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martedì 11 agosto 2020
 
TeleMondiali Aggiornamenti rss Marco Deriu
Giornalista e docente di Teoria e tecnica dei media all'Università Cattolica

Apologia del rigore

Alla fine è passato il Brasile, ma se la sorte positiva avesse arriso al Cile nessuno avrebbe avuto da ridire. Ottavi di finale dei Mondiali di calcio: i padroni di casa, vincitori designati, si trovano di fronte una squadra per niente arrendevole, di cui non riescono ad aver ragione né nei 90 minuti regolamentari né nei 15+15 supplementari. E così si va ai rigori: una “lotteria” per chi tira e para, uno spettacolo per chi guarda e tifa.
Il gioco delle immagini da ricordare – o da dimenticare – si fa fin troppo facile: da ricordare i gol segnati e le parate dei propri beniamini, da dimenticare i rigori sbagliati.

Facile diventare eroi o schiappe, nel giro dei pochi minuti che segnano la danza alternata dal dischetto dei pedatori blasonati. Basta qualche grado di angolazione in più (o in meno) per mandare fuori un tiro che sulla carta è facile facile: si calcia da 11 metri di distanza verso  una porta larga più di 7 metri e alta più di 2 metri. Sì, certo, c’è il portiere ma lo spazio che occupa è talmente ridotto nello specchio della porta da farci credere che – come insegnano i “vecchi” del calcio – è più difficile sbagliare un rigore che segnarlo.
Andatelo a dire a Julio Cesar, il portiere carioca, rivelatosi decisivo dopo un’annata sportiva che aveva messo in serissimo pericolo la sua convocazione ai mondiali e dopo un pianto sciogli-tensione prima che cominciasse la giostra dei tiri dagli 11 metri. Oppure ricordatelo a Pinilla, Sanchez e Jara, i tre giocatori cileni che non hanno segnato e che, quindi, hanno determinato l’eliminazione della loro nazionale dalla competizione più ambita.

Le inquadrature ravvicinate e strette delle telecamere ci hanno restituito l’abbraccio di giocatori e tecnici in cerchio per darsi la carica prima di andare a calciare, i tradizionali massaggi anti-crampo ai prescelti per le esecuzioni, il replay di ciascun tiro da diverse angolature per apprezzare le traiettorie e i gesti atletici degli estremi difensori, la disperazione di chi ha sbagliato, l’esultanza sfrenata di chi alla fine ha passato il turno, gli sguardi persi o ritrovati dei tifosi a bocca aperta e occhi spalancati prima di ogni rigore. E pure qualche eccesso, come i giocatori inginocchiati sul campo in preghiera per invocare chissà quale celeste aiuto capace di garantire il successo della propria performance.

Mentre la telecronaca chiudeva sulle immagini di Julio Cesar portato in trionfo dai suoi compagni e sui giocatori cileni che, sconsolati ma orgogliosi, salutavano il pubblico a testa alta, la colonna sonora interiore non poteva essere che quella di una nota canzone di Francesco De Gregori: “Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”. Proprio così…


29 giugno 2014

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