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domenica 28 novembre 2021
 
“Sono innocente”
 

Vivere tra i mafiosi mi ha salvato la vita

14/03/2017  Roberto Giannoni, in tv a “Sono innocente”. La vicenda di un bancario che ha passato un anno in carcere, ingiustamente accusato di essere «la mente finanziaria della mafia in Toscana». E che ha deciso di tornare in galera, da volontario

Appena entrati nella sua casa, Roberto Giannoni mostra una piastrella: «Qui c’era mio padre in mutande quando i poliziotti sono entrati in casa. Erano le 4 e un quarto del mattino. Hanno perquisito tutto e mi hanno detto di chiamare il mio avvocato. Quando è arrivato ha letto i fogli dove erano indicati i capi di imputazione: droga, prostituzione, traffico d’armi, usura, associazione a delinquere di stampo mafioso... Mio padre ha trovato la forza solo per dirmi: “Ma che hai combinato”?».

Sono passati quasi 25 anni da quel 10 giugno del 1992, quando la vita di un tranquillo direttore di banca è stata sconvolta per sempre. Ma lui ricorda ogni particolare: «Vede questa tovaglia? L’ha ricamata per me un mafioso come regalo quando sono uscito di prigione». Perché sono i dettagli che restituiscono il senso più profondo di questa storia che sarà raccontata su Rai 3 nella puntata del 4 marzo di Sono innocente, il programma di Alberto Matano che ricostruisce le vicende di persone vittime di errori giudiziari.

Torniamo allora a quella notte e alla casa di Campiglia Marittima, nel Livornese, dove Giannoni vive ancora: «Dopo aver finito la perquisizione, i poliziotti mi hanno messo le manette. Prima siamo passati dalla mia banca e dopo ci siamo diretti in Questura dove insieme alla nostra arrivavano altre volanti: seppi poi che quella notte avevano arrestato 46 persone».

All’ingresso è pieno di fotografi e giornalisti: «Un agente mi disse: “Si metta il giubbotto in testa e si copra il viso con il giornale. Proprio come in un film». Dalla Questura, nel pomeriggio il trasferimento alla Procura di Firenze, dove viene interrogato da tre magistrati: «Io raccontavo della mia vita e del mio lavoro e loro mi parlavano di rapine e di tangenti». Finché, quando è ormai mezzanotte, si decide di fare una pausa: «Un poliziotto iniziò a urlare: “Non hai detto nulla! Guarda che non esci più”. A quel punto scoppiai a piangere come un bambino. Mi riportarono dentro per interrogarmi fino alle due di notte. Poi un magistrato mi disse: ”Ora la trasferiamo in carcere. Così con calma le tornano in mente le cose. Poi lei ce le racconta e se ne torna a casa”».

Così il bancario varca per la prima volta le porte del carcere di Sollicciano. «Quando hanno aperto la cella e hanno acceso la luce ho visto solo facce di uomini neri. Mi sono messo a piangere di nuovo e a implorare: “Non voglio entrare!”. “Fate tutti così. Dovevi pensarci prima”, replica un secondino».

Alla fine Giannoni viene sistemato in una cella di soli italiani, ma le cose per lui non si mettono bene, anzi. Dopo qualche giorno arriva la notizia del trasferimento sotto il regime del 41 bis, il carcere duro riservato ai mafiosi. «In realtà è stata la mia salvezza: non avrei mai resistito tra detenuti comuni. Invece il mio primo compagno di cella, il vecchio boss Silvio Mazziotti, dopo aver ascoltato la mia storia emise la sua sentenza: “Voi non mi sembrate un mafioso, mi sembrate piuttosto un bischero”. Usò una parola più colorita, ma il senso era quello». Da quel momento l’ex bancario (la banca lo licenziò due giorni dopo l’arresto) fu adottato da compagni che avevano decine di omicidi sulla coscienza come una mascotte: «Preparavo il caffè e scrivevo lettere per loro. Un altro boss, Giuseppe Misso detto “’o nasone”, mi ripeteva sempre: “Direttore, voi andrete via presto”».

L’altro incontro cruciale in quei mesi fu con il cappellano, don Danilo Cubattoli, per tutti don Cuba. «Siccome a noi del 41 bis non era consentito di partecipare alla Messa in cappella, ci diedero il permesso di celebrarla durante l’ora d’aria. Così allestii l’altare su un tavolo da ping pong e da quel giorno divenni il chierichetto di don Cuba. Siamo diventati amici, fino alla sua morte nel 2006».

Dopo un anno, Giannoni viene finalmente scarcerato per la scadenza dei termini della carcerazione preventiva. La sua seconda vita però è durissima: «Avevo perso totalmente il senso della distanza. Abituato a camminare al massimo per 25 metri, la lunghezza dello spazio dell’ora d’aria, dopo mi sembrava di precipitare nel vuoto. Non sapevo mai quando era il momento giusto per attraversare la strada e quando ho riprovato a guidare, alla prima curva sono finito fuori».

In più, in attesa del processo, per tutti Giannoni è “La mente finanziaria della mafia in Toscana”, come titolò un giornale dopo il suo arresto. «La gente mi evitava e, se proprio non poteva farne a meno, scambiava due parole di circostanza e se ne andava».

Ma lui ha bisogno di lavorare, anche perché la banca si è ripresa anche la casa e non vuole continuare a vivere con i genitori. «Passarono due anni prima che un mio amico tipografo mi offrisse di lavorare per lui come ragioniere». E solo un mese prima dell’inizio del processo, tre anni dopo l’arresto, Giannoni conosce su cosa si basano le accuse: le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia: «Erano due clienti della mia banca, un uomo e una donna. Mi avevano messo in mezzo perché era stato detto loro che più nomi facevano e più la loro posizione si sarebbe alleggerita. Subito dopo averlo saputo, mio padre è morto d’infarto».

In aula, l’uomo ritratta subito le accuse. La donna le ribadisce, ma è lo stesso pubblico ministero a smontarle. «In pratica, il Pm ha fatto quei semplicissimi riscontri che durante le indagini nessuno fece». Il 16 dicembre 1998 arriva la sentenza di assoluzione: «Erano passati 6 anni, 6 mesi e 6 giorni dal mio arresto. Tre mesi dopo, è morta anche mia madre». Come risarcimento per tutto questo, Giannoni ha ottenuto 200 milioni di lire. «Anzi, 199. Perché ho fatto ricorso in Cassazione, l’ho perso e quindi ho dovuto pagare le spese legali».

E qui arriva la parte più incredibile di questa storia: dopo quello che ha passato, Giannoni decide di tornare in carcere, questa volta come volontario per la San Vincenzo de’ Paoli, perché «voglio restituire ai detenuti un po’ dell’umanità che loro hanno donato a me». È convinto che quanto è accaduto a lui possa ripetersi anche adesso, a causa «del protagonismo di certi magistrati, della smania di finire sui giornali. Oggi ho letto di un blitz in cui sono state arrestate 50 persone. Ma quante di queste alla fine saranno colpevoli? Nel mio caso, oltre a me, è finito in galera un ristoratore poi risultato totalmente estraneo a tutto».

Agli inquirenti che hanno disposto il suo arresto, chiede solo una cosa: «Andate sulla tomba dei miei genitori e dite per loro una preghiera».

Foto di Pietro Paolini/TerraProject

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