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domenica 26 giugno 2022
 
IL COMMENTO
 

Welfare, i costi diretti per le famiglie sono ancora troppi

13/01/2022  La differenza tra la spesa per i servizi delle famiglie più fragili e quelle delle famiglie più ricche è impressionante. Significa che il nostro sistema di welfare socio-sanitario non riesce a svolgere pienamente quella funzione di riequilibrio delle disuguaglianze e delle opportunità che costituisce uno dei suoi elementi fondanti

È sicuramente prezioso il recente Rapporto CERVED/Innovation Team 2022 sul Bilancio di welfare delle famiglie italiane, perché offre una puntuale ed aggiornata documentazione statistica su una voce di spesa che troppo spesso si dà per scontata, ma che invece mette frequentemente in crisi l’equilibrio economico di tante famiglie. La presenza di bisogni sanitari o socio-assistenziali non viene infatti soddisfatta dal semplice intervento pubblico, tendenzialmente gratuito (ma comunque “già pagato” dai cittadini attraverso le tasse). Infatti l’intervento pubblico prevede in moltissimi casi – giustamente – un contributo da parte dell’utente, ma ogni famiglia è chiamata anche a decisioni di spesa spesso molto impegnative, per coprire con prestazioni a pagamento esigenze che resterebbero altrimenti non soddisfatte. Alcuni elementi in particolare meritano specifica attenzione, tra i molti dati offerti dal Rapporto Cerved.

In primo luogo la spesa media mensile per il welfare delle famiglie italiane sfiora i 500 euro, pari al 17,5% del reddito medio (nell’anno 2021  sono state spesi in media 5.317 Euro). Non proprio una parte marginale del bilancio di una famiglia. Ma le medie come sempre possono essere ingannevoli: se infatti confrontiamo le spese delle famiglie più fragili con quelle delle famiglie più ricche, la distanza è impressionante: le famiglie “in debolezza” (usiamo la tipologia elaborata dal Cerved, si rimanda al Rapporto) nel 2021 hanno speso in media per servizi di welfare 3.038 Euro, mentre quelle più ricche (“in agiatezza”) hanno speso 12.594 Euro (la categoria “in benessere”, seconda per reddito, ha speso 7.427 Euro nel 2021) . Oltre 9.000 Euro di servizi di welfare in più, che di fatto costituiscono un ulteriore rafforzamento delle disuguaglianze già generate dal reddito disponibile (circa 14.000 Euro per le più povere, oltre 72.000Euro per quelle “in agiatezza”). In altre parole, il nostro sistema di welfare socio-sanitario non riesce a svolgere pienamente quella funzione di riequilibrio delle disuguaglianze e delle opportunità che costituisce uno dei suoi elementi fondanti.

Un secondo elemento, connesso al precedente, riguarda le singole voci di spesa per prestazioni di welfare, che vanno dalla salute (spese sanitarie in senso lato) alla cura degli anziani e dei bambini, dall’istruzione all’assistenza familiare, alla previdenza, ecc. Ovviamente, a parte la voce “salute”, non tutte le famiglie sostengono costi per tutte queste voci. Ma quando devono affrontare queste spese, il costo annuo diventa spesso davvero importante. Anche qui, pochi numeri: in media ogni famiglia nel 2021 ha speso 1.510 per la salute (che sarebbe diritto costituzionale, la cui garanzia è compito dello Stato): indicativamente in ticket, medicinali e prestazioni varie.  Le famiglie che hanno avuto bisogno di assistenza ai bambini ed educazione prescolare hanno speso in media 3.016 Euro. In caso di assistenza agli anziani, in media sono stati spesi dalle famiglie 13.780 Euro. È evidente che queste cifre mettono in difficoltà anche redditi consistenti – ma come faranno le famiglie con redditi bassi ad affrontare costi di questo tipo? Ovviamente dovranno ridurre i costi diretti, per far quadrare i conti – in qualche modo rinunciando a prestazioni di welfare che altre famiglie potranno scegliere.

Di fatto – terzo elemento - questa rinuncia è stata particolarmente significativa nel 2021, soprattutto a causa dello scenario determinato dalla pandemia, che ha messo a rischio sia i redditi di tante famiglie, sia la stessa disponibilità/accessibilità di tanti servizi di welfare. Ma anche in questo caso si assiste ad un rafforzamento delle disuguaglianze di opportunità fortemente correlato ai redditi; anche le “rinunce alle prestazioni” sono decisamente molto maggiori per le famiglie economicamente più deboli, e molto meno presenti in quelle più “affluenti” (più ricche). Nel 2021 hanno rinunciato a prestazioni a pagamento per la “salute” il 62,5% delle famiglie “deboli”, il 54,6% delle famiglie “medie”, e il 27,1% delle famiglie “affluenti”, e analoghe differenze si riscontrano anche per le spese per servizi agli anziani, per i bambini, per l’istruzione.  Tutte le famiglie, anche le più ricche, hanno dovuto limitare le proprie spese – ma le percentuali di chi è stato costretto a tale scelta sono drammaticamente più alte, per ogni spesa, tra le famiglie con redditi più bassi.

In sintesi: dai dati Cerved emerge che il nostro sistema di welfare esige oggi un rilevante contributo economico da parte delle famiglie; ma così facendo rischia di approfondire le disuguaglianze economiche, mancando così il proprio obiettivo solidaristico-redistributivo, così chiaramente fissato anche dalla Carta costituzionale. D’altra parte il costo di un welfare tendenzialmente universalistico è sempre meno sostenibile affidandosi solo alla copertura finanziaria statale, soprattutto a fronte di una popolazione con tassi di invecchiamento elevati. Servirà quindi una radicale rivisitazione del sistema dei servizi alla persona, che sarà sempre più cruciale nel qualificare lo sviluppo o la recessione del nostro Paese: anche il PNRR dovrà tenerne conto.

 

*Direttore Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia)

 
 
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