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Per non dimenticare
 

Vittorio Occorsio, la storia di una toga libera

04/09/2017  Chi era il magistrato ucciso da Ordine nuovo raccontato nella prima puntata dalla docufiction Nel nome del popolo italiano, il 4 settembre su Raiuno.

L’hanno trovato accartocciato su se stesso, a pochi metri da casa, finito mentre cercava di uscire dall’auto su cui era già stato raggiunto da una raffica di mitra. Accanto al suo corpo sono stati trovati volantini di rivendicazione, firmato da Ordine nuovo con la seguente motivazione «la giustizia borghese arriverà all’ergastolo, la nostra va oltre». Vittorio Occorso, quel 10 luglio 1976, stava andando al lavoro alla Procura della Repubblica di Roma dove, da qualche anno, svolgeva le funzioni di sostituto procuratore.

Era nato a Roma nel 1929, sposato con un’insegnante di liceo Emilia Forconi, padre di Eugenio e Susanna, nati nel 1956 e nel 1959, era entrato in magistratura nel 1955. Dapprima assegnato al Tribunale di Frosinone, era stato sei anni pretore a Terni prima di passare alla Procura di Roma, dove si era occupato a lungo di reati a mezzo stampa e pornografia, prima di passare alle indagini sui sequestri di persona e sul terrorismo.

In quell’ambito indagò dapprima sugli attentati del 1969 a Milano e Roma, perché nonostante la maggior gravità dell’attentato di Piazza Fontana a Milano, l’indagine fu, in prima battuta, assegnata a Roma perché lì era esplosa l’ultima bomba. La prima pista, anarchica, di quell’indagine fece di Occorsio, negli anni della strategia della tensione, un magistrato “nemico” della sinistra, rafforzando l’immagine di conservatore che gli aveva dato precedentemente il lavoro a indagare sulla pornografia e i reati a mezzo stampa, tema su cui capitava che si scontrassero sensibilità anche generazionali diverse.

Nelle semplificazioni drastiche dell’epoca si fece presto anche a qualificare, pure sui muri, Occorsio come “amico dei fascisti”. Anche se la sua storia dice che non esitò, convinto dalle evidenze sorte in corso di processo, a chiedere in giudizio l’assoluzione dei due giornalisti dell’Espresso contro cui stava sostenendo l’accusa, querelati per diffamazione a causa di un’inchiesta sul tentativo di golpe “Piano solo”.

La capacità di non innamorarsi di un’idea cambiandola a fronte di evidenze contrarie, l’ostilità di ogni colore che si attirò, la sua stessa morte alle fine, sono invece tutte prove che incrociate raccontano la storia di Vittorio Occorsio, magistrato indipendente, libero dai condizionamenti potenzialmente pesantissimi di quegli anni. Si sa, per esempio, che quando il processo (1972) per la strage di Piazza Fontana fu spostato a Milano per competenza territoriale, prima di approdare a Catanzaro per ragioni di ordine pubblico, Occorsio, pur ancora convinto della “pista anarchica” (che portava al Circolo 22 marzo e che si rivelò in seguito fallace, perché fondata su un riconoscimento da parte di un testimone che poi si scoprì incerto) segnalò ai colleghi milanesi piste alternative che risultavano dalle sue indagini, tra cui la presenza nel Circolo di cui sopra di alcuni personaggi che provenivano da gruppi di estrema destra.

Alla fine del 1972, Occorsio aprì un’inchiesta su Ordine nuovo accertando nel corso delle indagini il carattere eversivo del gruppo neofascista, per cui ottenne 43 condanne. Sciolto ai sensi della Legge Scelba, il movimento continuò, però, a vivere sottotraccia alzando il livello dello scontro. Occorsio che a quel punto era già un nemico pubblico anche dei neofascisti non smise di indagare e nel 1975 aprì un’istruttoria con 120 esponenti del movimento, scoprendo legami con la “banda dei Marsigliesi”, implicata in sequestri di persona su cui Occorsio aveva indagato in passato.

Stava completando gli atti per il rinvio a giudizio quando fu ucciso, il 10 luglio 1976. Per il suo assassinio è stato condannato con sentenza definitiva Pier Luigi Concutelli identificato come esecutore materiale, che si è autodichiarato comandante militare di Ordine nuovo. Si è concluso invece con l’assoluzione il processo ai presunti mandanti.

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