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venerdì 10 aprile 2020
 
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Yemen, la passione di padre Tom nelle mani dei rapitori

10/03/2016  Non si sa ancora nulla del missionario salesiano rapito il 4 marzo scorso ad Aden durante l'agguato terroristico in cui sono morte quattro suore e dodici civili. «Preghiamo per lui», dice il vicario dei Salesiani padre Francesco Cereda, «siamo in contatto con la Segreteria di Stato vaticana, la nunziatura del Kuwait e il governo degli Emirati. Pur avendo subito minacce, padre Tom aveva deciso di restare nel Paese per sostenere i cattolici yemeniti e le Missionarie della carità»

Un fiume di preghiere da parte dei salesiani di tutto il mondo per chiedere la liberazione di padre Tom Uzhunnalil, il sacerdote del Kerala cappellano delle suore di Madre Teresa rapito in Yemen dopo l’agguato terroristico del 4 marzo scorso ad Aden durante il quale sono state uccise quattro missionarie della Carità e altri dodici civili. Il sacerdote, 56 anni, è in missione in Yemen da quattro anni. Suo zio Matteo, salesiano anche lui, è stato il fondatore della missione. Aveva deciso di restare nel Paese, pur avendo la possibilità di abbandonarlo. I salesiani sono presenti in Yemen dal 1987 e si prendono cura dei pochi cattolici locali e dei molti lavoratori migranti. Padre Tom è nato a Ramapuram, vicino a Pala (Kottayam, Kerala), da una famiglia profondamente cattolica. «Finora», ha detto ad AsiaNews il vicario del Rettor maggiore dei Salesiani padre Francesco Cereda, «non abbiamo alcuna notizia sulla situazione di padre Tom. Il Ministro indiano degli Esteri, Sushma Swaraj, ha assicurato che il governo farà ogni cosa che è in suo potere per localizzare, per avere il rilascio di don Tom e per portarlo indietro sano e salvo. Anche il primo Ministro dello Stato Federale del Kerala,  Oommen Chandy, ha assicurato ogni possibile aiuto; egli è in frequente contatto con il governo centrale e con l’Ispettore della comunità salesiana di Bangalore, che è l’ispettoria di origine di don Tom. Questo interessamento si spiega perché padre Tom è originario del Kerala. Anche la Conferenza episcopale indiana e in Mons. Paul Hinder,  il Vicario Apostolico dell’Arabia del Sud stanno prendendo ogni iniziativa possibile. Essi sono in contatto con la Segreteria di Stato vaticana, la nunziatura del Kuwait, il governo degli Emirati».

Padre Tom è stato rapito il 4 marzo scorso in Yemen
Padre Tom è stato rapito il 4 marzo scorso in Yemen

Padre Tom pur avendo subito nei mesi scorsi alcune violenze (la sua chiesa era stata bruciata),  aveva deciso di rimanere nel Paese in guerra per sostenere le missionarie della Carità e i fedeli cattolici presenti in Yemen, quasi tutti lavoratori migranti provenienti da India, Filippine, Sri Lanka, Indonesia. «Siamo in quel Paese dal 1987», ha detto Cereda. «Siamo stati presenti per radunare e curare dal punto di vista sacramentale e spirituale un gran numero di cattolici migranti da India, Filippine, e da altre parti che lavorano negli ospedali, negli ospizi, nelle compagnie di business. A Sana’a, la capitale, i salesiani offrono il servizio pastorale anche ai cattolici presenti nel corpo diplomatico. Noi siamo gli unici sacerdoti presenti in Yemen e siamo divenuti un grande sostegno per le missionarie della Carità, che si prendono cura di malati, anziani, bambini bisognosi nelle città di Sana’a, Aden, Hodeida e Taiz».

Sulla situazione del Paese, Cereda ha detto che il clima attuale «non è favorevole al dialogo con i musulmani. Così, i salesiani si sono limitati anzitutto a offrire i propri servizi alle istituzioni guidate dalle suore e ai migranti cattolici, aiutando anche la popolazione locale nei suoi bisogni. Va detto che vi sono pochissimi yemeniti cattolici: molti hanno lasciato il Paese o hanno abbandonato la fede». Lo Yemen è in guerra da circa un anno. «Il governo dell’India», ha spiegato il vicario dei Salesiani, «ha chiesto ai suoi connazionali di lasciare lo Yemen, ha chiuso la sua ambasciata e nel 2014 ha riportato a casa migliaia di indiani. Il superiore della provincia salesiana di Bangalore, a cui è affidata la missione in Yemen, ha discusso il da fare con mons. Hinder. Capivamo che andare via tutti, voleva dire privarsi dell’unica presenza cattolica organizzata in Yemen. Allo stesso tempo, non si poteva obbligare nessuno a rimanere. Così si è lasciato decidere la questione ad ogni individuo. Di cinque salesiani presenti nel Paese, tre hanno deciso di ritornare in India; due hanno deciso di rimanere per assistere in particolar modo le missionarie della Carità, anch’esse decise a restare, insieme ai pochi cattolici che lavorano nei loro centri. I due sacerdoti rimasti, uno dei quali è padre Tom, hanno offerto il loro servizio pastorale fra grandi rischi per la loro incolumità, spostandosi da una comunità all’altra delle suore di Madre Teresa».  

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