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Zoff agli Azzurri: «Siete i migliori»

10/06/2016  Agli europei ha esordito in azzurro, li ha vinti da giocatore e sfiorati da ct: «Conte ha scelto i migliori. Quel golden gol nel 2000? Sono fatalista, quello che è stato è stato»

Un Campionato europeo si può perdere a venti secondi dalla gloria o vincere passando per lo sghiribizzo di una monetina. Dino Zoff lo sa. Per la sua storia azzurra, cominciata a 26 anni nella porta dell’Italia, ai quarti di ­finale di un Campionato europeo, l’unico vinto dall’Italia nel 1968 (monetina in semi­finale), e fi­nita da Commissario tecnico, nel 2000, con il golden gol di Trezeguet (dopo essere stati in vantaggio ­fino al 93° e 40 secondi), ha incrociato l’Europa del pallone in nodi cruciali come nessuno.
Anche per questo è un padre nobile ideale per l’Italia all’esordio europeo, il 13 giugno contro il Belgio ma, per come parla, sembra più un papà che mette una mano sulla testa – scompigliando chiome troppo ardite per i suoi tempi – a ragazzi che potrebbero essergli ­figli, o addirittura nipoti, con lo sguardo di chi c’è passato e sa come si sta, a partire per giocarsi tutto e prendere tutto o prendere niente.
«Gli Europei storicamente sono una piazza diffi­cile per noi: sembra strano ma è una manifestazione con cui abbiamo, come Italia, un rapporto complicato, di cui sono testimone. Ci sono arrivato da Ct vicino per pochi secondi: alla mia squadra di quel momento posso dare atto d’aver giocato bene, con comportamenti adeguati alla responsabilità della maglia».

AZZURRITUDINI

L’Italia di oggi è capitanata da Gigi Buffon, che l’ha onorata con il record di presenze, ma Dino Zoff, per ritrosia, per serietà, non ci sta a giocare alle partite con la storia, gli pare sempre inelegante mettere altri a confronto con sé stesso come termine di paragone: «Zoff/Buffon. Conte/Buffon, come si fa a dire? È un gioco che non mi piace tanto. Ognuno vive i suoi tempi. Ma non credo che oggi la maglia della Nazionale sia meno sentita che in passato. Rispetto a un tempo è forse diventata meno determinante per la visibilità di un giocatore: ai miei tempi era, tranne per i pochissimi che giocavano la Coppa dei Campioni, l’unico modo di farsi notare all’estero, di diventare un calciatore di valore internazionale. Oggi, questo valore si misura attraverso i club: ci sono tante coppe, le telecamere arrivano dappertutto. Quando c’era meno Tv paradossalmente la maglia azzurra univa di più».
Zoff però la sua prima la indossò, in casa, agli Europei, a Napoli, da portiere del Napoli, buttato nell’acqua ai quarti di ­finale senza preavviso: «C’erano stati infortuni dei portieri titolari. Ma non ero giovanissimo, avevo esperienza, tante partite alle spalle: è stato emozionante soprattutto per il pubblico napoletano».
Stavolta in casa giocherà la Francia, spesso decisiva nel bene e nel male nei trascorsi azzurri, e giocherà in un momento storico particolare di tensione, che potrebbe darle, come ai Mondiali è accaduto a noi, un sovrappiù di compattezza: «Non so se giocare in casa sia un vantaggio, a noi nel 1968 andò bene, ma non direi che il fattore campo sia così signi­ficativo. Credo che, al di là dei favori del pronostico sulla carta, che parlano delle solite Francia, Germania, Spagna, Belgio, sarà un Europeo molto equilibrato. E credo che noi possiamo dire la nostra e fare un buon Europeo. Poi, vincere è sempre tutta un’altra cosa».
L’Italia uscita dal cilindro di Antonio Conte somiglia a quella che Dino Zoff si aspettava alla vigilia delle convocazioni: «Antonio Conte ha certamente valutato più da vicino di me e mi sembra proprio che abbia tirato fuori il meglio. Certo gli infortuni di Claudio Marchisio e Marco Verratti comportano perdite importanti, ci fanno perdere un po’ di qualità a centrocampo, ma così è la vita».
L’Italia rispetto a un tempo è più europea, pesca nel Paris Saint-Germain, nel Manchester United, nel West Ham: «Ma tenere d’occhio giocatori sparsi non complica la vita a Conte più che ad altri, sono di più i giocatori stranieri in Italia che i nostri all’estero. Semmai il problema è che, esclusi gli juventini, nelle altre squadre di Campionato italiano gli italiani hanno poco spazio e questo restringe fatalmente la rosa della Nazionale».
In compenso l’Europa del pallone è diventata virtualmente più grande, l’assetto politico uscito dalla caduta del muro di Berlino e dalla disgregazione dell’ex Jugoslavia ha moltiplicato le squadre pretendenti: «Ma rispetto ai tempi in cui giocavo io questo ha fatto diminuire la dif­ficoltà degli Europei, reso più semplice passare il turno. Russia e Jugoslavia erano due sole squadre, è vero, ma erano ossi più duri della somma delle attuali spezzettate: erano fortissime».
In Francia la quali­ficazione agli ottavi degli azzurri di Conte passa per Belgio, seconda nella classi­fica mondiale della Fifa; Svezia, ricordo di un fedifrago “biscotto” subìto dall’Italia di Trapattoni in Portogallo nel 2004, e Irlanda, beffarda con l’Italia in avvio di Mondiale 1994. Ma Zoff, concretissimo friulano, sideralmente lontano dalle cabale, si regola con la logica dei valori in campo: «Belgio e Italia devono passare il turno».
Adesso che si dice che giochi “all’italiana” pure il Real Madrid, non si può dire che doverlo fare sia un’offesa, meno che mai a un Dino Zoff, grande estimatore di Enzo Bearzot: «È un’espressione di cui si abusa a tutte le latitudini. Io vorrei ricordare che con il gioco “all’italiana”, che non era quello che hanno in mente quelli che vedono male l’Italia, nel 1982 abbiamo vinto i Mondiali. Dobbiamo giocare con le nostre qualità, inventiva e fantasia sono le nostre attitudini, dobbiamo sfruttarle al massimo».
Detto questo, lui che pure aveva un’Italia offensiva, la mette sul realismo: «Il calcio è semplice: si attacca quando si può, ci si difende quando non si riesce ad attaccare. Credo che l’importante sia l’equilibrio della squadra in campo. Gli uomini contano più della ­filosofi­a: se hai 11 fenomeni puoi andare sempre all’attacco, se non li hai è da scriteriati, perdi». Sa per esperienza che la panchina dell’Italia è scomodina: «Ma non più di quanto lo siano tutte le panchine in Italia».

PIEDI PER TERRA

  

Se poi si va avanti prima o poi andrà a ­finire com’è scritto da sempre nelle stelle: Italia-Francia; Italia-Germania. Ma è davvero troppo presto per dirlo.
E allora si fa il gioco dei ricordi tatuati nell’anima (e solo nell’anima, ai tempi di Zoff non usava il calciatore affrescato come la Cappella Sistina): «Con la Germania il più intenso è quello del Mondiale 1982 (quando le mani di Zoff divennero un dipinto di Guttuso, ndr), con la Francia, ahimè, gli ultimi 20 secondi di sofferenza dopo il pareggio di Wiltord al 93° minuto e 40 secondi nel 2000. No, non sogno mai – ogni volta che rivedo quel gol – che la palla esca: sono fatalista, quello che è successo è successo. I se e i ma non contano». Il golden gol che giustiziò la sua Italia e la monetina che gli permise di vincere sono regole decadute: «Meglio i rigori: una monetina con qualcosa in più di qualità».
Gli abbiamo chiesto un bigliettino per l’Italia: «Fiducia nei vostri mezzi, ragazzi, senza troppe bandiere al vento». Dove li vedrà: «A casa, quando guardo il calcio non amo la compagnia, stando a sentire le critiche di tutti. Già i media sono così feroci».

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