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martedì 04 agosto 2020
 
TeleMondiali Aggiornamenti rss Marco Deriu
Giornalista e docente di Teoria e tecnica dei media all'Università Cattolica

Brocchi a loro insaputa

Una goleada così in un Mondiale non si era mai vista, soprattutto perché 5 delle 7 reti che la Germania ha infilato nella rete del Brasile in semifinale sono state realizzate nel giro di una ventina di minuti o poco più. Si è visto quello che succede nelle partitelle in oratorio o in spiaggia, della serie “chi segna va in porta”.
Le modalità di esecuzione dei pedatori tedeschi e di ripresa delle telecamere a bordo campo sembravano raccontare un match domenicale fra scapoli e ammogliati, con i secondi nettamente superiori ai primi. Togliendo l’audio, pareva che i gol venissero segnati a gioco fermo, dopo che l’arbitro aveva interrotto il gioco fischiando qualche irregolarità. Invece a essere fermi erano i giocatori carioca, attoniti e allibiti nel vedere la loro difesa perforata come il burro.

Alla staticità in campo corrispondeva la fissità degli sguardi delle telecamere e la scarsissima propensione della regia al cambiamento del punto di vista.
Anche i primi piani sul foltissimo e straripante pubblico dei tifosi allo stadio erano più lunghi e insistiti del solito, puntati su volti sorpresi e tristi, in attesa di una reazione di orgoglio che – non essendosi verificata sul campo - non poteva esserci nemmeno sugli spalti.

Il commento dei telecronisti nostrani ha seguito l’andazzo della partita, considerandola chiusa dopo la seconda rete e archiviandola di fatto alla fine del primo tempo. Nella ripresa, la telecronaca classica azione-per-azione, secondo-per-secondo si è progressivamente trasformata nel freddo resoconto di un risultato clamoroso e nel tentativo di interpretare non solo le cause della disfatta ma anche le possibili conseguenze sociopolitiche di quella che in Brasile è vissuta come una vera e propria catastrofe sportiva.
Perfino Max Giusti e i suoi ospiti, nel sorridente e scanzonato salotto di “Maxinho do Brasil” su Rai Sport, hanno progressivamente alla loro abituale ironia graffiante, finendo per avere compassione degli 11 (stra)perdenti in campo, diventati improvvisamente tutti quanti brocchi a loro insaputa.

Se i commentatori fossero scesi in campo al fischio finale, probabilmente sarebbero corsi a dare ai giocatori brasiliani un abbraccio di solidarietà, ricambiando il gesto che a loro volta i carioca avevano tributato agli avversari cileni, battuti soltanto a prezzo di grande fatica e trattati con onore. Stavolta l’onore calcistico è stato latitante, come pure la capacità di reagire a una nazionale tedesca apparsa più quadrata e volitiva che mai.
Sbiadisce il giallo oro delle maglie carioca e di quella Coppa del mondo che molti fra i brasiliani (e non solo) consideravano già vinta. Restano le facce deluse dei giocatori, del pubblico e di un intero Paese che nel pallone ha sempre visto una possibilità di riscossa a tutto campo. Se ne riparlerà fra quattro anni.


09 luglio 2014

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