Allo scadere del mandato di Marta Cartabia, prima donna a ricoprire il ruolo di presidente della Corte costituzionale, il 16 settembre 2020 la Consulta ha eletto il suo nuovo presidente. Si tratta di Mario Rosario Morelli, 79 anni, nato a Roma, ma laureato in Giurisprudenza all’università “Federico II” di Napoli, giudice civile poi magistrato di Cassazione, è stato presidente della terza sezione civile alla Suprema corte e direttore dell'Ufficio del Ruolo e del Massimario.

Nel 2011 è stato eletto dalla Corte di Cassazione Giudice della Corte Costituzionale, dal 2018 è stato Vicepresidente della Consulta. Ora è il nuovo presidente. Nel solco della tradizione i giudici della Consulta hanno scelto, secondo il criterio di anzianità, il collega che da più tempo siede alla Corte chiamata a giudicare la costituzionalità delle leggi. Sposato, con due figlie, Morelli tra il 1973 e il 2000, prima di essere nominato giudice della Consulta, vi era già entrato come assistente di studio, prima del giudice Giulio Gionfrida, poi di Livio Paladin e infine di Renato Granata. In quegli anni ha partecipato all’istruttoria per l’unico processo costituzionale per reati ministeriali celebrato nella storia della Repubblica, il processo Lockheed.

Morelli è stato eletto con con 9 voti, come primo atto da presidente, Mario Morelli ha nominato vicepresidenti i giudici Giancarlo Coraggio e Giuliano Amato, che nella stessa votazione hanno ricevuto rispettivamente 5 e un voto. Rimarrà in carica fino al 12 dicembre 2020, quando scadrà il mandato di nove anni di giudice costituzionale.

Il suo caso riaccenderà probabilmente il dibattito sulle presidenze brevi della Consulta, la prassi che porta all’elezione del più anziano fa sì, infatti, che in alcuni casi alla presidenza si arrivi quando è ormai molto vicina alla scadenza definitiva del mandato di giudice costituzionale. Per la stessa ragione Giuliano Vassalli e Giovanni Conso furono al vertice della Corte costituzionale tre mesi, Vincenzo Caianiello soltanto 48 giorni.

Il tema è uscito anche alla conferenza stampa di presentazione del nuovo presidente che ha risposto così a chi gli chiedeva se tre mesi fossero sufficienti a imprimere un indirizzo alla Corte: «C'è una lunga tradizione alla Corte in cui si affiancano due linee di pensiero sull'elezione del presidente, quella dell'anzianità, con interrogativi sul tempo che si ha di fronte; dall'altra parte c'è la fedeltà a questo palazzo. Ho vissuto in questo palazzo per 50 anni, ho assistito a tante elezioni e a tante conferenze stampa. Nel caso di una presidenza che sfiorava il mese, la Corte ha detto sì. Perché comunque assicura serenità e indipendenza. Ma nessuno ha mai pensato di scavalcare la designazione temporale privilegiando il prestigio. Solo in quattro casi c'è stata una deviazione che però ha strascichi. La collegialità è la risposta agli inconvenienti legati al breve tempo. Io porterò avanti i progetti di Lattanzi e di Cartabia. La Corte lavora collegialmente, quindi il contributo viene dato come giudice prima e come presidente dopo. Non cambia nulla. Per questo ho già nominato i due vice presidenti, tra cui Giancarlo Coraggio, che al 99,99% sarà il prossimo presidente».

È anche vero che il tema delle presidenze brevi è meno caldo che in passato, perché benefit e indennità un tempo riservati a tutti i presidenti uscenti, ora sono decaduti o scattano soltanto se si è stati in carica almeno 10 mesi nel medesimo anno solare.