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mercoledì 29 giugno 2022
 
 

Vittorio Grigolo: «Il mio canto per Maria»

21/12/2013  Intervista al famoso tenore, di cui è appena uscito il bellissimo Cd "Ave Maria". Coronamento di un sogno ma anche mantenimento di una promessa di quando, bambino, cantava nel Coro di San Pietro.

Natale 2013 ci regala un “incontro” atteso da molto tempo. Ne sono protagonisti il Coro della Cappella Sistina, uno dei più famosi cori del mondo, e Vittorio Grigòlo, tenore fra i più acclamati del nostro tempo. Grigòlo nel ruolo del Duca di Mantova in una famosa produzione televisiva del 2009 del Rigoletto di Verdi è stato apprezzato in diretta in tutto il mondo. Ma non molti sanno che Grigòlo è stato membro del Coro di San Pietro (il nome esatto è I Pueri Cantori della Cappella Musicale Pontificia detta Sistina): e quella esperienza è rimasta nel suo cuore.

La sua Ave Maria è un Cd della Sony da tempo promesso ed ora realizzato: Grigòlo intona alcune delle più famose arie sacre della storia della musica. Ma ci porge anche un repertorio inedito: le pagine che cantava quando era uno dei “pueri”. Ad accompagnarlo è il “suo” Coro, che mai si è esibito in Cd.

La sensazione ascoltando la registrazione è che Lei intoni queste pagine ritrovando l’atteggiamento originale. Non solo da grande tenore, ma da cantore. E’ corretta?
«Sì, è corretta perché è la giusta interpretazione, quella che riporta l’esperienza vissuta tra la mura del Vaticano per tanti anni da bambino, quando impari la musica sul tetragramma, con 4 linee e note quadrate, e solo dopo arrivi al pentagramma; dal Gregoriano fino alla scrittura moderna, è una storia educativa che deve essere riportata alla luce attraverso la maturazione di oggi. La sfida è stata appunto quella di ritrovare quei colori con una chiave interpretativa più profonda, data dall’esperienza vissuta negli anni fuori dal Vaticano. Era il momento giusto perché la memoria con gli anni tende ad affievolirsi: il cantore doveva esserci».

C’è un’attenzione particolare per il valore della “parola”. Un esempio su tutti è il Panis Angelicus. Che importanza ha la parola in una pagina sacra o religiosa?
«La parola per me rimane sempre fondamentale anche nellopera lirica, che è prima di tutto recitar cantando, dove il ‘recitare’ è essenziale. Il latino poi è una lingua millenaria di grande impatto nel canto, anche nel Requiem di Verdi ad esempio. La parola va incarnata dal cantante-cantore, che ne deve esaltare il senso. La nota deve venire dopo».

Alcune pagine lei le ha recuperata perché facevano parte del repertorio che già conosceva. Altre sono una riscoperta.
«Si tratta di canzoni popolari, nate per avere un impatto profondo nel pubblico, molte stavano cadendo nel dimenticatoio e per me era importante mantenerle vive, recuperarle alla loro naturale forza comunicativa, recuperare le loro efficacissime melodie. Molte non sono mai uscite dal Vaticano e invece sono nate per comunicare con forza ed efficacia».

E i ricordi?
«I ricordi poi sono infiniti, ogni aria ha tanti ceffoni, tanto sacrifico, tanto studio, tanta fede. L’educazione che ho ricevuto è un’educazione post-bellica, molto rigida, che oggi non c’è più. Poi ci sono ricordi specifici: “Oh dolce cuor del mio Gesù”f u il mio primo solo, quindi la prima volta in cui sentii la gioia, la soddisfazione, ma anche il peso, la responsabilità dell’essere solista. Nel coro sei coperto, nel solo sei a nudo, esposto a tutto, alle invidie, alle critiche. Essere il primo cantore era il sogno di tutti. Poi ci sono brani come “Voglio chiamar Maria”, “Celeste verginella” molto legati al momento liturgico, alla funzione, ma anche alle gite in pullman, quando si andava a cantare in altri luoghi religiosi fuori dal Vaticano, tutti insieme».

Lei scrive “ora che la memoria di quei giorni è ancora viva ed ho i giusti colori nella voce”.
«I colori della mia voce mi danno la possibilità di rendere i brani come la prima volta, direi in modo impressionista, cioè veloce, colorato, forte. Come un pittore impressionista la resa dell’insieme attraverso l’uso dei colori ha la precedenza sulla precisione. In questo senso l’approccio è diverso dalla lirica».

Questo cd rappresenta il coronamento di un sogno o il mantenimento di una promessa?
«Entrambe. Ma vorrei aggiungere che senza la fede questo album non sarebbe mai nato. La fede e le persone del corpo insegnante, personaggi carismatici, molto forti, insegnanti di vita, che ci hanno formato usando senza misura e egoismo tutto il loro bagaglio culturale e personale, mettendo in gioco la propria esperienza di vita a tutto tondo, anche con i propri disagi, con la sofferenza, mettendosi a nudo davanti a noi. Tutti animati da profonda fede e fede nel futuro».

 
 
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