«Il continente più ricco del mondo non deve discutere di denaro, ma ha l’obbligo di accogliere chi vi cerca rifugio»: parole di Martin Schultz, presidente del Parlamento Europeo. Parole, appunto, seguite da pochi fatti. Era il 3 ottobre 2013. Al largo di Lampedusa morirono 366 persone. Cercavano di raggiungere l’Europa, in fuga da povertà, guerre, dittature e soprusi.
Cercando di cavalcare l’onda dell’emotività seguita a quell’ennesima tragedia, leader politici, italiani ed europei, rilasciarono dichiarazioni di grande indignazione e furono prodighi di promesse. Per il soccorso dei migranti, il governo italiano avviò “Mare Nostrum”, un’operazione autorizzata a intervenire anche in acque internazionali ma, a novembre 2014, è stata sostituita dalla missione militare “Triton”, che ha il compito di pattugliare le acque territoriali italiane (non oltre le 30 miglia dalla costa), ma non prevede interventi di soccorso.
Sicuramente un risparmio in termini economici: la prima costava 9 milioni di euro al mese contro i 3 della seconda, ma non in vite umane. Domenica scorsa, 9 febbraio, un’altra strage, quella “dei gommoni”. Ancora oltre trecento vittime nel canale di Sicilia, fra dispersi, e morti nell’immediato, per ipotermia. Ma il numero potrebbe essere superiore, perché non è del tutto chiaro in quanti fossero i profughi imbarcati sui quattro gommoni travolti dal mare in tempesta.
Il soccorso delle motovedette della guardia costiera non è bastato. Il maltempo e le acque gelide hanno avuto la meglio. “Why again?”: si chiede Save the Children. Una domanda che è diventata un appello, sotto l’hashtag “#WhyAgain”, condiviso da Ai.bi, Amnesty International Italia, Caritas Italiana, Centro Astalli, Fondazione Migrantes, Emergency, Intersos e Terre des Hommes. L’hashtag è accompagnato dalla foto delle centinaia di bare in fila nell’hangar dell’aeroporto di Lampedusa, dopo il naufragio dell’ottobre 2013. E, nella parte alta della foto, un “Avevamo detto: non succederà più”.
Invece è successo di nuovo. «Apprendiamo con dolore dei morti e dei dispersi. Il freddo e la bufera sono gli eventi atmosferici che hanno causato le morti e il naufragio», ha detto Luca Cusani, presidente del Naga, associazione che tutela i diritti dei cittadini stranieri. «Sono, però, le scelte politiche dei Paesi europei le cause profonde, che li hanno determinati. Crediamo che le morti in mare possano essere evitate solo attraverso un ripensamento generale delle politiche migratorie europee».
RIPRISTINARE MARE NOSTRUM
Le stragi continueranno perché le cifre non sono un’opinione e ormai è chiaro che, in un mondo che sta “scoppiando”, il fenomeno immigratorio verso l’Europa è destinato ad aumentare. Nel solo mese di gennaio, nonostante le condizioni climatiche avverse, sono giunti in Italia 3.528 migranti, di cui 195 donne e 374 minori (tutti non accompagnati); circa il 60% in più rispetto allo stesso periodo del 2014, quando arrivarono 2.171 migranti, di cui 91 donne e 342 minori (262 non accompagnati).
Attraverso “#WhyAgain” (che in 24 ore ha raggiunto oltre 300 mila persone su Facebook e 55 mila visualizzazioni su Twitter, oltre ad aver ottenuto il supporto di molti personaggi della televisione, da Carlo Conti che l’ha lanciato a Sanremo, a Giovanni Allevi, fino a Claudia Gerini e Isabella Ferrara), il gruppo di Ong chiede al Governo italiano e all’Unione Europea un reale cambio di rotta nelle politiche sull’immigrazione.
«Occorre aprire immediatamente canali sicuri e legali d’accesso in Europa, per evitare ulteriori perdite di vite in mare». Ma contemporaneamente occorre anche «rafforzare ulteriormente le operazioni di ricerca e soccorso in mare e avviare politiche che garantiscano la protezione e la tutela dei diritti umani di rifugiati, migranti e richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo».
E anche papa Francesco, che a Lampedusa era andato l’8 luglio 2013, nella consueta udienza del mercoledì in piazza San Pietro, è tornato ad «incoraggiare alla solidarietà, affinché a nessuno manchi il necessario soccorso».
Una petizione su change.org punta a far ripristinare “Mare Nostrum”. Ma per Luca Cusani, bisogna andare oltre. «Crediamo», conclude, «che sia necessario scardinare l’intero discorso sull’immigrazione: parlare di persone da accogliere, e non di frontiere da controllare; pensare alla sicurezza di chi migra e non solo a quella dei Paesi di approdo; cercare soluzioni strutturali e non di emergenza; pensare alle migrazioni come un prezioso fenomeno del presente e non come ad un fenomeno da reprimere inutilmente. Pensare che su quelle barche non ci sono Loro, ma ci siamo Noi. Tutti».