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Vite in fuga, ma sarebbe verosimile una storia così?

22/11/2020  Anna Valle e Claudio Gioè sono i protagonisti della fiction in onda dal 22 novembre su Rai Uno. La storia di una famiglia costretta a fuggire e a costruirsi una nuova identità. Potrebbe esistere una storia italiana così? Sì e no. Ecco perché.

Claudio Caruana (Claudio Gioè) e la moglie Silvia (Anna Valle sono i protagonisti di Vite in fuga la nuova fiction di Rai 1, in sei puntate la domenica e il lunedì a partire dal 22 novembre, per la regia di Luca Ribuoli. La storia è curiosa e avvincente: una famiglia riuscita, da una ventina d’anni felice come tutte le famiglie felici: madre, padre, due figli adolescenti, benestanti e in buoni rapporti finisce in una storia più grande di lei. Il padre si trova coinvolto nel fallimento della banca in cui lavora con successo. Tutto si complica quando si scopre anche sospettato per la morte di un collega, perché la situazione terremota tutte le certezze di tutti e soprattutto innesca un intreccio complesso e accattivante: la decisione di far perdere le tracce e la complicazione psicologica che questo determina nei rapporti familiari. Silvia Caruana, inizialmente persuasa che il marito riuscirà a dimostrare con facilità l’estraneità all’omicidio, comincia a nutrire dubbi, a domandarsi se conosca tutto dell’uomo che ha sposato. I figli anche si domandano che cosa ci sia di vero e di falso nella vita fin lì equilibrata della loro famiglia. L’intera famiglia è provata dal trasferimento da Roma a Ortisei, paese a ottocento metri d’altezza, tra le montagne della Val Gardena (Bolzano) dove la lingua madre è il ladino, con la collaborazione di un ex agente segreto (Giorgio Colangeli) che organizza alla famiglia la nuova identità.

I PRECEDENTI LETTERARI E LA REALTÀ

La fuga e il travisamento non sono nuovi alla finzione letteraria, a partire dagli archetipi celeberrimi del fu Mattia Pascal e del Conte di Montecristo: la suggestione di sottrarsi a una situazione troppo superiore alle proprie forze (e intanto indagare sull’intrico che costringe alla fuga) ricostruendosi in un altrove e tagliandosi i ponti alle spalle è stata frequentata spesso, anche se non per caso solitamente chi fugge così, anche in letteratura, lo fa da solo non con la famiglia, per non dovere pagare troppo dazio alla verosimiglianza, già periclitante nei precedenti storici. Difficile, anzi impossibile, immaginarsi nella realtà una storia così, in cui a un sospetto così pesante di omicidio e a un pericolo di fuga così concreto e attuale non seguano un arresto e una custodia cautelare; difficilissimo scegliersi per fuggire un luogo, defilato sì, ma così famoso e prossimo da non mettere neppure di mezzo un confine, per non dire della complicità di un ex agente dei servizi disposto a commettere un po' di reati per aiutare dei disperati forse non immacolati.

MA QUALCOSA DI VEROSIMILE C'È

  

Eppure, per rendere accettabile e credibile la storia - per quanto cinematografica e di sicuro inverosimile, perché quelle identità false, fai da te, avrebbero le gambe cortissime così vicino a casa - per renderla plausibilmente italiana da qualche parte gli sceneggiatori hanno dovuto pescare. E si capisce già dal trailer che i riferimenti alla realtà mancano: esistono infatti in Italia famiglie, che, pesantemente minacciate, vivono nascoste, proprio malgrado, in un modo simile a quello della famiglia Caruana, al netto della licenza poetica: sono le famiglie dei testimoni di giustizia, persone che hanno avuto la sfortuna di trovarsi in pericolo per aver testimoniato o per essere stati presenti a un delitto che implica rischio di ritorsioni: come la famiglia Caruana hanno documenti falsi, si trovano in luoghi protetti e devono imparare a non tradirsi per non mandare all’aria il programma di protezione, che però avviene – con tutte le complicazioni del caso e sono tante – con la collaborazione dello Stato che sa e tutela, anche se tante volte fatica a risolvere in tempo utile la miriade di problemi burocratici che sorgono a fronte della nuova identità, problemi che la tecnologia e la complessità del mondo attuale così privo di privacy complica enormemente. Anche i collaboratori di giustizia possono finire in programmi di protezione, dopo aver collaborato con la giustizia e spezzato il sodalizio criminale.

A giudicare dalle prime scene del trailer, è proprio alla pluriennale storia italiana dei programmi di protezione che la finzione cinematografica s’è ispirata, anche se, per come vanno le cose, nel film Caruana non è un testimone protetto né un cosiddetto "pentito" ma un sospettato, se non un latitante uno in procinto di diventarlo. Anche le lunghe latitanze, soprattutto in ambienti mafiosi non sono estranee anzi alla storia italiana, ma sarebbe stato obiettivamente più difficile ispirarsi a quelle, per molte ragioni compreso il fatto che ciò che accade nel segreto psicologico delle famiglie dei latitanti ha ben pochi racconti documentati. E poi la realtà, ricostruita a posteriori dopo gli arresti, dice che le lunghe latitanze storicamente non si consumano quasi mai in fughe, ma vivono il più delle volte dell’humus e della complicità dell’area grigia attorno a casa: la storia insegna che i boss latitanti si trovano quasi sempre a casa loro, magari sepolti vivi in bunker sotterranei nei luoghi dove sono sempre stati, dove nessuno si fa le domande che necessariamente si farebbero i nuovi compaesani di una famiglia romana trapiantata in un paese di poche anime, dove quando il turismo si spegne i cognomi sono sempre gli stessi e si conoscono tutti.

Il resto è fiction, il bello della fiction.

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