico è la stessa con cui il Dio cristiano si rivela nella storia, questo è un aspetto sul rapporto teologia e filosofia che il professore Melchiorre ha ripercorso per tutta la sua vita. Già a 20 anni si riferiva a Kierkegaard come maestro e guida di pensiero sia nella riflessione sia come testimonianza di vita, perché ha sempre coniugato il modo di essere della vita cristiana con la riflessione filosofica. Anche questo è un contributo importante e fondamentale».

Melchiorre è stato, tra gli altri, amico del cardinale Carlo Maria Martini, del poeta David Maria Turoldo e del rettore Giuseppe Lazzati. Cosa dicono queste amicizie?

«Innanzitutto, privilegiando queste amicizie vuol dire che il professore era legato a una certa forma di Cristianesimo impegnato, che aveva a che fare con le trasformazioni sociali e che in quegli anni erano importanti da gestire senza andare al seguito della politica ma innervandole con una riflessione che avesse un’anima profondamente cristiana. Maestri d’esistenza, e modelli di riferimento per un certo cristianesimo. Bisognerebbe chiedersi perché questi amici e non altri».

Che risposta si può dare?

«Perché queste amicizie facevano parte, in qualche modo, della sua impostazione filosofica che non si attestava su una determinata tradizione ma considerava la tradizione come punto di partenza che, se vivificato, poteva dare un contributo innovativo al pensiero filosofico e all’impegno sociale. Un altro aspetto è che queste persone erano amici di pensiero e di vita. Ricordo un testo di poesie che Turoldo aveva donato a Melchiorre scrivendo, alla fine della dedica, questa frase: “e, per di più, amico mio”. Un’espressione che indica come il modo di condividere certi pensieri si traduca, talvolta, in un preciso stile di vita».

Qual è la sua concezione di trascendenza?

«Si parte sempre da Kierkegaard, contraltare di Hegel e paladino di una vita cristiana che diventa modello per la speculazione filosofica. Melchiorre ha declinato quella metafisica che secondo lui non poteva semplicemente essere un’affermazione astratta della trascendenza, perché questa va guadagnata, o si può esserne investiti nella vita concreta solo se si fa una ricognizione attenta della propria esistenza: a livello conoscitivo, considerando la dimensione dell’errore, a livello morale, facendo esperienza del problema del male. Bontadini fece una riflessione dal punto di vista logico sulla contraddizione che emerge dall’esperienza del divenire, mentre Melchiorre va oltre. Anche l’etica per lui si fonda sulla metafisica perché la trascendenza dell’essere trova espressione nella persona, che sta sempre all’interno di relazioni, nella dimensione simbolica, nella parola, nella prospettiva legata alla storia e alla corporeità. Tutti questi aspetti fanno sì che Melchiorre sia stato non solo un professore ma un maestro e un filosofo di prima grandezza».

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