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martedì 25 gennaio 2022
 
 

Se le voci verdiane vengono dalla Corea

20/06/2012  Il prestigioso concorso di Busseto si è concluso con il trionfo di tre giovani orientali. Cosa che si ripete ormai da tempo, al punto che qualcuno storce il naso e propone di...

A Busseto – mitica patria di Verdi e dal 1961 sede del Concorso intitolato alle «Voci verdiane» – è finita come al solito. Dei 140 iscritti (cifra record) e 110 partecipanti effettivi, una severa giuria composta da sette membri (presidente il nostro celebre baritono Leo Nucci) ne ha individuato dieci da portare in finale: due tenori (entrambi sudcoreani), due baritoni (un lettone e un sudcoreano), due bassi (un italiano e un sudcoreano), quattro soprani (due italiane, un’armeni e una statunitense), con la totale assenza della voce, peraltro tipicamente verdiana, del mezzosoprano.

I tre premi in palio sono andati – manco a dirlo – ad altrettanti sudcoreani. La cosa
però non è passata sotto silenzio. Alta si è infatti levata la voce di Sabino Lenoci, direttore della rivista l’opera, che ha contestato le scelte della giuria, affermando, in modo provocatorio, che il Concorso deve esprimere voci “verdiane” e non coreane. Per la verità il problema del sudcoreanismo di massa, che affligge i concorsi italiani di canto (specie settentrionali), l’avevo sollevato io stesso in occasione del penultimo concorso Viotti, arrivando a una proposta anch’essa provocatoria ma tutto sommato non insensata. Si tratterebbe infatti di coinvolgere finanziariamente il governo di Seul invitandolo a contribuire all’organizzazione dei concorsi italiani, dai quali i cittadini sudcoreani ricevono regolarmente prestigio e più o meno ingenti somme di denaro, ferma restando l’ipotesi di rivedere drasticamente i criteri di ammissione, riservandola ai cittadini europei.

Detto questo, il responso artistico della giuria desta comunque qualche perplessità. Ammessa senza discussione l’importanza di gran lunga predominante della voce del vincitore, il 24enne tenore Jung-Hoon Kim, c’è da sottolineare la l’eccessiva carica di energia infusa nell’aria del terzo atto di Un ballo in maschera. Era questo un cavallo di battaglia del grande Carlo Bergonzi, acclamato genius loci e presidente onorario del Concorso, che probabilmente avrebbe espresso qualche giustificata riserva sul modo di cantare del sudcoreano, affiancandogli per un ex aequo l’altro tenore Seung-Hwan Yun, meno appariscente del collega ma in compenso capace di sfoggiare una più meditata linea di canto.

Sotto questo profilo il migliore di tutti è stato però il baritono Jootaek Kim, che ha cantato un «Balen del suo sorriso» da manuale: bel timbro, dizione eccellente, comprensione di ciò che canta, il suo ascolto è stato una vera delizia. Disco rosso, infine, sul versante femminile, dove – dopo anni di predominio quasi assoluto – nessuna delle quattro finaliste è stata giudicata meritevole di salire sul podio.

 
 
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