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domenica 14 agosto 2022
 
 

Wojtyla e i media, Navarro-Valls racconta

30/03/2011  "Sapeva accettare le regole dei media per far passare il suo messaggio". Navarro-Valls spiega i "segreti" del Papa comunicatore.

Elegante. Un fascino da «hidalgo spagnolo», come lo definì il vaticanista del Tg1 Giuseppe De Carli. Perfettamente a suo agio sotto le luci dei riflettori, Navarro-Valls suggerisce la posizione migliore per le riprese e chiede lui stesso la prova audio. Coinvolgente nell'affabulazione, ricca di aneddoti, in un'italiano senza incertezze reso appena più esotico dall'accento castigliano. Tuttavia anche il suo autocontrollo vacillò e la voce si incrinò, quando annunciò in conferenza stampa che le condizioni di salute di Giovanni Paolo II erano sempre più critiche. Il Papa morì ponendo fine a un rapporto di collaborazione e amicizia che aveva portato Navarro- Valls, medico psichiatra e giornalista, numerario dell'Opus Dei, a dirigere la Sala Stampa della Santa Sede per 22 anni. Quel giorno davanti alla stampa di tutto il mondo Joaquin Navarro-Valls pianse.

- Da dove nasceva quella che sembrava una naturale confidenza di Karol Wojtyla con i media?

     «Mi sono chiesto più volte come sia stato possibile che una persona formata nella Polonia del regime marxista, cresciuta in una cultura dove non esisteva l'opinione pubblica e nessuno dava credito ai giornali e alla tv di partito, abbia avuto tuttavia una così grande sensibilità per i media. Alla base c'era l'urgenza di comunicare ai suoi contemporanei quella grande ricchezza di valori umani e cristiani di cui era portatore e responsabile».

- Quale ruolo attribuiva ai media nella comunicazione della Chiesa?

      «A volte qualcuno chiedeva: come possiamo utilizzare i media? Al Papa questa domanda non piaceva, la considerava un'ottica troppo strumentale. La sua idea era che se si vuole comunicare con una grande quantità di persone attraverso i media bisogna accettarne le regole e far passare il messaggio attraverso l'interazione con i mezzi di comunicazione».

- Che cosa rendeva attraente il suo modo di comunicare?

     «Giovanni Paolo II era in grado di rivolgersi a una massa enorme di persone facendo in modo che ognuno sentisse che la comunicazione era diretta a lui personalmente. Questa capacità affascinava soprattutto il mondo dei media. In tutto il tempo che ho lavorato con lui non ho mai avuto il problema di suscitare l'interesse dei media verso il Papa. Piuttosto il mio compito era quello di non deludere le grandi aspettative dell'opinione pubblica verso di lui. Egli è stato un protagonista della nostra epoca che si rivolgeva a tutta una generazione di persone affermando quelle verità che la gente in fondo attende da un Papa».

- Che opinione aveva dei giornalisti?


      «Giovanni Paolo II considerava anzitutto la persona. Una volta un giornalista italiano espresse un giudizio palesemente non vero su una questione che riguardava il Papa. "Come vuole che rispondiamo?", chiesi al Santo Padre. Ma lui rispose alla mia domanda con un'altra considerazione: "Chissà che problemi avrà avuto quel giorno questo giornalista con la moglie o i figli o con il suo direttore, magari dei problemi economici…". Non guardava ai media come una categoria astratta ma pensava ai giornalisti come singole persone. Quando poteva, cercava sempre di stabilire un contatto personale con loro».

- Il Santo Padre era a suo agio davanti alle telecamere?

     «Durante il viaggio negli Stati Uniti del 1987, un importante quotidiano americano fece un'analisi della figura del Papa in televisione. Disse che Giovanni Paolo II era un uomo che "bucava lo schermo", semplicemente ignorando le telecamere. Era lui a creare il clima con la forza di ciò che diceva ed erano quindi le camere a seguirlo e non viceversa. Egli si imponeva con un'immagine - la sua - tremendamente genuina e la gente poteva condividere o meno il suo pensiero ma riconosceva che era sempre autentico».

- E' accaduto che il Papa rimanesse meravigliato dell'evoluzione della tecnica?

     «Mi ricordo che una sera del 1984 o 1985, all'inizio della diffusione di Internet, spiegai al Papa i contenuti essenziali di questa novità sottolineandone le grandi potenzialità per la comunicazione. Lui mi disse solo: "Siamo pronti?". "Intende la Santa Sede? No, non ci siamo ancora", risposi. "Da chi dipende l'esserci o meno?", chiese ancora. E quando risposi: "Da lei", mi disse: "Deciso. Si faccia". E' cominciato così l'ingresso nella rete del Vaticano. Non gli interessavano gli aspetti tecnici ma la visione d'insieme del fenomeno e intuì subito che era importante».

- Cosa è cambiato dopo Giovanni Paolo II nella comunicazione del Vaticano e della Chiesa?

     «Credo sia cambiata la mentalità. Se si parte dall'ipotesi che "è meglio che parlino poco di noi" e "solo se affermano qualcosa di sbagliato, noi reagiamo", questa mentalità è perdente in partenza. Non si può essere semplicemente reattivi nella dinamica delle comunicazioni sociali. Queste, infatti, possono essere paragonate a un grande contenitore vuoto: il primo che ci mette un'idea dentro, viene seguito da tutti gli altri. Bisogna essere propositivi e Giovanni Paolo II l'aveva capito. Non andava dietro all'agenda dell'opinione pubblica; era lui a proporre i temi e i valori di cui si sentiva depositario come Papa».

- Ha imparato qualcosa in quanto comunicatore dal suo rapporto con il Papa?

     «Ho imparato da lui che tutto si può comunicare e molto si deve comunicare. Anche il dolore, la malattia, perfino i dubbi. Solo la menzogna non è comunicabile, neppure per fare una buona figura e migliorare l'immagine».

(Intervista realizzata per il sito multimediale di h2onews.org, che distribuisce ogni giorno notizie in 8 lingue sulla vita della Chiesa).

 
 
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