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venerdì 03 aprile 2020
 
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Jacques Dalarun: una scoperta francescana

12/06/2015  L'autore del ritrovamento della Vita di San Francesco spiega l'eccezionalità della scoperta e sottolinea come esalti due aspetti del messaggio del frate: la povertà e l'amore per il creato, al centro della nuova enciclica papale.

“Questo codice è un bene comune e anche questa scoperta in qualche modo possiamo definirla francescana: abbiamo sottratto un bene prezioso al collezionismo privato e l’abbiamo messo a disposizione del mondo intero”.

E’ una ricerca appassionata quella che ha guidato il medievista francese Jacques Dalarun sulle tracce della “Vita ritrovata” di Tommaso da Celano. Una scoperta che lo storico e amico Carlo Ginzburg, chiamato come “avvocato del diavolo” alla presentazione ufficiale al pubblico italiano, nella sede di Alliance Française a Bologna, ha definito “di una importanza incalcolabile”.

Cosa cambia adesso professore?
“Intanto possiamo dire di essere solo agli inizi, perché la “Vita ritrovata” di Tommaso da Celano occupa un ottavo di questo prezioso libretto, quindi ci sono altri sette ottavi da studiare e analizzare. E poi c’è da interrogarsi sull’utilizzo di quello che è a tutti gli effetti un libro tascabile, che probabilmente stava nella tasca della tonaca di un frate. E’ usatissimo per non dire consunto, forse serviva anche per predicare, oltre che per pregare e meditare”.

Lei non ha dubbi riguardo l’ attribuzione della Vita a Tommaso da Celano?
“No, assolutamente. Lo dichiara lui stesso nell’introduzione, dove dice di avere già scritto una Vita prima per volere di Papa Gregorio IX, un’opera però giudicata troppo lunga dai suoi stessi confratelli. Di qui la decisione di compendiarla, questa volta per ordine dello stesso Ministro dell’Ordine, frate Elia. Questa dichiarazione è di fatto una firma. Inoltre in questo modo conosciamo anche la data dell’opera, perché frate Elia è stato ministro dal ’32 al ’39”.

Se ho capito bene però Tommaso non si è limitato a fare un compendio…
“Assolutamente. Sono passati più o meno dieci anni dalla stesura della Vita prima e in questo lasso di tempo Tommaso, che aveva sì conosciuto San Francesco ma che non faceva parte della cerchia dei compagni a lui più vicini, ha approfondito la riflessione sul messaggio del Santo ed è maturato nel suo intimo. Nella Vita prima era preoccupato della scrittura, qui troviamo invece una freschezza straordinaria”.

Quali sono le novità principali?
“Intanto il tema della povertà è trattato in modo molto più diretto. Una povertà vissuta e concreta, non intesa solo in senso spirituale. A questo proposito Tommaso ci racconta un episodio che non c’è nella Vita prima. Si tratta del famoso viaggio a Roma di San Francesco, che poi sarà ripreso - ma diversi anni dopo - dalla Legenda dei tre soci. Questa è quindi la versione più antica e Tommaso ci dice che non si trattò di un pellegrinaggio ma di un viaggio d’affari. Sul sagrato di San Pietro il mercante Francesco s’imbatte nella povertà dei mendicanti romani e il trauma è fortissimo. Dopo di che ne fa una vera esperienza di condivisione”.

Un altro tema è quello della fraternità con tutte le creature. Il tema del creato, lo stesso della prossima e attesissima enciclica di Papa Francesco…
“Anche in questo caso l’atteggiamento di Tommaso è diverso. Nella prima versione ne parlava, inevitabilmente, con stupore sincero e anche con ammirazione, ma non lo sentiva suo. Si trattava di un’esperienza di cui non era partecipe. Questa volta invece lo troviamo “dentro” e proprio per questo qui approfondisce la consapevolezza della verticalità di un unico Principio che ne è il presupposto. Quello di San Francesco non è un semplice amore per la natura di stampo sentimentale. Lui sentiva tutti gli esseri - uomini, animali, anche gli esseri inanimati - come fratelli e sorelle in quanto creature di Dio. Tutti figli di un unico Padre”. 

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