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Ottant’anni fa ci fu la più grave strage ferroviaria della storia italiana: oltre 600 morti asfissiati su un treno fermo in una galleria. Nell’Italia ancora in piena guerra, il 3 marzo del 1944, sul treno 8017 Battipaglia-Potenza centinaia di persone furono intossicate dal monossido di carbonio. Famiglia Cristiana nel 1979 intervistò alcuni dei sopravvissuti di allora. Ecco alcuni stralci del reportage del nostro inviato Cenzino Mussa.
«C'era un silenzio irreale, la neve e tutti quei poveretti. Mostrai ai ferrovieri e ai contadini come si fa la respirazione bocca a bocca» raccontò il dottor Orazio Pacella. «Avevo solo cento fiale di adrenalina, non potevo permettermi di sbagliare. Saltavo da una vettura all'altra, cercavo un cenno di vita nei riflessi oculari, poi facevo l'iniezione al cuore. Nessun altro medico arrivò per tutta la mattinata. Poi vennero le autorità da Potenza con una dottoressa americana. Allontanarono tutti, anche me. Ne avevo salvati 51, mi restavano 49 fiale, avrei potuto salvarne altri. Protestai, Dio mio, fatemi salvare altre vite. Mi cacciarono. E questo è il tormento che mi accompagna».
Maria Le Caldare, che su quel treno perse la madre, raccontò: «Vennero dei camion da Potenza. Caricarono i cadaveri e salirono per il paese». Fra i sopravvissuti ci fu Ciro Pernice: «Eravamo cinque fratelli, la fame ci faceva sragionare, avevamo mangiato tutto quello che c'era, persino i semi. Su quel treno m'ero addormentato con una mantellina militare avvolta sulla testa. Mi dissero che la mantellina aveva fatto da filtro».
La strage è rimasta impunita, il numero esatto delle vittime non è stato mai accertato e ancora oggi, a 80 anni di distanza, i familiari delle vittime continuano a ricordarli




