logo san paolo
martedì 09 agosto 2022
 
Libri
 

Yehoshua Kenaz: nel servizio di leva si svela l'anima dell'uomo

21/07/2014  In questa intervista, realizzata prima che esplodesse l'ennesimo conflitto fra Israele e Palestina, che sta provocando morte e dolore, lo scrittore racconta l'esperienza del servizio militare per i giovani del suo Paese.

Israele è tra le poche nazioni che richiedono ancora, a ragazzi e ragazze, due anni di servizio di leva obbligatorio. E solo uno scrittore di razza come Yehoshua Kenaz poteva trarre da quest’esperienza un simile capolavoro. Perché Non temere e non sperare (Giuntina), scritto nel 1986, è diventato un classico della letteratura israeliana.

«Nella lotta, nelle debolezze e nelle dinamiche collettive che fanno parte del militare – ci ha spiegato il suo autore – mi è sembrato più semplice riconoscere l’essenza della natura umana».
Ambientato a pochi anni dalla fondazione dello Stato d’Israele, Non temere e non sperare racconta l’addestramento di alcune reclute a ridotta idoneità fisica. Forze di serie B: una precisa scelta di prospettiva che fa comprendere quanto siamo distanti da qualunque genere di retorica. Un quadro potente nel quale le asperità degli individui si scontrano con le necessità della vita insieme.

Questo romanzo è unico, anche come mole, nella sua carriera di scrittore. Perché dedicare un capolavoro di quasi 800 pagine a luci e ombre delle forze di difesa israeliane?
«È piuttosto dedicato ai ragazzi che compiono l’esperienza dell’esercito, un passaggio che richiede grandi sacrifici e mette alla prova le qualità e i difetti delle persone a tal punto da metterle a nudo, rendendole quasi trasparenti. Nella lotta e nella debolezze e nelle dinamiche collettive che fanno parte del servizio militare mi è sembrato più semplice riconoscere l’essenza della natura umana, se così si può dire».

In primo piano, un gruppo di diciottenni diversi - europei, arabi, sabra [nativi d’Israele, ndr] - un melting pot ante litteram. Alcuni hanno perfino difficoltà ad apprendere l’ebraico. Cos’è significato il servizio di leva per la formazione dello Stato d’Israele?
«È l’esperienza che accumuna tutti i giovani israeliani a prescindere dalla provenienza. Un’esperienza che richiede un sacrificio, e dopo averla superata insieme, quel sacrificio comune offerto al Paese in cui quegli stessi soldati vivranno tutti insieme, quel sacrificio diventa il simbolo della comunità tutta».

Oggi in numerose nazioni non vige più il servizio obbligatorio. Israele continua a mantenerlo, non senza dibattito nell’opinione pubblica. Anche nelle sue pagine vengono riportati episodi tragici.
«Gli episodi tragici appartengono alla vita. Sull’esercito obbligatorio non spetta a me decidere - sarebbe una responsabilità troppo grande».

Queste tematiche restano però sullo sfondo. Lei si concentra sui personaggi, che torneranno alla vita civile profondamente cambiati. Quanto vi è di autobiografico in queste pagine?
«Anche io, come Melabbes [uno dei protagonisti, ndr], osservavo le varie forme di umanità intorno a me, le scene drammatiche e quelle divertenti, stringevo amicizie e detestavo altri ragazzi... La maggior parte delle storie non sono avvenute, ma gli occhi di molti compagni d’armi erano gli stessi di quelli dei ragazzi del romanzo».

Aprendo il romanzo, cita Conrad: «No, è impossibile comunicare la sensazione viva di un periodo della propria esistenza [...] Viviamo, come sogniamo, soli». Allora perché scrivere?
«Per me è il modo che più si avvicina alla possibilità di svelare l’essenza delle cose e per passione, la passione di raccontare».

La tensione tra una visione del mondo idealizzata e la sua traumatizzante complessità è un altro tema portante. “I più forti sono i primi a spezzarsi”, afferma uno degli istruttori.

«Benny, l’istruttore che pronuncia quella frase, è una persona cinica e tremenda, ma conosce molti aspetti della vita militare e forse della vita in generale. Quelli troppo forti si spezzeranno prima, perché troppo sicuri di sé o troppo integerrimi o troppo idealisti si esporranno ignari ai colpi di ciò che li aspetta...».

I suoi personaggi affascinano e respingono al tempo stesso, ognuno è capace di eroismi e miserie inconfessabili. Per tutti loro, però, manifesta una radicale comprensione. Una caratteristica costante della sua scrittura.
«È la pietà che nutro verso gli esseri umani, così fragili eppure capaci di grandi gesti di coraggio. È la doppia natura dell’uomo, che suscita in me compassione... e, a volte, può essere anche divertente».

Nelle sue opere racconta di condomini di periferia, case di riposo, caserme, ambienti dove vite estranee sono costrette a entrare in contatto. Incontri che fanno emergere verità nascoste, come se soltanto uno sconosciuto potesse rivelarci a noi stessi.

«Sono come dei laboratori dove è possibile condurre esperimenti. E dove è possibile che le paure o i desideri delle persone si propaghino nello spazio e vadano a influenzare i comportamenti delle persone che ci stanno vicine... Una dinamica che mi ha sempre affascinato».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo