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venerdì 24 maggio 2024
 
bilancio dELLA VISITA
 

«Vita, famiglia, migranti e pace: la lezione del Papa per me, indiano a Budapest»

02/05/2023  «Un recente sondaggio rivela che solo una minoranza, tra il 7% e il 9% dei fedeli, partecipa alla liturgia domenicale. Tra chi frequenta, il 90% ha 65 anni o più; la comunità cattolica non è grande ed è anziana», dice padre Benvin Sebastian Madassery, il missionario verbita dal 2003 in Ungheria, oggi direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie. Che sottolinea il richiamo di Francesco alla radicalità evangelica come risposta allo smarrimento culturale e alla tentazione di chiudersi agli altri

«Siamo felici e grati a Dio. La visita di Papa Francesco ha lasciato in tutti una traccia molto positiva, un traccia della grazia di Dio. Ringraziamo il Papa parte di tutto il popolo ungherese, che ha partecipato con gioia, con fede, con entusiasmo ai vari incontri e alle celebrazioni. Abbiamo accolto le sue parole sulla custodia della vita e della famiglia, sull'anelito di pace in Europa e nel mondo, sull'aprire le porte del cuore ai migranti che fuggono da guerre e violenze». Così padre Benvin Sebastian Madassery SVD, missionario indiano della Società del Verbo Divino, inviato in missione in Ungheria nel 2003, appena ordinato sacerdote, ripercorre il pellegrinaggio apostolico di Papa Francesco in Ungheria, dal 28 al 30 aprile.

La storia di padre Madassery è un esempio della “circolarità della missione” per cui missionari da Asia, Africa e America giungono e si dedicano al servizio pastorale in Europa. Primo missionario indiano nel paese dell'Europa orientale, padre Madassery si è immerso nella cultura locale, in pochi mesi, ha imparato quella che definisce "una lingua angelica" e, dal 2005, lavora come viceparroco in una vivace parrocchia nel cuore di Budapest. Due anni dopo, è stato nominato direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie (POM), impegnandosi per l'opera di evangelizzazione, avviando una rivista e un sito web, organizzando attività di animazione per bambini e giovani. Il missionario ha anche pubblicato due libri in lingua ungherese, "Belső Gerinc" (che significa "La spina dorsale", riferita alla struttura di fede, speranza e carità proprio di ogni cristiano); e "Ő Az" (che significa "Egli è", sulla natura di Cristo), entrambi di spiritualità. A conclusione della visita di Papa Francesco in Ungheria padre Madassery spiega i benefici di quei giorni sulla comunità cattolica locale e su tutta la nazione.

Può tracciare un bilancio della visita del Papa dal punto di vista della comunità cattolica ungherese?

«Vi è stata una grande e intensa partecipazione popolare. Il Papa nei suoi discorsi ha toccato punti importanti che resteranno nel patrimonio della comunità cattolica locale: ha elogiato l'interesse concreto della Chiesa ungherese verso i cristiani perseguitati in varie parti del mondo. Ha poi ricordato la centralità della famiglia nella società, e apprezzato tutti i programmi di sostegno ai genitori, alla natalità, alla casa. Tra i temi importanti, è emerso senz'altro quello della ricerca della pace: la pace nasce da cuore di ciascuno ed è dono di Dio; poi si irradia in famiglia, nella comunità, verso il prossimo, in Europa e in tutto il mondo. Ma, in primis, la pace è un dono di Cristo Gesù ad ogni cuore. Papa Francesco ha voluto anche sottolineare l'urgenza dell'accoglienza, dell'aprire il cuore a chi è solo, disperato, in fuga da guerra, povertà e violenza, come il migrante. Come cristiani, siamo chiamati a tenere aperte le porte del cuore e delle nostre case verso i migranti. La presenza del Papa tra noi ha contribuito a far svanire dei dubbi e a far comprendere in profondità il suo spirito».

Quanti cattolici ci sono in Ungheria?

«Quali sono le radici della presenza cristiana nel Paese? Secondo il censimento del 2011, l'Ungheria conta 3,9 milioni di cattolici, cifra tuttora valida, che include anche quasi duecentomila greco-cattolici. Il paese ha un buon numero di calvinisti ed evangelisti e altre denominazioni cristiane. All'inizio dell'XI secolo il re Stefano, poi proclamato santo, stabilì il cristianesimo in questa terra e da allora la fede cristiana è presente in questo Paese. Nel corso dei secoli gli ungheresi hanno dovuto affrontare molte persecuzioni e difficoltà a causa della loro fede. Ma hanno resistito a tutte quelle difficoltà e hanno custodito la loro fede in Cristo, che oggi offrono come un prezioso patrimonio al continente europeo».

Come valuta lo “stato di salute” della comunità cattolica, valutando la partecipazione alle parrocchie, le vocazioni religiose, i seminari?

«Un recente sondaggio mostra che tra il 7% e il 9% dei fedeli partecipa alla liturgia domenicale. La percentuale varia da luogo a luogo. Di coloro che frequentano le chiese, il 90% ha 65 anni o più» Quindi abbiamo una comunità che invecchia, come accade in molte altre nazioni europee. Una Chiesa dove c'è poca partecipazione dei giovani non può neanche aspettarsi di avere un gran numero di vocazioni. Ogni anno le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa diminuiscono, e questo è preoccupante. E tra i giovani che aspirano ad essere sacerdoti o religiosi, a volte non si scorge grande convinzione o motivazione nel loro desiderio. L'incontro dei giovani ungheresi col Papa, che ho seguito personalmente, è stato molto utile e avrà un beneficio in questo senso».

Santi come Stefano d'Ungheria ed Elisabetta d'Ungheria sono conosciuti e amati oggi, tra i battezzati e in tutta la nazione?

«In Ungheria esiste una profonda devozione a Santo Stefano e a Santa Elisabetta. Papa Francesco li ha ricordati e citati, esortando a prendere esempio da loro. Entrambi occupano un posto molto speciale nella vita della gente. Santo Stefano è considerato e amato per il suo grande contributo al popolo ungherese. È il primo re, che scelse e stabilì il cristianesimo nella nazione. La sua festa si celebra il 20 agosto di ogni anno: è una festa nazionale. Alla solenne Eucaristia partecipano i capi politici e le autorità ecclesiastiche nella basilica di Santo Stefano a Budapest. Segue una processione di alcune ore in città, con la sacra reliquia della mano destra di Santo Stefano, con ampia partecipazione popolare. La devozione a Santa Elisabetta d'Ungheria è presente soprattutto tra le vecchie generazioni. Santa Elisabetta era così dolce e attenta ai poveri e i bisognosi. Grazie a lei, lo spirito caritatevole di aiutare i poveri viene tramandato di generazione in generazione. Tante sono le chiese a lei dedicate. Il 17 novembre, giorno della festa di Santa Elisabetta, si organizza una speciale colletta in tutte le chiese per aiutare i poveri e i bisognosi».

 

Com'è il rapporto tra fede e società?

«In alcune zone dell'Ungheria la fede è vissuta più seriamente e in altre zone per nulla praticata. Non possiamo nemmeno dimenticare la presenza delle comunità rom: la loro pratica di fede cristiana si concentra principalmente sulla devozione alla Vergine Maria. Ma, guardandosi intorno, si può notare che i valori cristiani sono piuttosto lontani dalla quotidianità. Nelle città, la maggior parte delle persone pratica la fede a modo proprio. La si definisce "un affare privato". Vedo anche che i battezzati a volte si vergognano di rivelare in pubblico la loro identità di credenti. Questo significa che hanno scarsa convinzione nella propria fede e quindi non emerge nella loro vita di cristiani. In alcuni casi, sembra che vadano in chiesa per "obbligo" o per tradizione. Speriamo che, anche per questo, la visita del Papa possa portare frutti che vedremo nel lungo periodo»

Come procede l'opera missionaria in Ungheria?

«In vent'anni di missione, posso dire che, da un lato, l'Ungheria si aggrappa ancora ai valori cristiani e questo l'ho potuto sperimentare soprattutto nei villaggi a maggioranza cattolica. Tuttavia, le idee moderne, la secolarizzazione e il suo impatto attraverso i media incidono profondamente sulla vita delle persone. Tra le questioni rilevanti si nota, in primis, il divario culturale e di fede tra le generazioni: le persone che frequentano le Chiese e sono per lo più di vecchia generazione, un fattore comune in Europa. Le vecchie generazioni desiderano mantenere un modo tradizionale di vivere la fede, mentre le nuove generazioni non si preoccupano molto della tradizione. C'è un chiaro conflitto tra cultura e fede nelle menti dei giovani. In questo contesto, la formazione alla fede diventa davvero difficile per i giovani, poiché la fede cattolica non può essere donata e approfondita, senza spiegare adeguatamente le sue radici apostoliche».

Questo divario si riflette anche nel clero?

«Esiste una certa distanza tra i sacerdoti ordinati prima del comunismo e quelli divenuti preti dopo il comunismo. Prima del comunismo l'Ungheria aveva molte vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa. Durante il comunismo, come sappiamo, la Chiesa è stata perseguitata ei sacerdoti erano limitati nel loro servizio apostolico. Dopo il comunismo, è subentrata una nuova generazione di sacerdoti, con un nuovo modo di guardare all’opera pastorale, che hanno iniziato a servire nelle parrocchie insieme con i sacerdoti più anziani. La combinazione “vecchio-nuovo” non è andata bene in molti casi, a causa della differenza di età e del modo in cui è avvenuta la formazione. Per la maggior parte, i nuovi sacerdoti sono giovani. Sono ben informati e familiari con i mass media. Usano metodi diversi per raggiungere i fedeli, ma una larga percentuale di persone che frequentano la Chiesa è anziana e non ha la stessa familiarità. Il Papa ci ha esortati all'unità».

Quali saranno i frutti della presenza del Papa in Ungheria?

«Ci auguriamo che la visita di papa Francesco possa rafforzi il legame tra Ungheria e la Santa Sede e rafforzare anche la comunità cattolica in Ungheria nel suo cammino e di fronte alle sfide che si presentano, legate al valore della famiglia, della vita, della dignità di ogni persona, dei migranti. Ci auguriamo che il suo messaggio accorato per chiedere e lavorare seriamente per la pace in Europa, ferita dalla guerra in Ucraina, paese confinante con l'Ungheria, possa avere uno sbocco concreto. Un pensiero e un tempo speciale il Papa lo ha rivolto ai giovani: speriamo che la visita di Francesco possa aiutare i giovani di questo paese ad accogliere nella loro vita Gesù Cristo e a vivere il Vangelo nella loro vita. Crediamo che la visita di Papa Francesco aiuterà i cristiani, in particolare i fedeli cattolici, a pensare seriamente alla fede in Cristo e a dedicare la loro vita al Signore: un tempo per ringiovanire la fede in Cristo».

 
 
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