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martedì 11 agosto 2020
 

Argentina-Olanda: calcio, botte e denti rotti

"El caudillo" Passarella, capitano argentino, alza la coppa al cielo. L'altro caudillo, Jorge Videla, se la ride sotto i baffi...
"El caudillo" Passarella, capitano argentino, alza la coppa al cielo. L'altro caudillo, Jorge Videla, se la ride sotto i baffi...

Non fu una finale ma una battaglia. Forse, l’unica vera battaglia di calcio tra due finaliste del campionato del mondo. Neanche Brasile-Cecoslovacchia (1962), in cui i giocatori europei tentarono di fermare Garrincha e soci soprattutto con colpi proibiti fu così dura. E neppure Inghilterra-Germania Ovest (1966), dove i falli più cattivi furono assorbiti con apparente facilità dai protagonisti, raggiunse i livelli brutali di Argentina-Olanda del 1978. Ma c’erano tanti motivi, da quello politico a quello più classico, calcistico, con due scuole a confronto.

C’erano anche le polemiche, una delle quali passò alla storia. Era quella provocata dal miglior giocatore del mondo dell’epoca, Johann Cruyff, olandese. Che a quell’edizione dei mondiali rinunciò: «Ai mondiali non ci vado». Si disse che non era più in forma come ai bei tempi, quelli di quattro anni prima. Altri, velenosamente, sospettarono che Cruyff non avrebbe accettato imbarazzanti controlli antidoping. E si disse anche, ma in Argentina lo si poteva solo pensare, che quel grande campione non andasse ai mondiali per protesta contro la dittatura del generale argentino Videla. Quest’ultima versione fece il giro del mondo, mai smentita dal diretto interessato, accompagnata da un’altra grande rinuncia, quella del tedesco occidentale Paul Breitner. Stessa motivazione, ma almeno Breitner si dichiarava maoista, e un maoista in quell’Argentina non si sarebbe trovato a suo agio, proprio no.

Comunque, l’Olanda delle meraviglie si ritrovò per la seconda volta consecutiva in finale. Ancora una volta, contro la squadra di casa. Nel 1974 in Germania Ovest; ora, nel 1978, in Argentina. Il pubblico voleva la vittoria della sua Argentina per passione sincera e per fingere di dimenticare - anche solo per un attimo - quanto fosse triste e tragica la vita sotto la dittatura; il generale Videla voleva la vittoria in ogni caso, come ogni dittatorello che assegna al trionfo sportivo, soprattutto quello calcistico, le aspettative sul proprio futuro. Cose già viste, da Mussolini a Hitler a Franco, senza escludere, ovviamente, lo sport di Stato dell’Est europeo.



Chi avrebbe avuto la meglio tra l’Olanda del calcio totale, dove i ruoli erano stati scompaginati e travolti da un collettivo capace di giocare in ogni zona del campo, e la tecnica rude ma efficacissima dell’Argentina, trascinata da quel capellone col numero 10 e i calzettoni abbassati, quel grandissimo Cruyff sudamericano che si chiamava Mario Kempes?

Hernst Happel, commissario tecnico austriaco dell’Olanda, capisce che senza il genio di Cruyff e con quattro anni in più sulle spalle, si deve cambiare qualcosa. Da un calcio tecnicamente eccellente passa a un gioco più fisico, quasi snaturando la bellezza di quella squadra che aveva incantato ai mondiali precedenti. Luis Cesar Menotti, allenatore argentino, risponde con altrettante astuzie tattiche. Affina la tecnica dei suoi e punta tutto sulla velocità di gioco più che sulla fisicità, che consente solo ai difensori. Quando le due si ritrovano in finale, i 22 in campo sono soldati agli ordini di due generali furbi e pronti a ogni soluzione pur di vincere.

Un  aiuto all’Argentina viene dall’arbitro, l’italiano Sergio Gonella, un ottimo fischietto che però non vuole stare in mezzo ai guai. Così, chiude un occhio sui falli argentini e li tiene bene aperti su quelli olandesi. In questo clima, da una partita si passa a una sorta di battaglia personale, undici contro undici per una prevalenza che non è più territoriale ma individuale. Chi ci rimette è l’Olanda che, dopo aver suonato la grancassa all’inizio, con possesso palla alternato a fallacci intimidatori, vede l’Argentina crescere, trascinata dal pubblico e dal “sangre caliente” di quei giocatori che non ci stanno a prendere botte in silenzio. Gonella fischia sempre da una parte sola, ma non vede quando Passarella, detto “el caudillo”, con una gomitata spacca due denti a Neeskens.

Si va avanti così, tra un fallo e un tiro, un passaggio e un calcione, un palleggio e un’entrata da dietro, tra maglie lacerate o addirittura sporche di sangue. Poi, il migliore di quel mondiale, Kempes, ricorda a tutti che si tratta di calcio e inizia uno show personale, segnando il gol del vantaggio della squadra di casa. Nella ripresa la partita diventa una guerra di trincea, di posizione: l’Argentina sta sulle sue per difendere il vantaggio, l’Olanda costruisce poco e male. E quando Gonella è già sicuro di aver svolto alla meglio il suo lavoro, a nove minuti dalla fine gli olandesi pareggiano con un difensore, Poortvliet, gelando l’intero stadio sotto lo sguardo torvo di Videla.

All’ultimo minuto, Rensenbrink colpisce addirittura il palo e Gonella si affretta a fischiare la fine prima che caschi il mondo... Meglio il rischio dei tempi supplementari di una vittoria dell’Olanda all’ultimo, vero? Ancora Kempes, allora, risale in cattedra: riporta in vantaggio l’Argentina. Poi, il campione dà la palla del k.o. a Bertoni, che non fallisce. L’Argentina, come voleva Videla, è campione del mondo per la prima volta. L’Olanda perde la seconda finale consecutiva.

Le due squadre si ritroveranno nel 1998, in Francia, nei quarti di finale. Stavolta vince l’Olanda, all’ultimo minuto, il 90° minuto, quello  che nel 1978 fece la fortuna dell’Argentina di Mario Kempes. E di Jorge Rafael Videla, generale, dittatore, presidente argentino, assassino condannato a due ergastoli per crimini contro l’umanità.


08 luglio 2014

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