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sabato 22 gennaio 2022
 
 

Vive a Birmingham l’uomo chiave del mistero Alpi

21/03/2014  Il somalo Abdi Ali Rage è l’unico testimone dell’omicidio Alpi. La polizia lo cerca dal 1998. Ma esistono tracce chiare di lui in Gran Bretagna. Eccole.

Del suo volto esistono solo un paio di immagini. Per il resto è una sorta di primula rossa, introvabile e sfuggente. Così almeno raccontano le autorità italiane. È Ahmed Ali Rage, alla polizia italiana risulta che sia nato in  Somalia il 1° gennaio 1961. A Scotland Yard, invece, è noto con un nome un po’ diverso: Abdi Ali Rage, sempre nato in Somalia, ma il 1° gennaio 1965. È il testimone chiave, l’unico rimasto in vita dei due che accusarono Hashi Omar Hassan di aver fatto parte del commando che uccisero Ilaria Alpi e Miran Hrovatin il 20 marzo 1994. L’altro, l’ex autista dei due giornalisti, risulta morto a Mogadiscio nel 2003, pochi giorni dopo essere rientrato nella capitale somala.

Gli investigatori e la Procura di Roma lo cercano dal 1998. Poco prima del  Natale del 1997 scomparve nel nulla. A Ottobre aveva messo a verbale le sue accuse davanti alla Digos di Roma. Ma prima che iniziasse il processo di primo grado a carico di Hashi Omar Hassan era scappato. Divenne uccel di bosco, non si presentò ai processi.

La sua voce riappare, però, nel luglio del 2002, poco dopo l’ultima sentenza di condanna di Hashi. O per lo meno la voce di qualcuno che sosteneva di essere Ahmed Ali Rage.  Chiama un giornalista somalo in servizio all’epoca a Rai international, Mohamed Sabrie Aden. Ritratta tutto, spiega di aver mentito per un vantaggio economico e per riuscire ad avere un visto per l’Italia.

Quindi, se le cose stanno così, la sua testimonianza che “inchiodò” Hashi Omar Hassan potrebbe essere fasulla. Per coprire chi? Per depistare da che cosa?

In tutti questi anni nessuno è riuscito a ritrovarlo. Così sostiene Lamberto Giannini, capo della Digos di Roma fino a pochi mesi fa, durante l’udienza del processo che ha visto Gelle accusato di calunnia: “Abbiamo fatto anche recentemente, su apposita delega d’indagine, degli accertamenti in Inghilterra, dove era segnalata una persona con quel nome, e invece era un omonimo, non si trattava di lui”. Eppure trovare le tracce di Gelle non è impossibile.

 Ecco cosa scrive di lui l’Interpol il 27 febbraio 2006: «È arrivato a bordo di un treno "eurostar" alla stazione di Waterloo il 26 dicembre 1999 e ha presentato una richiesta di asilo concessogli il 29 marzo 2000. Il suo indirizzo, sin dal settembre 2005, risulta essere: 66 Willmore Road, Birmingham, ed è coniugato con tale Khadro Hussein ARALE, nata Il 10 agosto 1967, da cui ha avuto 5 figli. Riceve un sussidio governativo ogni due mercoledì».

Come mai, allora, secondo la polizia italiana è introvabile?

Abbiamo provato a cercarlo. A Birmingham. L’ultimo indirizzo conosciuto a Willmore Road è da tempo una sorta di Ostello, nella prima periferia di Birmingham. Ci accoglie un giovane indiano che senza nessun problema mostra l’elenco degli ospiti: tra i tanti somali non appare il nome di Rage. Basta però seguire la moglie del testimone – che risulta arrivata in Inghilterra insieme al marito qualche mese dopo la fuga dall’Italia – per arrivare al nuovo indirizzo, in uno dei tanti quartieri interetnici di Birmingham.

Casette basse in stile vittoriano. In fondo alla strada, a pochi metri da un parco, ecco apparire la nuova residenza della famiglia Rage. Durante il giorno non c’è nessuno, anche se i panni stesi nel giardino rivelano subito la presenza di una famiglia numerosa. Verso sera arrivano dei ragazzi somali, appena usciti dalla scuola: “Nostra madre non c’è, tornate più tardi”, è la prima risposta. Khadro Arale, la moglie di Gelle, si presenta solo verso le 20, quando ormai i negozi della zona stanno chiudendo le serrande: “Che succede?”, risponde quando chiediamo di “mister Rage, suo marito”. Una ulteriore conferma di essere nel luogo giusto. Passano pochi minuti e la via si riempie di parenti e amici della famiglia Rage. Una donna ha un telefono cordless sotto il velo e ripete parola per parola quello che diciamo a uno sconosciuto interlocutore dall’altro capo del filo. Prova a cambiare versione, ci spiega che è un incredibile caso di omonimia, ma basta citare il vecchio indirizzo e la piccola bugia cade: «Possiamo solo lasciargli un messaggio», spiega alla fine una delle figlie, «lui non sta con noi, anche se vive e lavora a Birmingham».

Non sembra fosse proprio un’impresa impossibile trovare Gelle. Due giornalisti l’hanno fatto in tre giorni. Come mai la polizia, con poteri ben diversi, non c’è riuscita per 15 anni? Una possibile risposta la si trova, ad esempio, in un documento, fra quelli sepolti negli archivi della Commissione parlamentare “Alpi-Hrovatin”: «Sembrerebbe», così conclude la sua relazione sul “caso Gelle” uno degli ufficiali di polizia giudiziaria dell’organismo parlamentare, «che il soggiorno di Gelle in Italia fosse già “a tempo”» fin dal suo arrivo a Roma, «come se», aggiunge l’agente, «gli “uomini del Ministero” già sapessero che nell’arco di 4/5 mesi il somalo avrebbe lasciato l’Italia». Ossia, aggiungiamo noi, che avrebbe fatto perdere le proprie tracce ben prima del processo.

Se così fosse, il problema non era riuscire a trovarlo. Ma volerlo trovare.

Andrea Palladino

Luciano Scalettari

 
 
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