Terremoto elettorale nel Canton Ticino, in Svizzera, frontalieri italiani sotto accusa perché portano via il posto di lavoro ai residenti, e flusso delle imposte inviate a Roma nel mirino della "Lega". Ma non quella di Bossi: quella "dei Ticinesi". È accaduto questo: le ultime elezioni che si sono svolte per il rinnovo del governo e del parlamento cantonali hanno visto la "Lega dei Ticinesi" guadagnare 8 punti e diventare determinante nella regione della frontiera con l'Italia.
Il leader e fondatore, Giuliano Bignasca, 66 anni, ha immediatamente alzato la posta, in puro stile "leghista" dopo avere incassato un successo elettorale e aumentato il consenso: bloccare il flusso delle imposte verso Roma generate dal lavoro degli italiani nel Canton Ticino. Poi: o si riduce la percentuale delle imposte trattenute sugli stipendi degli italiani, da circa 39% attuale ad appena il 30%, oppure noi svizzeri, anzi, noi ticinesi, mandiamo a casa 13.000 frontalieri. Questa, in buona sostanza, la minaccia di Bignasca, il "Bossi" del Ticino.
Qualche dato sui frontalieri italiani. Il Canton Ticino e il Vallese sono le zone più toccate dall'immigrazione italiana. Dal confine con il Ticino sono circa 45-46.000 oggi i nostri lavoratori che entrano in Svizzera per un'occupazione stabile, provenienti in maggior parte dal Verbano-Cusio-Ossola e dalle province di Varese e Como. Mentre verso il Vallese sono circa 1.300 frontalieri che provengono quasi esclusivamente dall'Ossola.
Coprono in gran parte il settore dell'edilizia e dell'industria. Nell'ultimo decennio c'è stato un buon inserimento anche nel settore terziario, cioè uffici, manager, insegnanti, medici e infermieri, sanità, cure specialistiche. Quindi un "frontalierato" verso la Svizzera fatto anche di profili professionali qualificati. L'età media dei frontalieri italiani in Svizzera si aggira sui 35-40 anni, e molti fanno parte ormai in modo permanente del tessuto economico del Canton Ticino e del Vallese.
Anche nel Canton Ticino aumenta la percentuale di disoccupazione, che dal 3% è salita intorno al 5-6%. E quindi cresce la preoccupazione che gli italiani possano stabilmente portare via posti di lavoro agli svizzeri. Da un riscontro fatto sul campo a cura dell'Associazione frontalieri del Verbano-Cusio-Ossola, tuttavia, si registra che la disoccupazione nel Ticino è causata in gran parte da situazioni personali croniche, oppure da persone che non possono in alcun modo essere in competizione diretta con la professionalità di molti stranieri. «Se io datore di lavoro svizzero ho bisogno di una figura specializzata e la trovo in un lavoratore italiano», spiega Antonio Locatelli, presidente del Coordinamento frontalieri del Verbano-Cusio-Ossola, «non ho dubbi a puntare sull'immigrazione qualificata, nonostante io possa ricorrere ai disoccupati svizzeri, soprattutto se non trovo nel tessuto economico, industriale e culturale locale le persone adatte a ricoprire le posizioni che servono alla mia azienda».
Presidente Locatelli, ma gli svizzeri teme davvero che gli italiani finiscano per sottrarre posti di lavoro?
«Non direi che è un sentimento radicato nella popolazione. È soprattutto uno spettro che hanno agitato, e cavalcano tuttora, la Lega del Ticino e l'Udc, un partito di centro che però non ha nulla a che fare con l'Udc italiana».
I nostri giovani e i nostri lavoratori nel Ticino o nel Vallese guadagnano meno rispetto ai colleghi svizzeri?
«Dipende dai settori. In alcuni casi è stato registrato che hanno retribuzioni leggermente inferiori: alcune industrie approfittano degli italiani per erogare salari più bassi, ma è molto limitato il numero di imprenditori che agiscono così sul costo del lavoro frontaliero. In generale non c'è quel dumping salariale che alcuni hanno interesse a far credere, come appunto la Lega, per far passare l'idea che gli italiani alla lunga abbassano i guadagni anche degli svizzeri».
Perché il lavoro dei nostri frontalieri è al centro di una disputa politica nel Canton Ticino? Qual è esattamente la posta in gioco?
«Il frontaliere paga un'imposta alla fonte, che è la tassazione fissa per tutti i lavoratori all'estero, e di questa imposta di ogni singolo italiano viene restituito al Tesoro centrale di Roma esattamente il 38,8 per cento. In seguito, il nostro Governo redistribuisce questi fondi alle Comunità montane e ai Comuni dove risiedono i frontalieri».
Com'è redistribuito questo denaro?
«In base al numero dei frontalieri residenti in ogni Comune. In pratica la Lega dei Ticinesi di Bignasca intende ridurre questo 38,8 per cento di imposte che vanno all'Italia».
E di quanto lo vuole ridurre?
«Lo vuole portare al 30 per cento. E questo vorrebbe dire penalizzare duramente i nostri Comuni di frontiera e le province a pochi chilometri dalla Svizzera».
Perché, penalizzati in che modo?
«Perché questi Comuni, da sempre, preparano i loro budget considerando anche queste entrate provenienti da Roma, che corrispondono alle imposte pagate dai frontalieri in Svizzera. Quello che stupisce, sinora, è la latitanza delle istituzioni italiane: sembrano non preoccuparsi affatto di un'eventuale diminuzione del gettito a favore dei nostri Enti locali, come conseguenza di una diversa politica fiscale del Canton Ticino verso l'Italia».
Quanto valgono per lo Stato italiano, e quindi per i Comuni di frontiera, le rimesse garantite dai frontalieri?
«Diciamo che il totale dei frontalieri italiani che lavorano in Svizzera genera circa 40 milioni di franchi svizzeri. Occorre precisare, tuttavia, che lo Stato restituisce ai Comuni di frontiera soltanto il 40 per cento di queste imposte».
Perché la percentuale di imposte pagata dalla Svizzera verso la Francia o la Germania è molto più bassa, e cioè il 12,5 per cento?
«Dipende da accordi bilaterali stipulati dalla Svizzera con i singoli Paesi. Nel caso dell'Italia, erano stati previsti trattamenti di favore, in quanto i frontalieri francesi e tedeschi avevano già altre agevolazioni fiscali che noi non abbiamo mai avuto, e quindi l'Italia ha preteso di avere almeno i soldi delle tasse che i frontalieri pagano in Ticino».
Il meccanismo della restituzione delle imposte dalle casse di Roma ai Comuni dove risiedono i frontalieri funziona?
Sinora ha sempre funzionato molto bene, perché gli svizzeri sono puntualissimi nel pagare. Un sistema che va avanti da quando esiste il fenomeno del frontalierato, il cui boom è iniziato a partire dagli anni Ottanta».
I sindaci dei Comuni italiani nei quali vivono i frontalieri ovviamente sono i più interessati al mantenimento dell'attuale percentuale di imposte restituite da Roma...
«Certo, tutti basano i propri bilanci sull'incasso di questi fondi. Tanto è vero che di recente ci sono stati numerosi dibattiti a livello di comunità e di zone del "frontalierato", perché tutte le amministrazioni locali hanno ribadito l'assoluta necessità di questi fondi per i loro budget. Anche se a volte la gestione di alcuni sindaci è discutibile».
In che senso?
«Perché ultimamente utilizzano i fondi che arrivano da Roma soltanto per pareggiare i bilanci. E questo non è del tutto corretto: la legge prevede che i soldi dei frontalieri vengano utilizzati per opere edili e sociali a favore dei frontalieri stessi e delle loro famiglie. Diciamo che molti sindaci sopravvivono con la restituzione di queste imposte, tappano i buchi di gestione, o li impiegano per mantenere funivie e seggiovie, come accade in Val Vigezzo, e non li utilizzano invece per le finalità previste dalla normativa contenuta negli accordi bilaterali tra Svizzera e Italia, cioè a favore di quegli italiani che lavorano in Svizzera e temono ora "rappresaglie" dalla Lega del Ticino, che nelle ultime elezioni cantonali ha praticamente raddoppiato i voti facendo leva sulla disoccupazione locale».
Chi è Giuliano Bignasca, l'uomo che minaccia i frontalieri italiani e punta a condizionare le scelte del Governo federale di Berna?
«Una specie di Bossi locale, un "Senatur" prima maniera, che cavalca la protesta, tipo Lega lombarda dei primi anni. Una persona che a volte ha anche visioni lungimiranti per quanto riguarda la politica cantonale svizzera. Impresario di professione, anche se ormai si è dedicato quasi integralmente alla politica, visto che è anche consigliere cantonale, con l'orgoglio di avere guadagnato un consigliere a Lugano, per cui oggi si sente molto più forte. Ma fondamentalmente Bignasca è un provocatore, abituato a lanciare le sue campagne su fenomeni come il "frontalierato", per toccare le corde del sentimento popolare. Per fortuna, è uno che spesso deve anche ravvedersi».
Che cosa intende?
«Intendo dire che all'interno della stessa Lega dei Ticinesi ci sono persone che politicamente sono molto più ragionevoli e "raffinate" di lui, che sanno mordergli il freno».
Bignasca minaccia di lasciare a casa 13.000 frontalieri. Li attacca direttamente, anche con azioni politiche appoggiate dall'Udc ticinese...
«Sì, li attacca sistematicamente ogni volta che si parla di disoccupazione e salari. Per lui gli italiani sono i "topi" che vengono a rosicchiare il formaggio svizzero».
Che cosa potrebbe accadere ora, dopo il suo successo elettorale, se Bignasca riuscisse a portare al Consiglio Federale di Berna il discorso del contingentamento delle imposte e la riduzione dei frontalieri?
«Cè paura per questo tra i frontalieri, anche perché andrebbe a creare un danno enorme all'economia dei Comuni italiani che gravitano intorno al confine con la Svizzera, proprio perché sia il Verbano-Cusio-Ossola sia le province di Como e Varese hanno difficoltà finanziarie. Sarebbero guai, con ricadute serie sull'occupazione italiana in Svizzera e nel Canton Ticino. Ma credo che Giuliano Bignasca non arriverà mai a Berna. Non lo vedremo mai consigliere federale».
Nonostante i lavoratori italiani siano parecchio apprezzati dagli imprenditori svizzeri, il recente successo elettorale della Lega ticinese si comprende anche da un latente fastidio che si respira per i frontalieri e, in generale, per gli italiani che lavorano in Svizzera. È l'esperienza, per esempio, di un docente che insegna nel canton Ticino e che ha chiesto rimanere anonimo per paura di ritorsioni sul posto di lavoro. «Un atteggiamento di fastidio», spiega il docente italiano, «che è evidente da una serie di comportamenti dei colleghi nei vari luoghi di impego. I ticinesi da un lato hanno un approccio culturale abbastanza "chiuso", dall'altro si sentono diversi dalla Svizzera interna, anche per una questione luinguistica, ma al tempo stesso non sono italiani e fanno di tutto per distinguersi».
È questo il quadro sociale in cui spesso gli italiani devono inserirsi e lavorare. E anche lo stile e l'approccio che gli svizzeri ticinesi hanno nei confronti del lavoro e molto diverso rispetto al nostro. «Ci accusano di impergnarci tanto, troppo, di essere molto efficienti, di lavorare come una persona e mezza, e in questo modo di sottrarre opportunità di impego agli svizzeri. E questo spiega in parte il consenso politico consegnato nelle mani della Lega di Bignasca, che in campagna elettorale ha puntato molte delle sue carte sulla questione dei salari e della disoccupazione».
È una sensazione che si percepisce non soltanto sui posti di lavoro, ma addirittura nelle riunioni, nei meeting di carattere formale, dove spesso i ticinesi usano il dialetto, proprio per potersi riconoscere tra loro, alzando una piccola barriera verso coloro che non appartengono alla loro cultura. Ed è una barriera che si avverte anche tra gli svizzeri che hanno posizioni più moderate, meno vicine al leghismo ticinese, che non considerano i lavoratori frontalieri italiani come degli invasori ma come delle risorse preziose anche per la loro stessa economia.
«Rimane una diffidenza di carattere culturale che è forte», osserva ancora il docente italiano che lavora in Svizzera. «Infatti, quando un italiano inizia un impiego in Ticino pensa che non ci siano grosse difficoltà proprio perché la lingua è la stessa. Ma con il passare del tempo le differenze emergono e a volte "pungono". Ma tanto più un italiano riesce a immedesimarsi nel tessuto di relazioni ticinese, tanto più dimostra di volere appartenere a quel contesto lavorativo, più viene accettato. E occorre capire quel contesto, accettare le differenze ed apprezzarle. Hanno la capacità di far funzionare le cose in modo semplice, il confronto con gli altri è spesso proficuo e trasparente. E poi non si lavora in Svizzera solo per la remunerazione, ma si fanno tanti chilometri ogni giorno perchè ci si può realizzare dal punto di vista professionale. Insomma, sapersi integrare è la parola d'ordine per ogni straniero in una terra che non è la sua».
Analizzando il Rapporto commissionato dalla Commissione Tripartita Cantonale in materia di libera circolazione delle persone Cantone Ticino, redatto dall'IRE (Istituto di Ricerche Economiche), emerge che la fase di acuta disoccupazione che aveva colpito il Ticino dalla metà degli anni ’90 è stata riassorbita negli anni 2000-01, poi, in concomitanza con un leggero rallentamento dell’economia, la disoccupazione è tornata progressivamente a crescere. L’andamento è stato però abbastanza omogeneo, senza improvvisi picchi e con un ovvio andamento stagionale, del quale ovviamente non tiene conto la Lega di Giuliano Bignasca nel suo "attacco" ai frontalieri.
Osservando il tasso di disoccupazione si può notare come questo, dopo aver toccato un massimo e un minimo a ridosso dell’anno 2000, si sia assestato nell’ultimo decennio su un valore attorno al 4,5%. Il numero dei disoccupati ticinesi negli ultimi due anni non ha raggiunto i preoccupanti valori degli anni ‘90, quando la situazione del mercato del lavoro ticinese era differente sia per settori (il secondario rivestiva un’importanza maggiore) sia per numero totale di persone attive (il numero era più basso).
Il tasso di disoccupazione è conseguentemente rimasto minore rispetto al precedente periodo di crisi. A differenza degli anni ‘90, dove si registrava una forte disoccupazione giovanile, il recente periodo di crisi vede un aumento dei disoccupati nella fascia di età 40- 50 anni; il fenomeno ha poi riguardato in maniera strutturale un po’ tutti i settori economici tradizionali, con un leggero aumento dei disoccupati provenienti dal secondario.
Il numero dei frontalieri è aumentato, a partire dagli anni 2002-2003, in maniera consistente. La presenza di lavoratori frontalieri è cresciuta i tutti i settori, soprattutto nel settore terziario; a questo proposito le agenzie di collocamento rivestono un importante (ma ancora non decisivo) ruolo nel numero di frontalieri. Un importante fenomeno riguarda anche i lavoratori provenienti dalle ex-Zone di frontiera, con una formazione più elevata rispetto alla media dei lavoratori frontalieri e con un salario medio più alto. I salari vedono un progressivo allineamento su livelli medio-alti e una progressiva omogeneizzazione tra svizzeri, stranieri residenti e frontalieri, anche se ovviamente i salari dei lavoratori svizzeri restano più elevati data la maggioranza di lavoratori svizzeri in settori più remunerativi.
Analizzando la crescita del settore terziario, una chiave di lettura è l’analisi del tipo di formazione dei lavoratori: il mercato richiede sempre più alti livelli di istruzione e persone capaci di assumere mansioni di responsabilità; dall’analisi dei dati emerge che il mercato, presumibilmente non trovando appieno tali figure all’interno del Ticino, si è rivolto e continua a rivolgersi all’esterno (anche al di là delle ex-zone di frontiera).
Sotto questo punto di vista l’aumento di disoccupati di media età, con una formazione non elevata, e spesso di lunga durata, costituisce senz’altro un problema aperto su cui intervenire, al di là del fenomeno del frontalierato. Considerando poi i trend europei in atto, l’aumento di lavoratori frontalieri appare un fenomeno in pieno sviluppo; se da un lato permette efficienze legate ad un miglior accoppiamento tra necessità del mondo del lavoro e competenze dei lavoratori, l’elevato numero di frontalieri (seppur come visto mitigato dalla incidenza del lavoro a tempo parziale) raggiunto dal mercato del lavoro ticinese pone degli interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine del fenomeno.
Il leader e fondatore, Giuliano Bignasca, 66 anni, ha immediatamente alzato la posta, in puro stile "leghista" dopo avere incassato un successo elettorale e aumentato il consenso: bloccare il flusso delle imposte verso Roma generate dal lavoro degli italiani nel Canton Ticino. Poi: o si riduce la percentuale delle imposte trattenute sugli stipendi degli italiani, da circa 39% attuale ad appena il 30%, oppure noi svizzeri, anzi, noi ticinesi, mandiamo a casa 13.000 frontalieri. Questa, in buona sostanza, la minaccia di Bignasca, il "Bossi" del Ticino.
Qualche dato sui frontalieri italiani. Il Canton Ticino e il Vallese sono le zone più toccate dall'immigrazione italiana. Dal confine con il Ticino sono circa 45-46.000 oggi i nostri lavoratori che entrano in Svizzera per un'occupazione stabile, provenienti in maggior parte dal Verbano-Cusio-Ossola e dalle province di Varese e Como. Mentre verso il Vallese sono circa 1.300 frontalieri che provengono quasi esclusivamente dall'Ossola.
Coprono in gran parte il settore dell'edilizia e dell'industria. Nell'ultimo decennio c'è stato un buon inserimento anche nel settore terziario, cioè uffici, manager, insegnanti, medici e infermieri, sanità, cure specialistiche. Quindi un "frontalierato" verso la Svizzera fatto anche di profili professionali qualificati. L'età media dei frontalieri italiani in Svizzera si aggira sui 35-40 anni, e molti fanno parte ormai in modo permanente del tessuto economico del Canton Ticino e del Vallese.
Anche nel Canton Ticino aumenta la percentuale di disoccupazione, che dal 3% è salita intorno al 5-6%. E quindi cresce la preoccupazione che gli italiani possano stabilmente portare via posti di lavoro agli svizzeri. Da un riscontro fatto sul campo a cura dell'Associazione frontalieri del Verbano-Cusio-Ossola, tuttavia, si registra che la disoccupazione nel Ticino è causata in gran parte da situazioni personali croniche, oppure da persone che non possono in alcun modo essere in competizione diretta con la professionalità di molti stranieri. «Se io datore di lavoro svizzero ho bisogno di una figura specializzata e la trovo in un lavoratore italiano», spiega Antonio Locatelli, presidente del Coordinamento frontalieri del Verbano-Cusio-Ossola, «non ho dubbi a puntare sull'immigrazione qualificata, nonostante io possa ricorrere ai disoccupati svizzeri, soprattutto se non trovo nel tessuto economico, industriale e culturale locale le persone adatte a ricoprire le posizioni che servono alla mia azienda».
Presidente Locatelli, ma gli svizzeri teme davvero che gli italiani finiscano per sottrarre posti di lavoro?
«Non direi che è un sentimento radicato nella popolazione. È soprattutto uno spettro che hanno agitato, e cavalcano tuttora, la Lega del Ticino e l'Udc, un partito di centro che però non ha nulla a che fare con l'Udc italiana».
I nostri giovani e i nostri lavoratori nel Ticino o nel Vallese guadagnano meno rispetto ai colleghi svizzeri?
«Dipende dai settori. In alcuni casi è stato registrato che hanno retribuzioni leggermente inferiori: alcune industrie approfittano degli italiani per erogare salari più bassi, ma è molto limitato il numero di imprenditori che agiscono così sul costo del lavoro frontaliero. In generale non c'è quel dumping salariale che alcuni hanno interesse a far credere, come appunto la Lega, per far passare l'idea che gli italiani alla lunga abbassano i guadagni anche degli svizzeri».
Perché il lavoro dei nostri frontalieri è al centro di una disputa politica nel Canton Ticino? Qual è esattamente la posta in gioco?
«Il frontaliere paga un'imposta alla fonte, che è la tassazione fissa per tutti i lavoratori all'estero, e di questa imposta di ogni singolo italiano viene restituito al Tesoro centrale di Roma esattamente il 38,8 per cento. In seguito, il nostro Governo redistribuisce questi fondi alle Comunità montane e ai Comuni dove risiedono i frontalieri».
Com'è redistribuito questo denaro?
«In base al numero dei frontalieri residenti in ogni Comune. In pratica la Lega dei Ticinesi di Bignasca intende ridurre questo 38,8 per cento di imposte che vanno all'Italia».
E di quanto lo vuole ridurre?
«Lo vuole portare al 30 per cento. E questo vorrebbe dire penalizzare duramente i nostri Comuni di frontiera e le province a pochi chilometri dalla Svizzera».
Perché, penalizzati in che modo?
«Perché questi Comuni, da sempre, preparano i loro budget considerando anche queste entrate provenienti da Roma, che corrispondono alle imposte pagate dai frontalieri in Svizzera. Quello che stupisce, sinora, è la latitanza delle istituzioni italiane: sembrano non preoccuparsi affatto di un'eventuale diminuzione del gettito a favore dei nostri Enti locali, come conseguenza di una diversa politica fiscale del Canton Ticino verso l'Italia».
Quanto valgono per lo Stato italiano, e quindi per i Comuni di frontiera, le rimesse garantite dai frontalieri?
«Diciamo che il totale dei frontalieri italiani che lavorano in Svizzera genera circa 40 milioni di franchi svizzeri. Occorre precisare, tuttavia, che lo Stato restituisce ai Comuni di frontiera soltanto il 40 per cento di queste imposte».
Perché la percentuale di imposte pagata dalla Svizzera verso la Francia o la Germania è molto più bassa, e cioè il 12,5 per cento?
«Dipende da accordi bilaterali stipulati dalla Svizzera con i singoli Paesi. Nel caso dell'Italia, erano stati previsti trattamenti di favore, in quanto i frontalieri francesi e tedeschi avevano già altre agevolazioni fiscali che noi non abbiamo mai avuto, e quindi l'Italia ha preteso di avere almeno i soldi delle tasse che i frontalieri pagano in Ticino».
Il meccanismo della restituzione delle imposte dalle casse di Roma ai Comuni dove risiedono i frontalieri funziona?
Sinora ha sempre funzionato molto bene, perché gli svizzeri sono puntualissimi nel pagare. Un sistema che va avanti da quando esiste il fenomeno del frontalierato, il cui boom è iniziato a partire dagli anni Ottanta».
I sindaci dei Comuni italiani nei quali vivono i frontalieri ovviamente sono i più interessati al mantenimento dell'attuale percentuale di imposte restituite da Roma...
«Certo, tutti basano i propri bilanci sull'incasso di questi fondi. Tanto è vero che di recente ci sono stati numerosi dibattiti a livello di comunità e di zone del "frontalierato", perché tutte le amministrazioni locali hanno ribadito l'assoluta necessità di questi fondi per i loro budget. Anche se a volte la gestione di alcuni sindaci è discutibile».
In che senso?
«Perché ultimamente utilizzano i fondi che arrivano da Roma soltanto per pareggiare i bilanci. E questo non è del tutto corretto: la legge prevede che i soldi dei frontalieri vengano utilizzati per opere edili e sociali a favore dei frontalieri stessi e delle loro famiglie. Diciamo che molti sindaci sopravvivono con la restituzione di queste imposte, tappano i buchi di gestione, o li impiegano per mantenere funivie e seggiovie, come accade in Val Vigezzo, e non li utilizzano invece per le finalità previste dalla normativa contenuta negli accordi bilaterali tra Svizzera e Italia, cioè a favore di quegli italiani che lavorano in Svizzera e temono ora "rappresaglie" dalla Lega del Ticino, che nelle ultime elezioni cantonali ha praticamente raddoppiato i voti facendo leva sulla disoccupazione locale».
Chi è Giuliano Bignasca, l'uomo che minaccia i frontalieri italiani e punta a condizionare le scelte del Governo federale di Berna?
«Una specie di Bossi locale, un "Senatur" prima maniera, che cavalca la protesta, tipo Lega lombarda dei primi anni. Una persona che a volte ha anche visioni lungimiranti per quanto riguarda la politica cantonale svizzera. Impresario di professione, anche se ormai si è dedicato quasi integralmente alla politica, visto che è anche consigliere cantonale, con l'orgoglio di avere guadagnato un consigliere a Lugano, per cui oggi si sente molto più forte. Ma fondamentalmente Bignasca è un provocatore, abituato a lanciare le sue campagne su fenomeni come il "frontalierato", per toccare le corde del sentimento popolare. Per fortuna, è uno che spesso deve anche ravvedersi».
Che cosa intende?
«Intendo dire che all'interno della stessa Lega dei Ticinesi ci sono persone che politicamente sono molto più ragionevoli e "raffinate" di lui, che sanno mordergli il freno».
Bignasca minaccia di lasciare a casa 13.000 frontalieri. Li attacca direttamente, anche con azioni politiche appoggiate dall'Udc ticinese...
«Sì, li attacca sistematicamente ogni volta che si parla di disoccupazione e salari. Per lui gli italiani sono i "topi" che vengono a rosicchiare il formaggio svizzero».
Che cosa potrebbe accadere ora, dopo il suo successo elettorale, se Bignasca riuscisse a portare al Consiglio Federale di Berna il discorso del contingentamento delle imposte e la riduzione dei frontalieri?
«Cè paura per questo tra i frontalieri, anche perché andrebbe a creare un danno enorme all'economia dei Comuni italiani che gravitano intorno al confine con la Svizzera, proprio perché sia il Verbano-Cusio-Ossola sia le province di Como e Varese hanno difficoltà finanziarie. Sarebbero guai, con ricadute serie sull'occupazione italiana in Svizzera e nel Canton Ticino. Ma credo che Giuliano Bignasca non arriverà mai a Berna. Non lo vedremo mai consigliere federale».
Nonostante i lavoratori italiani siano parecchio apprezzati dagli imprenditori svizzeri, il recente successo elettorale della Lega ticinese si comprende anche da un latente fastidio che si respira per i frontalieri e, in generale, per gli italiani che lavorano in Svizzera. È l'esperienza, per esempio, di un docente che insegna nel canton Ticino e che ha chiesto rimanere anonimo per paura di ritorsioni sul posto di lavoro. «Un atteggiamento di fastidio», spiega il docente italiano, «che è evidente da una serie di comportamenti dei colleghi nei vari luoghi di impego. I ticinesi da un lato hanno un approccio culturale abbastanza "chiuso", dall'altro si sentono diversi dalla Svizzera interna, anche per una questione luinguistica, ma al tempo stesso non sono italiani e fanno di tutto per distinguersi».
È questo il quadro sociale in cui spesso gli italiani devono inserirsi e lavorare. E anche lo stile e l'approccio che gli svizzeri ticinesi hanno nei confronti del lavoro e molto diverso rispetto al nostro. «Ci accusano di impergnarci tanto, troppo, di essere molto efficienti, di lavorare come una persona e mezza, e in questo modo di sottrarre opportunità di impego agli svizzeri. E questo spiega in parte il consenso politico consegnato nelle mani della Lega di Bignasca, che in campagna elettorale ha puntato molte delle sue carte sulla questione dei salari e della disoccupazione».
È una sensazione che si percepisce non soltanto sui posti di lavoro, ma addirittura nelle riunioni, nei meeting di carattere formale, dove spesso i ticinesi usano il dialetto, proprio per potersi riconoscere tra loro, alzando una piccola barriera verso coloro che non appartengono alla loro cultura. Ed è una barriera che si avverte anche tra gli svizzeri che hanno posizioni più moderate, meno vicine al leghismo ticinese, che non considerano i lavoratori frontalieri italiani come degli invasori ma come delle risorse preziose anche per la loro stessa economia.
«Rimane una diffidenza di carattere culturale che è forte», osserva ancora il docente italiano che lavora in Svizzera. «Infatti, quando un italiano inizia un impiego in Ticino pensa che non ci siano grosse difficoltà proprio perché la lingua è la stessa. Ma con il passare del tempo le differenze emergono e a volte "pungono". Ma tanto più un italiano riesce a immedesimarsi nel tessuto di relazioni ticinese, tanto più dimostra di volere appartenere a quel contesto lavorativo, più viene accettato. E occorre capire quel contesto, accettare le differenze ed apprezzarle. Hanno la capacità di far funzionare le cose in modo semplice, il confronto con gli altri è spesso proficuo e trasparente. E poi non si lavora in Svizzera solo per la remunerazione, ma si fanno tanti chilometri ogni giorno perchè ci si può realizzare dal punto di vista professionale. Insomma, sapersi integrare è la parola d'ordine per ogni straniero in una terra che non è la sua».
Analizzando il Rapporto commissionato dalla Commissione Tripartita Cantonale in materia di libera circolazione delle persone Cantone Ticino, redatto dall'IRE (Istituto di Ricerche Economiche), emerge che la fase di acuta disoccupazione che aveva colpito il Ticino dalla metà degli anni ’90 è stata riassorbita negli anni 2000-01, poi, in concomitanza con un leggero rallentamento dell’economia, la disoccupazione è tornata progressivamente a crescere. L’andamento è stato però abbastanza omogeneo, senza improvvisi picchi e con un ovvio andamento stagionale, del quale ovviamente non tiene conto la Lega di Giuliano Bignasca nel suo "attacco" ai frontalieri.
Osservando il tasso di disoccupazione si può notare come questo, dopo aver toccato un massimo e un minimo a ridosso dell’anno 2000, si sia assestato nell’ultimo decennio su un valore attorno al 4,5%. Il numero dei disoccupati ticinesi negli ultimi due anni non ha raggiunto i preoccupanti valori degli anni ‘90, quando la situazione del mercato del lavoro ticinese era differente sia per settori (il secondario rivestiva un’importanza maggiore) sia per numero totale di persone attive (il numero era più basso).
Il tasso di disoccupazione è conseguentemente rimasto minore rispetto al precedente periodo di crisi. A differenza degli anni ‘90, dove si registrava una forte disoccupazione giovanile, il recente periodo di crisi vede un aumento dei disoccupati nella fascia di età 40- 50 anni; il fenomeno ha poi riguardato in maniera strutturale un po’ tutti i settori economici tradizionali, con un leggero aumento dei disoccupati provenienti dal secondario.
Il numero dei frontalieri è aumentato, a partire dagli anni 2002-2003, in maniera consistente. La presenza di lavoratori frontalieri è cresciuta i tutti i settori, soprattutto nel settore terziario; a questo proposito le agenzie di collocamento rivestono un importante (ma ancora non decisivo) ruolo nel numero di frontalieri. Un importante fenomeno riguarda anche i lavoratori provenienti dalle ex-Zone di frontiera, con una formazione più elevata rispetto alla media dei lavoratori frontalieri e con un salario medio più alto. I salari vedono un progressivo allineamento su livelli medio-alti e una progressiva omogeneizzazione tra svizzeri, stranieri residenti e frontalieri, anche se ovviamente i salari dei lavoratori svizzeri restano più elevati data la maggioranza di lavoratori svizzeri in settori più remunerativi.
Analizzando la crescita del settore terziario, una chiave di lettura è l’analisi del tipo di formazione dei lavoratori: il mercato richiede sempre più alti livelli di istruzione e persone capaci di assumere mansioni di responsabilità; dall’analisi dei dati emerge che il mercato, presumibilmente non trovando appieno tali figure all’interno del Ticino, si è rivolto e continua a rivolgersi all’esterno (anche al di là delle ex-zone di frontiera).
Sotto questo punto di vista l’aumento di disoccupati di media età, con una formazione non elevata, e spesso di lunga durata, costituisce senz’altro un problema aperto su cui intervenire, al di là del fenomeno del frontalierato. Considerando poi i trend europei in atto, l’aumento di lavoratori frontalieri appare un fenomeno in pieno sviluppo; se da un lato permette efficienze legate ad un miglior accoppiamento tra necessità del mondo del lavoro e competenze dei lavoratori, l’elevato numero di frontalieri (seppur come visto mitigato dalla incidenza del lavoro a tempo parziale) raggiunto dal mercato del lavoro ticinese pone degli interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine del fenomeno.



