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domenica 05 luglio 2020
 

Non sopporto le partite chiuse ai rigori

“Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore” cantava Francesco De Gregori nella sua La leva calcistica della classe ’68, una canzone che ancora adesso adoro.

Sarà che faccio parte proprio di quegli anni Sessanta, che amavano "il coraggio, l’altruismo e la fantasia". Di quelli che hanno fatto in tempo a vedere giocarei grandi “fantasisti” del calcio, da Pelè a Platini fino a Maradona,da Gianni Rivera a Pinturicchio-Del Piero e Codino Roby Baggio. Giocatori dal piede magico, che sapevano risolvere una partita con un’invenzione.

Ecco per tutti questi motivi, ieri sera avrei voluto vedere accedere alla finale l’Argentina grazie a un tocco creativo, per esempio, dell’ottimo Leo Messi, piuttosto che  per un errore fatale del centrocampista dell’Olanda Wesley Sneijder. Si dice che il portiere argentino Sergio Romero lo abbia sfidato. Gli abbia urlato: «Guardami». E Wes si è proprio inceppato. Sì, ha detto proprio “Guardami”, in italiano. Un messaggio quasi subliminale, ai più dei presenti incomprensibile. Lanciato da chi, giocatore della Sampdoria, conosce bene i trascorsi calcistici in Italia (nell'Inter) dell’avversario che aveva di fronte.

Non non mi piacciono proprio i rigori. Da ballerina quale sono stata, che si è esibita più volte su un palco, conosco bene l’orrenda sensazione di gambe molli, che tremano quando tutti si aspettano qualcosa da te. Quando tutti ti guardano e la tensione è alta. Il cervello sembra mandare inutilmente i comandi ai piedi. Loro, che sono abituati a fare instancabilmente e quasi per routine un certo movimento, all’improvviso decidono di fare qualcos’altro.

Quando si gioca tutto ai rigori, come è successo ieri sera dopo una partita lunga e abbastanza inutile e noiosa, o dopo una lotta avvincente e sofferta come quella del Costa Rica con il Brasile, provo verso i giocatori una grande tenerezza. Sia che ne escano vincitori sia che perdano tutto, speranze e Coppa.

Quando è capitato alla nostra Nazionale (indimenticabile la vittoria allo spasimo nella finale storica contro la Francia del 2006) ho sempre avuto la tentazione di non guardare. Di mettermi una benda sugli occhi. Di dire a me stessa e a tutti quei giocatori schierati che, comunque sia, è già finita qui. E mi sono immedesimata ogni volta nel piede di quel giocatore che in quel momento si trovava a giocare la la palla. La “sua” palla. Quella destinata a lanciarlo nella leggenda o a farlo dimenticare. O forse a farlo ricordare solo per quell’errore. Quel piede che, a volte, ha fatto tutto il contrario di quello che era abituato a fare.  


10 luglio 2014

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