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martedì 04 agosto 2020
 
WARRIOR NUN
 

Guerriere col velo (da suore): cosa buttare e cosa tenere, un teologo davanti alla tv

13/07/2020  Vecchi e ammuffiti stereotipi che presentano una Chiesa oscurantista, arroccata su posizioni di potere. Ma anche l'eterna lotta tra bene e male, scandita da puntuali (e stimolanti) citazioni tratte dalla Bibbia. Don Pino Lorizio, della Pontificia Università Lateranense, ragiona della serie in onda su Netflix, bocciata dalla critica, premiata dagli ascolti...

Nonostante sia stata pressoché demolita dalla critica, la serie televisiva Netflix, ispirata all’omonima saga di fumetti, firmata da Ben Dunn, Warrior nun sta riscuotendo un notevole successo di pubblico in questa ormai torrida estate (post?)pandemica. Una lettura spassionata dei suoi contenuti non ci può impedire di smascherare un cliché molto diffuso nella letteratura e nel fantasy-fantascientifico in cui è presente la chiesa cattolica. Si tratta del Vaticano, rappresentato come luogo di potere, ma soprattutto in cui sono custoditi segreti inquietanti, onde tenere l’umanità nell’ignoranza. Segreti che si possono raggiungere attraverso mappe disegnate in epoche lontane, come lontana è l’epoca di Urbano II con le sue crociate, in cui si inquadra la vicenda di Adrien e della prima portatrice dell’aureola. Allorché, tuttavia, nella realtà e fuori dalla rappresentazione fantasiosa, siamo di fronte a una Chiesa e a un Vaticano che fanno della trasparenza e del servizio all’Evangelo la loro missione, allora molti, pur di non aderire alla fede cristiana, utilizzano il cliché come un alibi, giustificando così la loro diffidenza e il loro rifiuto. Se questo è l’elemento più problematico di questa rappresentazione, tuttavia, non possiamo non cogliervi degli spunti di riflessione, coi quali accompagnare il momento ludico, sottolineando che ogni singolo episodio è ispirato a un versetto biblico dell’Antico o del Nuovo Testamento. L’ultimo ad Ap 2,10, dove leggiamo: “Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita”. Si tratta quindi della lotta cosmica e storica fra il bene e il male, la luce e le tenebre, dove niente è come sembra, niente come appare, come nella canzone di Franco Battiato.

In prima linea in questa battaglia perenne e antica quanto il mondo sono donne consacrate, che sfuggono allo stereotipo delle suore imbranate e bigotte e si presentano come aralde e combattenti. È la “legge dell’antagonismo”, che il beato Antonio Rosmini ben descrive nella sua geniale Teodicea (§§ 699ss), il cui esito non è affatto scontato, perché le storie non sempre finiscono come le favole coi protagonisti che “vissero felici e contenti”. A differenza della saga fumettistica, la serie televisiva situa la location nell’Andalusia prima e in Vaticano poi. Il contesto andaluso suggerisce la metafora della Tarasca, drago a più teste o rappresentato come una gigantesca tartaruga col capo leonino. Immagini apocalittiche, quindi, da cui è nato, in Provenza e nella Spagna meridionale, il mito di Santa Marta, che ha sconfitto, come San Giorgio il drago, questa bestia demoniaca. È la rappresentazione esteriore della lotta con la bestia che alberga in ciascuno di noi e che siamo chiamati a sconfiggere, col lavoro su noi stessi. La giovane fanciulla, Ava (che nel nome rimanda ad Eva, come il nome di una delle suore Lilith evoca la prima moglie di Adamo e quindi la pre-Eva o il demone femminile associato alla tempesta) vive una vera e propria metamorfosi (risurrezione-rinascita), quando da paraplegica costretta all’immobilità, attraverso l’aureola (oggetto circolare di grande valenza simbolica) viene prescelta e chiamata a guidare l’ordine della spada cruciforme.

Una scelta/vocazione, alla quale in un primo momento si oppone con tutte le sue forze, perché vuole “essere normale”, ma a cui finisce col cedere, assumendo su di sé la responsabilità di una missione estremamente pericolosa. I primi episodi della serie ci pongono di fronte a due figure ecclesiastiche, l’una delle quali rappresenta il potere (il cardinal Duretti) e l’altra la libertà (padre Vincent), che scommette sul fatto che Ava tornerà nell’ordine e assumerà la sua vocazione/missione. Ma anche a proposito di queste figure: niente è come sembra. L’elemento simbolico del divinium attraversa tutta la serie, ma si rivela decisivo per l’impresa dell’arca messa in atto dalla dottoressa Jillian Salvius, non tanto per motivi commerciali, quanto per aprire a suo figlio Michael una porta verso l’eternità, come luogo in cui non c’è più alcun dolore, né sofferenza. Particolarmente significativo a tal proposito l’episodio n. 7, quando a chi le chiede se sta creando l’eternità, Jillian risponde che l’eternità esiste e che lei sta cercando soltanto la porta che possa condurre in essa il piccolo Michael. Una porta che si aprirà per tutti noi allorché la cupa signora di Samarcanda verrà a farci visita per porgerci la chiave.

E così possiamo congedarci col saluto delle suore guerriere “In questa vita o nell’altra!”.

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