In un’Italia che non fa più figli, c’è chi getta il cuore oltre l’ostacolo e donandosi con amore accoglie la vita e la fa fiorire. È la storia di Loredana e Roberto Provera, 61 e 65 anni, maestra di scuola materna e agente di commercio ormai entrambi in pensione. È il 17 dicembre 1976 quando, sposati da un paio di anni, perdono al quarto mese di gravidanza il bimbo che Loredana ha in grembo. La diagnosi non lascia scampo, non potranno avere più figli. Eppure, nel 1978 nasce Ilaria e due anni dopo Francesca. Nel 1992, Andrea. «All’epoca avevo 36 anni», racconta Loredana, «e il ginecologo mi chiese se volevo fare l’amniocentesi. Rifiutai qualsiasi indagine prenatale, il figlio era desiderato e voluto. Furono nove mesi meravigliosi». Poi la scoperta. Trisomia 21, altrimenti detta sindrome di Down. «Nel frattempo era morto mio padre all’improvviso, la seconda botta fu la situazione di Andrea. Non ce lo aspettavamo». Papà Roberto e mamma Loredana ricordano seduti nel loro salotto di Fino del Monte, in provincia di Bergamo: 23 anni dopo l’emozione è sempre la stessa. Con gli occhi lucidi di chi oggi sa cosa vuol dire amare ed essere ricambiato con la gratuità e l’abbandono degli abbracci di Andrea, Roberto dice, ripensando a quel giorno: «Ci tenevamo per mano e dicevamo il Padre Nostro». E Loredana: «Per la disperazione passavamo le notti chiedendoci “Perché proprio a noi?”. Poi adagio adagio abbiamo iniziato a dirci: “Perché proprio agli altri?”. Non c’è spiegazione. Più il tempo passava più guardavamo quel pulcino, la tenerezza e l’amore aumentavano a ogni sguardo».



Indimenticabile per lei il giorno in cui ha detto alle figlie cosa aveva Andrea. «Le ho portate a fare una passeggiata e ho detto loro: “Vostro fratello ha la sindrome di Down”. Ilaria aveva 14 anni, Francesca 12. Ricordo che Ilaria mi rispose: “Mamma, tu quando eri incinta non avresti mai avuto il coraggio di uccidere Andrea, vero?”. Per me fu una testimonianza grandissima. Non solo Andrea c’era, ma non lo si poteva toccare. Quella fu la prima spinta per iniziare a muoverci per lui in maniera decisiva, smettendo di chiederci perché e imparando a vivere per Andrea e grazie ai suoi sorrisi. La famiglia unita c’era ed è cresciuta intorno a questo bambino». Due anni dopo, domenica 18 giugno 1995 (ancora se lo ricordano i coniugi Provera, che hanno conservato nel cuore e nel cassetto il ritaglio di giornale), sfogliando Avvenire Loredana e Roberto leggono di Simone, bimbo affetto da sindrome di Down in cerca di casa. «Lì è scattata la molla, una scintilla» ricorda Loredana. «Roberto mi ha detto: “Telefona immediatamente” e così è stato. A settembre ci hanno avvisato che c’era un piccolo disponibile per l’adozione». Le figlie, come sempre, vengono coinvolte: «Noi siamo anziani, quando non ci saremo più toccherà a voi», e la risposta è positiva: «Che problema c’è, siamo due sorelle e ce ne terremo uno per ognuna». Inizia così un iter burocratico eterno, «il travaglio più lungo della mia vita», dice Loredana, «dove la sala parto è stata l’aula del giudice». Che porta all’adozione. «Venerdì 10 novembre 1995 andiamo a conoscere Nena in ospedale. Aveva 45 giorni, il sabato era già a casa con noi». «Non dimenticherò mai la prima visita dal pediatra», ricorda Roberto. «Questo bimbo, ci disse, ha lo sguardo ospedalizzato, 45 giorni lasciato a fissare il soffitto». Così come indimenticabile resta l’arrivo a casa: «L’unico problema è stato contenere la gioia». La stessa che anima il loro viso oggi quando ricordano.



È questo che li ha spinti a fare una scelta così generosa. «Per noi misericordia è sinonimo di donarsi. Anche il giudice ci ha chiesto perché. La risposta oggi come allora è: sulla spinta del sorriso di Andrea. La voglia di vedere ancora un sorriso così. Abbiamo scoperto nel tempo che questi ragazzi sono come orticelli: più li coltivi e più danno frutti. Non potevamo pensarlo buttato in un istituto». E aggiunge Roberto: «Quando Andrea aveva due anni abbiamo avuto la fortuna di conoscere Jerome Lejeune, genetista, pediatra e attivista francese, scopritore della causa della sindrome di Down, proclamato servo di Dio dalla Chiesa cattolica. Dopo averlo analizzato dalla testa ai piedi, ci ha chiesto se avevamo domande (la commozione rompe la voce di Roberto che prende fiato), poi ci ha salutato dicendo: “La più bella medicina per Andrea è l’amore”. Ecco perché nella nostra vita c’è anche Nena».


Oggi la famiglia Provera si è allargata. Francesca e Ilaria si sono sposate e hanno avuto figli pur abitando ancora tutti vicini. Andrea e Nena sono zii per ben sei volte. Mamma Loredana guardando indietro chiosa così: «Abbiamo insegnato ai nostri figli cosa sono l’amore e l’accoglienza, frutto della vita. E che dobbiamo imparare ad accoglierci per quello che siamo e non per quello che vorremmo che fosse l’altro. Questo lo fai solo se l’altro lo ami. Noi abbiamo seminato e loro erano pronti a raccogliere».