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giovedì 01 ottobre 2020
 
 

Vita da prete

15/11/2014  Alcune voci dall'assemblea dei vescovi ad Assisi spiegano qual è l'identikit del prete di oggi: uomo completo, coraggioso, capace di ascolto, in relazione costante con Dio e con il popolo. E, soprattutto, che non agisce in solitudine.

monsignor Antonio Lanfranchi
monsignor Antonio Lanfranchi

«Il sacerdote non è un solista del bene», L’assemblea straordinaria della Cei, dedicata alla vita e alla formazione dei presbiteri  traccia un identikit chiaro di come è e dovrebbe essere il  sacerdote oggi. «Un prete in relazione. In relazione con Dio, con il vescovo e il presbiterio e con la gente. Soprattutto un prete gioioso», spiega monsignor Antonio Lanfranchi, arcivescovo-abate di Modena-Nonantola. «Un sacerdote che coltiva profondamente il rapporto con Dio a cui ancorare tutto, la relazione con il vescovo e il presbiterio e la relazione con la gente, che sappia camminare con… in modo da cogliere la ricchezza della testimonianza della gente  e sappia offrire la sua specificità. Lo stare con la gente in termini buoni credo che lo aiuti a essere prete contento di essere prete oggi. Non estraniato dal proprio tempo, ma consapevole che questo è il tempo che il Signore ha voluto per noi».

il cardinale Angelo Bagnasco
il cardinale Angelo Bagnasco

I vescovi italiani, da Assisi, hanno inviato una lettera a tutti i sacerdoti italiani per ringraziarli per la loro presenza e il loro ministero. Una lettera rivolta a tutti: «Per dirvi grazie e per condividere parole di augurio e propositi di impegno. Ci rivolgiamo a tutti: preti diocesani e religiosi, preti di ogni età, preti italiani e originari di altri paesi presenti nelle nostre Chiese. Un saluto particolarmente affettuoso e un segno di speciale attenzione vogliamo che giunga ai preti che sono malati e anziani e ai preti che attraversano momenti di particolare tribolazione». L’assemblea della Cei ha voluto così dare un segno di riconoscenza e ammirazione per i suoi preti sui quali ricadono molte delle sfide che «in questo tempo la missione della Chiesa e la vita delle comunità cristiane devono affrontare».
Il quadro di riferimento, aveva spiegato nella prolusione il cardinale Angelo Bagnasco, è quello indicato da papa Francesco nel suo discorso a Rio De Janeiro:  «È importante promuovere e curare una formazione qualificata che crei persone capaci di scendere nella notte senza essere invase dal buio e perdersi; di ascoltare l’illusione di tanti, senza lasciarsi sedurre; di accogliere le delusioni, senza disperarsi e precipitare nell’amarezza; di toccare la disintegrazione altrui, senza lasciarsi sciogliere e scomporsi nella propria identità. Serve una solidità umana, culturale, affettiva, spirituale, dottrinale” per essere capaci di predicare il Vangelo anche quando è controcorrente rispetto al pensare comune».

monsignor Domenico Mogavero
monsignor Domenico Mogavero

«Proprio perché sappiamo quali sono le difficoltà del presente», commenta a tal proposito monsignor Domenico Mogavero,  vescovo di Mazara del Vallo, «sappiamo anche che il prete di oggi deve essere una persona che abbia un bel radicamento nel territorio e un marcato profilo culturale non in senso accademico, ma come capacità di interpretare i segni dei tempi e cogliere le domande della gente. Questa bipolarità tra territorio e persona è venuta fuori in modo molto forte nei nostri lavori. E dunque anche il tema della formazione permanente è indirizzata nel senso di una maggiore conoscenza del territorio e delle persone. Si è prete in uscita di una Chiesa che conosce il posto dove sta e le persone alle quali è mandato in modo da poter essere adeguato alle attese».

monsignor Lorenzo Ghizzoni
monsignor Lorenzo Ghizzoni

E proprio perché «non è un solista del bene», si va diffondendo l’idea, aggiunge monsignor  Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, incaricato di una delle relazioni in aula, «soprattutto tra i preti delle due ultime generazioni l’idea che il ministero sacerdotale debba essere condiviso, e non più esercitato da soli. Noi in Italia veniamo da una tradizione di senso esattamente opposto: con il parroco, da solo, al centro della sua parrocchia. Molte parrocchie hanno già introdotto la regola dei nove anni di permanenza in una parrocchia, per i parroci, e stanno sorgendo esempi di comunità presbiterali e forme di collaborazione molto intensa, come per esempio condividere il pasto, trovarsi insieme una volta al giorno per la preghiera, passare il lunedì mattina, o un altro giorno concordato, insieme. Si va verso una maggiore condivisione e sostegno reciproco tra i sacerdoti, anche attraverso la progettazione comune della pastorale».

monsignor Simone Giusti
monsignor Simone Giusti

Per monsignor Simone Giusti, vescovo di Livorno, il prete «deve essere una bella persona, tranquilla, che sa avvicinare gli altri perché è tranquillo con se stesso. Non c’è da conquistare il mondo, ma semplicemente c’è da vivere un umanesimo in Cristo che si espande. Di fronte a una ricerca di senso - lo dice anche Vasco Rossi che un senso non c’è - un senso va trovato. Nella misura in cui le persone incontrano un uomo di Dio che in Dio, in questa pienezza dell’amore, trova il senso della vita, non possono che restare affascinate».

monsignor Giancarlo Bregantini
monsignor Giancarlo Bregantini

E se è vero, come aveva detto Bagnasco nella prolusione, che «le difficoltà derivanti dalla diminuzione del clero o da altre situazioni dolorose le conosciamo», è anche vero che c’è qualche segno di speranza. «Il calo delle vocazioni», sottolinea monsignor Giancarlo Bregantini, vescovo di Campobasso, Bojano, «è meno drammatico di ieri. C’è una ripresa un po’ ovunque in tutte le diocesi. Questo ci ha resi consapevoli di essere più fiduciosi di Dio, meno organizzativi, ma più tenaci. Dunque non l’exploit, ma la continuità. Inoltre ci siamo resi conto che la cosa che attrae è la vita fraterna, la relazione, che è il cuore del dibattito di questi giorni. Questa Chiesa di oggi, famiglie comprese, devono dare precedenza più alle relazioni che alle azioni».
E sulla formazione permanente aggiunge: «Questa formazione permanente chiede a noi una grande attenzione sul narrare, cioè che i presbiteri si mettano in gioco. Mi piace usare la parola riforma del clero, come abbiamo fatto in questi giorni, più che formazione permanente, questa parola riforma mi piace immensamente, sia perché è stata la parola chiave di tutto il millennio precedente, sia perché coinvolge tutto il vissuto non solo intellettuale. Quindi aggiornamento sì, ma con coinvolgimento, gruppi di studio, parti delle propria vita raccontate senza timore di essere giudicati. Questo chiede che io abbia una relazione positiva con chi ho davanti costruendo nel mio narrare e nel suo ascoltare l’esperienza  reciproca della fraternità, che è la chiave di volta di tutto. E questo tema non è circoscritto ai sacerdoti. I vescovi, gli sposi, i diaconi, gli accoliti, le suore - l’elemento femminile è indispensabile – tutti partecipano. Questa assemblea ci ha fatto capire che attorno a questo tema clero c’è, di fatto, il Concilio».

monsignor Paolo Urso
monsignor Paolo Urso

Il prete, come ricorda il vescovo di Ragusa, monsignor Paolo Urso, «è quello che ci ha indicato papa Francesco:  un pastore che sta in mezzo, davanti e dietro il suo popolo. Un pastore che esce, che guida la comunità ad andare fuori, a non stabilirsi in maniera definitiva in un posto, ma che la sprona ad andare a cercare tutti quelli che vivono momenti di difficoltà, di disagio, ma anche per condividere la gioia della gente. Un pastore che non smette mai di amare le persone presso le quali deve svolgere il suo servizio. Deve sostenerle e deve aiutarle, ma ha anche una comunità dalla quale deve essere sostenuto per poter diventare tutti insieme annunciatori del Vangelo in questo tempo particolarmente complesso. La formazione permanente non è soltanto una aggiornamento culturale o la sensibilità pastorale, ma è veramente assumere il volto, il cuore, le mani, i piedi di Gesù che ama, sostiene e cammina. Quindi una formazione che riguarda il cuore e la mente, la totalità della persona. Si parla un sacerdote che coinvolge tutta la propria esistenza per mettersi a servizio notte e giorno della comunità alla quale è stato inviato».

monsignor Marcello Semeraro
monsignor Marcello Semeraro

Si tratta, sottolinea monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del C9, di «un prete che ha l’intuito di prevenire, così come Dio previene, cioè di arrivare prima, che ha questa dimensione profetica che non tiene la coda alla storia, ma è avanti. E poi una figura di prete che non sta al balcone, ma che vive tra la gente, partecipe delle gioie e delle sofferenze. Quel prete con l’odore delle pecore di cui parla papa Francesco, perché è così che anche le pecore possono prendere il respiro di Cristo che già hanno ottenuto con il Battesimo . Un prete che accompagna, non che dà le direttive e indicazioni del percorso, ma che cammina, che si fa pellegrino con gli altri. E quando uno cammina con gli altri sa quando deve accelerare il passo e quando deve fermarsi per aspettare o rallentare il passo per mettersi in sintonia con chi cammina. Un prete che cerca di dare frutti. A me piace l’espressione “che sa essere generativo”, cioè che sa attivare dei processi da cui nascono cose nuove. E, infine, un prete che sa vivere nella gioia. La gioia viene quando si vive bene il proprio ministero. Tra le tante tentazioni che ha il prete e dalle quali papa Francesco ci mette spesso in guardia, vorrei sottolineare quella dell’accidia, che è il vivere male il proprio ministero. Chi vive la propria vocazione o in forma burocratica o in forma non animata dal Signore. Penso che un prete in uscita secondo questi cinque verbi  trova un suo identikit. Dobbiamo passare da un prete formato secondo il Concilio di Trento a uno formato secondo il Vaticano II mettendo l’accento sull’ecclesiologia di comunione. Per questo anche l’accento che abbiamo messo sul presbiterio e sul rapporto con il vescovo. La comunione non può essere servita da singoli. È la piccola comunione del presbiterio che serve la grande comunione della Chiesa e che garantisce la continuità. Il singolo passa, ma il presbiterio rimane».    

monsignor Giovanni Ricchiuti
monsignor Giovanni Ricchiuti

E quando ci sono preti gioiosi, contenti della loro vita sbocciano anche nuove vocazioni. Monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, e già rettore del seminario di Molfetta per 11 anni indica questo come segreto per seminari sempre pieni come quello regionale pugliese: «I nostri seminaristi hanno sicuramente visto dei sacerdoti appassionati. L’esempio di moltissimi parroci della Puglia è stato determinante, i giovani hanno bisogno di testimoni oltre che di maestri, e queste figure servono anche nella formazione permanente. Perché i preti devono sapere a chi rivolgersi, a chi parlare, a chi dire anche la propria vita».
Il sacerdote, secondo monsignor Ricchiuti, «è un uomo che è stato prima di tutto attratto dal fascino della figura di Gesù Cristo e del Vangelo. Una identità del prete non può non partire da questo incontro con il Signore e solo se questo rapporto è ravvivato il sacerdote non perde la sua identità. Il prete oggi è sovraccarico di lavoro e finisce quasi per perdere, nella vita quotidiana piena di impegni, questo rapporto stretto con il Signore. Per questo è importate la formazione permanente che tende a coinvolgere il presbitero in un racconto quotidiano quasi una autobiografia con i suoi confratelli. C’è bisogno di accompagnamento perché il prete non perda mai quella che è la sua originaria identità». E poi, già nel discernimento iniziale «bisogna stare molto attenti a che la scelta del sacerdozio non sia una scelta di comodo, di prestigio, di collocazione sociale».

 

monsignor Pietro Santoro
monsignor Pietro Santoro

«Il giovane sacerdote», non ha paura di dire monsignor Pietro Santoro vescovo di Avezzano, «deve ricordarsi che, appena uscito dal seminario, anche economicamente è un garantito. Non è tanto,ma rispetto ai suoi coetanei di 24 o 25 anni, ha una posizione migliore. Per questo è importante ricordare che c’è una dimensione di povertà che permette loro di essere liberi. Una dimensione che permette loro di essere unicamente servitori del Vangelo». Per monsignor Santoro è «il prete non burocrate, ma evangelizzatore» di cui ha bisogno la Chiesa. «Prima di che cosa fare dobbiamo chiederci chi essere in maniera stabile e non liquida», insiste. «Il prete che esce, che non trattiene Cristo, questo è l’identikit del sacerdote. Siamo dentro un grande nodo cioè quello di essere sacerdoti non autoreferenziali, ma “che permettono a Cristo di parlare all’uomo di oggi attraverso di loro”, come diceva Giovanni Paolo II. Per questo occorrono preti poveri. La povertà non è solo una dimensione ascetica, ma vuol dire la nudità del Vangelo, di Cristo morto e risorto presentato come ancora di speranza. Il sacerdote è chiamato a vivere la povertà non soltanto come assimilazione personale a Cristo, ma soprattutto per essere il segno di una Chiesa spoglia di retorica che va all’essenziale».

monsignor Francesco Montenegro
monsignor Francesco Montenegro

Sull’attenzione alle nuove vocazioni e ai sacerdoti giovani interviene anche il vescovo di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro. La Sicilia, con la Puglia e alcune zone della Lombardia è in netta ripresa: «Il Signore ha acceso una luce», spiega il vescovo, «da quando abbiamo tentato di dare più attenzione alla pastorale vocazionale».
E sui preti “già all’opera” monsignor Montenegro aggiunge che oggi «è faticoso perché ci tocca uscire dalla vecchia mentalità, del parroco che stava in sacrestia e la gente che arrivava in chiesa. Il Papa ci ha “messo lo sgambetto” e ci ha spronati a uscire. Per questo c’è bisogno anche di alcune competenze. Io ho dato ai miei sacerdoti come impegno quello di conoscere e leggere il territorio. Il territorio, più che guardarlo dall’altare, deve essere vissuto. Certo che c’è la fatica, ma è anche appassionante. E poi la scoperta che dobbiamo fare ovunque è quella del presbiterio. Finora si è fermata l’attenzione sul singolo sacerdote, in realtà al momento dell’ordinazione il Signore ci ha fatto due doni: il sacerdozio e il ministero. Sono doni che non possono essere separati».

monsignor Ignazio Sanna
monsignor Ignazio Sanna

«Il prete è prete e non fa il prete», sottolinea monsignor Ignazio Sanna, arcivescovo metropolita di Oristano. «Per questo deve essere cosciente che deve annunciare il Vangelo di Gesù e non il Vangelo della psicologia, della politica o dell’economia. Questo ci chiedono i fedeli: dimostrateci che vivete di Gesù e che non avete altri ideali. Poi il modo in cui si vive tutto ciò varia a seconda delle varie realtà: una urbana è diversa da una cittadina, una industriale da una agricola. Non cerchiamo un prete generalista, ma un sacerdote in grado di dare risposte alla realtà in cui vive e opera. Anche in quest’ottica è importante la formazione permanente che è prendere coscienza che non si è delle persone riuscite oggi e per sempre, ma si è in cammino, in continuo sviluppo e non puoi non aggiornarti. Appena hai conosciuto una realtà quella è già cambiata e bisogna reinterpretarla. Formazione permanente significa che abbiamo un pensiero incompiuto e che continuamente dobbiamo continuamente appropriarci della nostra identità della nostra coscienza, significa dire che siamo continuamente aperti all’infinito e quindi la nostra formazione no sarà mai conclusa. Permanente vuol dire che dobbiamo continuamente aggiornare il nostro stile, il nostro linguaggio e tutto ciò che riguarda il dovere dell’evangelizzazione».

monsignor Francesco Beschi
monsignor Francesco Beschi

«Il tema della formazione», sottolinea monsignor Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, «va di pari passo con la visione di una comunità cristiana che si percepisce, per un verso, sempre più esigente nei confronti del cuore della fede e, dall’altro, sempre più estroversa  e quindi impegnata in tutta quella che è la storia degli uomini. Un prete si pone a questo servizio, la figura che noi immaginiamo è la figura dell’uomo spirituale cioè di colui che, a partire dal ministero dell’evangelizzazione, della presidenza, dei sacramenti e della carità si pone soprattutto come l’ispiratore, colui che riesce a ricondurre a senso sia la vita delle singole persone che della comunità». Bergamo è una di quelle poche diocesi che mantiene alto il numero delle ordinazioni e che ha ancora un seminario minore molto frequentato: «Godiamo di questa risorsa», sottolinea il vescovo. «In questo momento sono più di cento i ragazzi tra le medie e le superiori ed è una risorsa che mette in movimento tante energie: le loro famiglie, le parrocchie, i loro curati. Il movimento che crea il seminario minore è molto ampio, certo quelli che arrivano al sacerdozio sono in numero ristretto rispetto a chi frequenta, ma il movimento che si genera è importante. La presenza di preti giovani sul territorio influisce positivamente su questa presenza numerosa, così come il tessuto ecclesiale che tiene ancora. E questa è una responsabilità non solo sulla conservazione, ma sulla rigenerazione di questo tessuto che è quello che cerchiamo di vivere nella pastorale di questi anni».

monsignor Sebastiano Sanguinetti
monsignor Sebastiano Sanguinetti

«Prete chi sei?», si chiede infine monsignor Sebastiano Sanguinetti, vescovo di Tempio-Ampurias. «L’identikit del prete di oggi è quello di un uomo che deve guardare dentro se stesso, alla sua umanità, al suo essere uomo e uomo realizzato nell’interezza di questo termine. Naturalmente dentro un contesto di fede. Il prete di una Chiesa in uscita è un uomo dalle molteplici relazioni dove c’è la relazione verticale con Dio e quella orizzontale con gli altri. Non ci stancheremo mai di parlare delle virtù umane del presbitero, che deve essere un uomo compiuto e realizzato sotto il profilo umano, affettivo, delle relazioni, della propria identità di genere. E poi c’è bisogno di essere continuamente aggiornati. Non bisogna avere la pretesa di essere arrivati per sempre, ma bisogna essere docili nella propria interiorità a rimettersi continuamente in gioco. Oltre a essere un uomo vero, il sacerdote deve essere un pastore che dà la sua vita per… Questo non è soltanto di oggi. Oggi però lo si richiede in modo particolare perché i contesti sono diversi. E, infine, il sacerdote non è soltanto colui che deve parlare, ma anche deve mettersi in ascolto dell’umanità. L’uomo di oggi porta tantissima ricchezza, ma anche tantissima confusione e il sacerdote deve avere l’umiltà di mettersi in ascolto, di non spaventarsi di fronte ai problemi. Deve essere un uomo coraggioso, il coraggio di andare e di osare. Vorrei ricordare quello che ci chiede il Papa che preferisce una Chiesa ferita, e dunque anche un sacerdote ferito a uno che sta immobile e non fa nulla».

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