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Yara, quella famiglia da proteggere

27/06/2014 

Una madre che nega, una moglie che chiede spiegazioni. In mezzo lui, Massimo Giuseppe Bossetti, accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio. Per venire a capo di un’indagine «pazzesca», come ha detto il pm Letizia Ruggeri, s’è dovuta sbrogliare la matassa di un intrigo familiare ricco di silenzi ostinati e segreti inconfessabili risalenti a quasi mezzo secolo fa. Ora che l’inchiesta ha portato (quasi) tutto alla luce, s’apre un’altra partita. Familiare anche questa.

Archiviata la difesa molto d’ufficio di Ester Arzuffi («Il Dna mente, Massimo non è figlio di Giuseppe Guerinoni», ha detto la donna), ecco che scavando nei tabulati telefonici dell’inchiesta emergono nuovi, inquietanti dettagli. Come la chiamata che quando fu ritrovato il cadavere di Yara Bossetti fa alla madre «mentre si trovava a transitare in Chignolo d’Isola», scrivono gli inquirenti, chiedendole se era a conoscenza di quello che stava accadendo. O le intercettazioni delle telefonate della donna con il figlio nei giorni immediatamente precedenti l’arresto. Gli investigatori volevano capire, mentre stavano predisponendo il fermo di Bossetti, se la donna, che aveva capito perfettamente che il Dna trovato sul corpo di Yara Gambirasio era del figlio, gli avesse anche confidato che il suo vero padre era Guerinoni. Bossetti ha detto di aver scoperto solo quando è stato portato in carcere che la persona, ora gravemente ammalata, che ha chiamato papà per 43 anni non era il suo padre biologico.

È su questo segreto di una vita, ributtato in faccia ai protagonisti nel modo peggiore, che s’innesta il dramma di Marita Comi, la moglie di Bossetti e madre dei suoi tre figli di 13, 10 e 8 anni.
«So che stai soffrendo per questo», ha detto la donna incontrando il marito in carcere, «ma io con tua madre non parlo più». Un’altra rottura dolorosa, un altro legame che va in frantumi. E questo, paradossalmente, è forse il macigno meno pesante per Marita. Suo marito è in carcere con l’accusa di aver ucciso Yara. E su questo la donna ha chiesto spiegazioni: «C’è il Dna, tenta di spiegare. Io ti credo, ma tenta di spiegare...». Interrogata nei giorni scorsi la donna era stata chiara: «Gli credo, mio marito non è un assassino. Non è un pedofilo».

È a lei, supplizio nel supplizio, che ora i figli chiedono spiegazioni. Il più grande, ha detto, «sta capendo tutto». Marita Comi ha il dovere di credere al marito ma, con le sue domande, i dubbi, e la  fatica per proteggere i figli, ha aperto uno spiraglio di sincerità e di chiarezza in una storia ancora avvolta da troppe ambiguità e silenzi.

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