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domenica 05 luglio 2020
 

Il Mondiale visto dal "basso"

Marco Ratti, giornalista, vive con la moglie in Brasile, in una parrocchia a 1.800km da Rio.


Il Mondiale che è cominciato si può declinare in vari modi. È questione di punti di vista. Osservandolo dall’aeroporto di Brasilia da cui sono passato il 5 giugno, per esempio, è una sbornia di pubblicità e mega-schermi per portare turisti e tifosi a darci dentro con le compere. E magari per convincere qualche imprenditore che questo grande Paese vale ben un investimento.
Lo scalo della capitale brasiliana è stato agghindato a tinte verdi e gialle, riempito di gadget di ogni tipo e dotato di un apparato scenico e musicale travolgente che pompa l’orgoglio di stare in questo Stato di dimensioni continentali.
Qualunque cosa, insomma, fa riferimento alla competizione sportiva. Perché la Coppa è la Coppa. Ma anche perché il Brasile è il Brasile. Ebbene, su questo blog non si troverà nulla di tutto questo.

Da un anno e mezzo vivo con mia moglie a Piquiá, città di Açailândia, Stato del Maranhão, nel Nordest del Paese, dove collaboriamo con i missionari comboniani. Non esattamente l’ombelico della nazione.
Anzi, per la precisione si tratta di uno degli Stati più poveri del Paese, dove si registrano i tassi di analfabetismo più alti e dove si lotta ogni giorno perché qualcosa funzioni come dovrebbe.
La scuola, la salute, i trasporti, giusto per citare tre punti chiave per la crescita di qualunque società, sono un disastro. Anche da queste parti, naturalmente, la Coppa è la Coppa. Tanto che il bar che abbiamo di fianco a casa ha appena ridipinto le pareti di giallo e di verde.
E molte delle (poche) auto che si vedono in giro hanno attaccato al cofano la bandiera del Brasile. E tutto, ma proprio tutto, si fermerà ogni volta che giocherà la Nazionale. Eppure i Mondiali sono lontani dal Maranhão. Questo Stato, infatti, grande poco più dell’Italia, non ha neanche una squadra in serie A, né uno stadio che possa ospitare la competizione. E così il sentimento che si mescola all’euforia calcistica è quello del timore.
Non è che il circo del calcio lascerà questo angolo del Brasile ancora più dimenticato e impoverito di quanto già non sia? E non è che, ancora una volta, saranno pochi a guadagnarci e tanti a vedere gli investimenti pubblici andare in direzioni che non aiuteranno nessuno a risollevare la propria vita? Questione di punti di vista, come dicevamo. E questo blog ha scelto il proprio punto di osservazione: guardare il Brasile “dal basso”, dalla parte di chi senz’altro non comparirà in televisione in questo periodo.


13 giugno 2014

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