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giovedì santo
 

Vita da prete: non un mestiere, ma una passione (con sempre meno soldi)

01/04/2021  La riflessione-testimonianza del teologo don Pino Lorizio (Università Lateranense) in una giornata particolare per i sacerdoti:«L’unico privilegio che la Chiesa e noi presbiteri innanzitutto dobbiamo rivendicare è quello della libertà di evangelizzare, di celebrare e di vivere la carità; coltiviamo il sogno, che fu già di Antonio Rosmini, di una “Chiesa libera e povera”»

Don Pino Lorizio, 68 anni. In alto e in copertina: papa Francesco, oggi 84, incontra i seminaristi di Puglia il 10 dicembre 2016. Foro Ansa.
Don Pino Lorizio, 68 anni. In alto e in copertina: papa Francesco, oggi 84, incontra i seminaristi di Puglia il 10 dicembre 2016. Foro Ansa.

Essere preti non “conviene” e proprio per questo lo siamo sempre più convintamente. Qualcuno si è indignato perché il recente motu proprio di papa Francesco sui tagli alla retribuzione dei dipendenti ecclesiastici della Santa Sede colpisca di fatto solo gli appartenenti al clero: dai cardinali in giù, in maniera decrescente, in modo che chi riceve di più dovrà dare di più. Intanto in questi giorni si è attivata una polemica sulle restrizioni che l’INPS intenderebbe applicare alle pensioni del cosiddetto fondo clero. Anche a questo proposito non mancano le levate di scudi. Personalmente, mentre le mie finanze sono colpite almeno da uno di questi provvedimenti, il mio cuore e la mia mente mi confermano nella scelta presbiterale, anzi direi che me la rendono più radicale ed autentica.

A parte le intenzioni del Vaticano e dell’Inps, mi sembra infatti che queste congiunture ci possano aiutare a purificare la nostra vocazione e a dare senso alla nostra missione. L’8x1000, la cui principale uscita consiste nel sostentamento del clero, ha un senso nella misura in cui ci suggerisce e, in senso teologico, ci impone, di non legare il compenso al sacramento e alla sua celebrazione (e vale anche per i sacramentali). Già don Lorenzo Milani ne era ben consapevole. Poiché siamo sostentati a prescindere, possiamo far vivere alle nostre comunità l’esperienza della gratuità della salvezza, che ci raggiunge nei segni sacramentali. Diversamente saremmo dei distributori più o meno automatici di servizi a pagamento, magari col bancomat o la carta di credito. C’è chi ha analizzato e denunciato con vigore la tendenza a ritenere i preti “funzionari di Dio (psicogramma di un ideale)”, incorrendo in censura e abbandonando lo stato clericale.

Andando oltre, le attuali restrizioni potranno impedire clamorosi fraintendimenti della scelta presbiterale, che non di rado è stata abbracciata per motivi di avanzamento socio-economico, piuttosto che sostenuta da autentica vocazione. Altra e forse più profonda lettura di tali situazioni concerne la ricerca di certezze e stabilità psicofisiche, garantite dalla sicurezza di un apparato infrangibile. Oggi siamo richiamati, dai fatti e non dalle prediche di qualche padre spirituale all’antica, alla sobrietà di vita e di stile. E nell’attuale congiuntura la promessa di Gesù Cristo ha qualcosa da dirci. In questa tragedia globale diversi di noi hanno dato la vita e tante famiglie e aziende sono nel bisogno, molto più di quanto non possiamo esserlo noi sopravvissuti e che comunque avremo di che sopravvivere anche dignitosamente: riceviamo cento volte tanto e la vita eterna in cambio del dono della nostra esistenza per quel che vale (cf Mt 19,29).

Certo un conto è se questo restringimento di cinghia me lo chiede il mio vescovo e pastore della chiesa universale, altro se viene deciso a tavolino da funzionari dell’amministrazione pubblica. In ogni caso si tratta di un Giovedì e Venerdì santo da vivere in maniera più profonda e autentica, mentre, ricordando l’ultima cena, che per noi è la prima (P. Ricca), e ponendoci di fronte alla croce, cerchiamo con tutti i nostri limiti e peccati di metterci alla sequela di Gesù di Nazareth.

Si tratta di chinarci, per curarla, sulla quinta piaga della Santa Chiesa, che il beato Antonio Rosmini indicava nella “servitù dei beni ecclesiastici”. Il testo ci aiuta a leggere e interpretare nella fede queste tristi vicende e al tempo stesso a non lasciarci prendere dal rancore e da uno spirito di rivendicazione che non può appartenerci, perché ciò che abbiamo gratuitamente ricevuto dobbiamo gratuitamente dare, secondo il detto evangelico (cf Mt 10,8).

Per il beato Roveretano, il feudalesimo è la causa di tutti i mali, passati e presenti, speriamo non anche futuri della Chiesa. Si tratta di un sistema di “privilegi”, che siamo chiamati a sconfiggere con tutte le nostre forze, personali e comunitarie. L’unico privilegio che la Chiesa e noi presbiteri innanzitutto dobbiamo rivendicare è quello della libertà di evangelizzare, di celebrare e di vivere la carità. Il sogno di una “Chiesa libera e povera” passa attraverso vicende storiche, nelle quali, se autonomamente non siamo capaci di essere fedeli al Vangelo, allora ci impongono stili di vita ad esso più confacenti. È quanto si è verificato per il “potere temporale” del Romano Pontefice: non avendovi rinunciato sua sponte, le vicende storiche gli hanno imposto una rinuncia certo dolorosa, ma proprio per questo feconda per la comunità ecclesiale e per il mondo.

L’esperienza personale e la situazione delle comunità in cui ho prestato e  presto servizio dicono che meno il prete chiede più riceve e certamente i fedeli, ben consapevoli delle necessità strutturali del loro contesto ecclesiale e personali dei presbiteri alla cui cura sono affidati, non faranno certo mancare loro un adeguato e congruo sostentamento, ben consapevoli del prezioso ed imprescindibile ruolo che svolgono al servizio delle comunità e che consiste nell’annuncio della parola di Dio e nella celebrazione dell’eucaristia e del perdono, cose che nessun altro, tranne il prete può fare.

 

 

 
 
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