C'è un'ora e un moment in cui Roma smette di essere Roma e diventa qualcos'altro. Quando i turisti dormono e le fontane parlano solo con se stesse e il Tevere se ne va senza salutare nessuno. Erano passate le due di notte, mercoledì 14 maggio, e al Foro Italico non dormiva quasi nessuno. Sul Campo Centrale, quello che gli sponsor chiamano con un nome che non staremo a ripetere, Luciano Darderi stava annientando Rafael Jodar 6-0 nel terzo set, come se il giovane madrileno non fosse mai esistito. Eppure due ore prima era sembrato tutto diverso, tutto perduto. Il tennis ha questa crudeltà tenera: ti illude e ti redime nello stesso respiro.

Chiamatelo Luli, come lo chiama chi lo conosce davvero. Luciano Darderi è nato il 14 febbraio 2002 a Villa Gesell, in Argentina. Figlio dell'ex tennista Gino Darderi, ha la doppia cittadinanza grazie alle radici italiane. Quelle radici portano a Fano: il nonno paterno, emigrato in Argentina a 22 anni dopo la guerra, si portò dietro un cognome e una storia che il nipote sta ora trasformando in qualcosa di memorabile. Quando si dice che il calcio, e lo sport in genere, è fatto di ritorni, si pensa solitamente ai calciatori sudamericani che vengono a giocare in Serie A. Raramente si pensa a un ragazzino con la racchetta che percorre la strada al contrario e la trova lastricata di terra rossa.

A dieci anni, Luciano viene in Italia per giocare un torneo a L'Aquila. È la prima volta. Da quel momento decide di restare. Nel dicembre 2020 sceglie la Toscana come luogo dove ricostruire il proprio corpo e il proprio tennis: il centro Vertex di Arezzo, un laboratorio d'avanguardia dove lui e il fratello Vito crescono anche oltre i colpi con la racchetta. Il padre Gino lo allena tuttora, quella è una storia di famiglia che vale più di qualunque statistica, un uomo che ha giocato a tennis e poi ha deciso che il suo tennis migliore sarebbe stato quello del figlio. «Il tennis è una cosa che mi esplode dentro e che vorrei non lasciare mai», ha detto Luciano in un'intervista. Certe frasi non si inventano. O le senti oppure no.

Ha 24 anni, uno in meno di Sinner, e un ranking che a marzo di quest'anno ha toccato il numero 18 del mondo. Ma dopo gli Internazionali potrebbe essere anche più in su, a fare compagnia a Jannik, inamovibile in prima posizione, ma anche a Cobolli alla 12 e Musetti – infortunato – alla 11. È un giocatore da fondo campo, destrorso con rovescio bimane, specialista della terra rossa. Il suo gioco è fondato su solidità, continuità e capacità di gestire i punti lunghi. Cinque tornei vinti dall'inizio del 2024, tutti su terra rossa, l'ultimo dei quali è stato l'ATP 250 di Santiago del Cile a febbraio. Gli piace la lentezza della polvere di mattone, il rimbalzo alto, il tempo in più per pensare. Ma soprattutto gli piace la sofferenza. Non nel senso patologico: nel senso che sa stare nel dolore di una partita come pochi altri sanno fare.

ANSA/FABIO FRUSTACI
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Luciano Darderi, italiano, reagisce dopo aver vinto il suo incontro di singolare maschile contro il tedesco Alexander Zverev (non in foto) agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma, Italia, il 12 maggio 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI (ANSA)

La storia della settimana romana comincia lunedì scorso, contro l’americano Tommy Paul, rimonta da un set di svantaggio, ma è martedì che accade qualcosa di impossibile. Alexander Zverev ha vinto due volte a Roma. È il numero 3 del mondo. Ha trent'anni suonati e l'aspetto di uno che non ha mai passato una notte insonne nella sua vita. Darderi perde il primo set 1-6, in 29 minuti, come se Zverev stesse semplicemente passando. C'è un momento, in certi sport, in cui l'avversario smette di essere un avversario e diventa una forza della natura. Zverev era così. Nel secondo set il tedesco breaka immediatamente, Darderi lamenta qualche giramento di testa, chiede acqua ogni game. La partita sembra già scritta. Ma Darderi ha evidentemente letto altri libri.

Zverev si fa breakkare sul 5-4 quando va a servire per il match. Inevitabile il tie-break, nel quale il tedesco spreca quattro match point consecutivi. Dopo 18 minuti di battaglia, Darderi se lo aggiudica 12-10 grazie anche a un doppio fallo di Zverev. Quattro match point. Non uno, quattro. Esiste un modo migliore per capire come funziona la testa di Luciano Darderi? «Non so come ho fatto. All'inizio non mi sentivo bene. Ho cercato di mettergli pressione nella parte finale del secondo set, ho visto che era molto nervoso», dirà dopo. La understatement di chi ha già visto cose peggiori, probabilmente a Villa Gesell, probabilmente in un cortile di Buenos Aires con il padre che controllava il rimbalzo della palla. Il terzo set non ha storia: 6-0, Zverev che sbaglia tantissimo, il pubblico della BNP Paribas Arena che lo esalta verso un'impresa sportivamente inimmaginabile. Quella notte Darderi diventa qualcosa di diverso da un tennista bravo. Diventa una storia.

Poi arriva Jodar.

Rafael Jodar ha 19 anni ed è uno dei giovani più promettenti e osservati del circuito. Spagnolo, figlio del tennis iberico che ha sempre saputo fabbricare campioni sulla terra come nessun altro. Ha cominciato il torneo come 34esimo al mondo, ma il numero racconta poco di lui. Racconta di più il fatto che Sinner, Alcaraz e gli altri top della classifica lo guardano già con quella specie di rispetto precauzionale che si riserva a chi potrebbe farti del male tra due o tre anni. O anche domani.

La partita comincia mercoledì sera, finisce giovedì mattina. Tre ore e sette minuti. Un match a tratti surreale. Nel primo set Darderi è sotto 2-5 nel tie-break, poi vince 7-5. Nel secondo set, ha due match point sul 5-4 nel secondo parziale, ma non li sfrutta e Jodar, con la rabbia tipica dei diciannovenni che non vogliono essere ricordati come quelli che hanno perso, trascina la partita al terzo.

E poi succede qualcosa che nessuna partita di tennis aveva ancora vissuto, almeno non così. La partita viene interrotta per 20 minuti a causa dei fuochi d'artificio dovuti ai festeggiamenti per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che si giocava allo Stadio Olimpico, nello stesso complesso del Foro Italico. I fumogeni, il tifo, la notte che odorava di campionato e di polvere da sparo. Due mondi dello sport italiano separati da poche centinaia di metri che si sfiorano senza vedersi, come treni su binari paralleli. Mentre i tifosi nerazzurri esultavano per un trofeo, qualche migliaio di persone infreddolite sulle rive del Tevere aspettavano che Luciano Darderi tornasse a giocare.

Tornò. E vinse il terzo set 6-0. Un bagel. Come contro Zverev. Come se la sua risposta alla sofferenza fosse sempre la stessa: sparire per un set e poi tornare annientando tutto.

«Non pensavo di vincere dopo il secondo set», dirà Darderi ai microfoni. È la stessa frase, quasi, che aveva detto dopo Zverev. C'è un tipo di campione che sa ammettere di non essersi sentito sicuro, e quella ammissione, invece di indebolirlo, lo rende più grande agli occhi di chi ascolta.

Venerdì Darderi giocherà contro Casper Ruud per un posto in finale. Dall'altra parte del tabellone, intanto, ci sono Sinner contro Rublev e Landaluce contro Medvedev. Se tutto va come può andare, e la prudenza vuole che non si dica mai, il sogno ha un nome. Si chiama finale con Sinner. Due italiani, due generazioni diverse di tennis azzurro, sotto il cielo di Roma.

Darderi diventerà almeno il sedicesimo giocatore al mondo dopo questo torneo. La top 10, ha detto più volte, è l'obiettivo. Non è più un'utopia: è un progetto. È diventato l'ottavo italiano a raggiungere la semifinale di Roma, il decimo a livello Masters 1000.

Il nonno di Fano che andò in Argentina a 22 anni con una valigia e la speranza in tasca non sapeva che un giorno il suo sangue avrebbe giocato a tennis sul Centrale del Foro Italico alle due di notte davanti a migliaia di persone che urlavano il suo nome. Le storie migliori sono sempre quelle che attraversano le generazioni e arrivano a destinazione quando nessuno se lo aspettava più.

Luli, il figlio del vento di Villa Gesell, è in semifinale agli Internazionali d'Italia. Roma ha aspettato fino alle due di notte. Ne valeva la pena.