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Yemen, un terrorista alle trattative Onu?

12/07/2015  Si chiama Abdel-Wahab Humayqani. Dal 2013 è stato qualificato dagli Usa come “terrorista globale” e inserito nella lista dei finanziatori di Al Qaeda. Eppure siede al tavolo delle trattative di pace di Ginevra per fermare la guerra yemenita. Come ci è finito?

Si chiama  Abdel-Wahab Humayqani e dal 2013 è stato qualificato dagli Usa come “terrorista globale” e inserito nella lista dei finanziatori di Al Qaeda. La schizofrenia Usa diventa evidente osservando il tavolo delle (finora inutili) trattative di pace di Ginevra della guerra yemenita. Humayqani infatti siede al tavolo dei colloqui dal lato della fazione appoggiata da Usa, Arabia Saudita, Israele e dalla maggioranza dei Paesi sunniti.

Eppure l'accusa americana aveva documentato che «l'immagine pubblica del signor Homayqani rivela profondi legami con Al Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap), un franchising, nello Yemen, del gruppo terroristico globale». «Oltre a rifornire di denaro  Al Qaeda», proseguiva il documento, «ha giocato un ruolo chiave negli sforzi di reclutamento e attacchi diretti persino contro le stesse truppe dell'esercito yemenita».

Humayqani è stato anche accusato dal Dipartimento del Tesoro di utilizzare una serie di fonti di beneficenza per incanalare denaro ad al-Qaeda nella Penisola Arabica, una accusa respinta dall'interessato, contro ogni evidenza.

Abdel-Wahab Humayqani. In copertina: lo stesso Abdel durante un incontro della delegazione.
Abdel-Wahab Humayqani. In copertina: lo stesso Abdel durante un incontro della delegazione.

Che pasticcio: gli amici dei nemici diventano amici

Secondo le stesse autorità americane, nella sua qualità di capo di un ente di beneficenza Humayqani ha usato il suo status per raccogliere fondi e ha «agevolato i trasferimenti finanziari da parte dei sostenitori di Al Qaeda dell'Arabia Saudita a sostegno delle operazioni terroristiche in  Yemen».

A partire dal 2012, Humayqani è stato insomma «una figura importante all'interno di Al Qaeda, in relazione con importanti leader della organizzazione terroristica». Ufficialmente Humayqani  è stato tenuto a lungo sotto osservazione per i suoi stretti rapporti con l'Iman dell'Università di Sana’a, un’istituzione religiosa sunnita, fondata dallo sceicco Abdulmajid al-Zindani, che è stato designato come un "terrorista globale" da parte del Dipartimento del Tesoro fin dal 2004.

Oggi, anche di fronte al fallimento dei colloqui di pace avviati a Ginevra dall'Onu, è palpabile l'imbarazzo degli Stati Uniti di fronte a una politica estera incomprensibile, contraddittoria e pasticciata. Il Dipartimento di Stato aveva espresso, chiaramente ma  sommessamente, ancor prima dell'inizio delle trattative, «serie preoccupazioni circa i colloqui di pace di Ginevra per lo Yemen», in merito alla «presenza del finanziere di al-Qaeda in seno alla delegazione del governo filo-saudita del presidente Hadi», che gode anche dell'appoggio Usa.

Una manifestazione poco incisiva di dissenso caduta nel vuoto: il movimento politico capeggiato da Humayqani è stato ugualmente incluso nella delegazione ignorando del tutto le obiezioni degli Stati Uniti. Fonti diplomatiche statunitensi hanno laconicamente commentato il fatto sostenendo che «si tratta di un problema che non noi, ma l'Onu, dovrebbe affrontare».

La Croce Rossa Internazionale assiste i feriti in Yemen.
La Croce Rossa Internazionale assiste i feriti in Yemen.

L'Isis scende in campo al fianco della coalizione filo-saudita

  

Ma sul ruolo del terrorismo jihadista nella guerra yemenita si deve registrare un ulteriore salto di qualità. Ufficialmente il 16 giugno, vigilia del Ramadan, l'Isis è sceso in campo a fianco della coalizione filo-saudita appoggiata dagli Usa, con un sanguinoso attacco a colpi di autobomba. Cinque esplosioni simultanee nella capitale Sana’a hanno colpito tre moschee e le abitazioni di due dirigenti Houti: attentati sanguinari, da 30 a 50 morti e almeno 80 feriti (a seconda delle fonti) prontamente rivendicati dall'Isis: a riprova che il preteso conflitto tra Isis e al Qaeda è tutto da dimostrare.

Nel frattempo continuano i bombardamenti quotidiani sulla capitale e non si allenta il blocco totale, garantito dalla marina Usa, che impedisce l'arrivo di carburante (indispensabile per il funzionamento dei pochi pozzi di acqua potabile) cibo, medicine e aiuti umanitari, vitali per almeno 16 milioni di persone, al momento prigioniere nel proprio Paese e senza vie di fuga.

Adel al Jubeir, il nuovo ministro degli Esteri saudita, con il segretario di Stato Usa John Kerry.
Adel al Jubeir, il nuovo ministro degli Esteri saudita, con il segretario di Stato Usa John Kerry.

Gentiloni manterrà la «comprensione» per l'azione “difensiva” dell'Arabia Saudita?

In Italia, rispetto a questa situazione, definita dall'Onu e da Medici senza Frontiere una catastrofe umanitaria di enormi proporzioni, e di fronte alle prove di palesi violazioni del diritto internazionale, dei diritti umani, si sono levate voci di dissenso rispetto alla nostra politica estera di generico appoggio all'azione saudita nello Yemen, sostanziate per ora in una interrogazione al Governo da parte di un gruppo di parlamentari Cinquestelle.

Il fatto è che Gentiloni, a fine marzo, quando sono iniziati i bombardamenti sauditi, ha espresso «comprensione per le preoccupazioni legate agli sviluppi della crisi in Yemen che configurano una minaccia alla sicurezza dell'Arabia Saudita», e preso atto delle «caratteristiche limitate e difensive della preannunciata azione militare»: una valutazione, che oggi appare come minimo inadeguata all’oggettiva situazione sul campo, espressa  a all'indomani dell'incontro fra il nostro ministro degli Esteri e il collega saudita principe Saud al-Faisal.

Forse un’iniziativa di verifica della nostra politica estera sarebbe necessaria dopo il cambio al vertice del ministero degli Esteri saudita dello scorso 28 aprile (l'ambasciatore saudita a Washington Adel al Jubeir è infatti il nuovo ministro degli Esteri). Re Salman lo ha nominato sostituendo Saud al Faisal, che guidava la diplomazia saudita dal 1975. Al Jubeir è il primo ministro degli Esteri a non appartenere alla famiglia reale.

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