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1 Maggio 2011 – Domenica “In Albis Depositis”


1. La II domenica di Pasqua    

E' tradizionalmente chiamata “In Albis” perché i battezzati nella precedente Veglia pasquale si presentavano da questo giorno avendo «oramai tolto le vesti battesimali». Il Lezionario propone ogni anno: Lettura: Atti degli Apostoli 4,8-24a; Salmo: 117; Epistola: Colossesi 2,8-15; Vangelo: Giovanni 20,19-31. Alla Messa vigiliare del sabato viene proclamato: Giovanni 7,37-39a quale Vangelo della risurrezione.     


2. Vangelo secondo Giovanni 20,19-31    

In quel tempo. 19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».     24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».     26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».     30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.    


3. Commento liturgico-pastorale    

Il testo evangelico che ogni anno viene proclamato nella seconda domenica di Pasqua è di decisiva importanza per la comprensione dell’esistenza stessa della Chiesa e della sua missione. è chiaramente diviso in due parti. Nella prima (vv. 19-23) si riferisce l’apparizione del Signore risorto la sera di Pasqua. La seconda (vv. 24-29) riferisce del successivo incontro del Signore “otto giorni dopo” con la presenza dell’apostolo Tommaso. I vv. 30-31, infine, riportano alcune considerazioni finali dell’evangelista.

Il brano si apre al v. 19 con l’importante precisazione riguardante il raduno dei “discepoli” in un unico luogo, facendo capire che ciò che viene narrato riguarda la comunità ecclesiale di allora, come di oggi e di sempre. Al centro dell’attenzione c’è il Signore Gesù che si presenta ai suoi riuniti a porte chiuse “per timore dei Giudei”. Viene così evidenziato che non vi sono ostacoli e barriere che possano impedire al Signore di “stare in mezzo” alla sua Chiesa e di offrire il dono pasquale della “pace” dovuta proprio alla sua presenza. Con il Signore risorto, perciò, non c’è più timore ma “pace”.

Il Signore quindi si fa riconoscere ai suoi (v. 20), mostrando “loro le mani e il fianco”, con i segni della trafittura dei chiodi e della lancia del soldato romano, facendo sgorgare la “gioia” nei loro cuori riconoscendo in lui il Maestro che videro pendere dalla croce.

La prima parte si chiude con la consegna ai discepoli della specifica missione che dovranno compiere e che la Chiesa dovrà continuare lungo i tempi. A tale riguardo il Signore, “mandato” dal Padre, a sua volta “manda” i suoi discepoli, e in essi la Chiesa, a compiere la sua stessa missione, la cui efficacia è garantita dal dono dello Spirito indicato nel gesto molto espressivo del “soffio” (v:22).

La missione consiste essenzialmente nell’estendere a ogni uomo l’Alleanza ovvero la comunione di vita e d’amore con Dio, frutto della Pasqua del Signore e che prevede la previa remissione e il perdono dei peccati. In tal modo la Chiesa può portare nel mondo la “vita” quella che nel Signore Gesù ha trionfato sul peccato e dunque sulla morte, nella cui oscurità giace il mondo e, in esso, l’intera umanità.

La seconda parte del racconto, strettamente legata alla prima, prende avvio dalla contestazione da parte di Tommaso della “testimonianza” che gli altri discepoli sono in grado di dare in tutta verità: «Abbiamo visto il Signore!» (v.25).

Tommaso che: «non era con loro quando venne Gesù» (v. 24) rappresenta tutti coloro che, nei secoli, dovranno fidarsi e affidarsi con fede alla testimonianza che la comunità dei credenti offre su Gesù, il vivente, senza esigere perciò di “vedere” e di “mettere” personalmente la mano sulle ferite del Signore. Tommaso supererà questa pretesa “otto giorni dopo”, allorché il Signore tornerà tra i suoi augurando e recando il dono della “pace” e gli chiederà di mettere il suo dito e la sua mano nelle sue ferite esortandolo con le parole che, tramite lui, sono rivolte  a ogni uomo: «non essere più incredulo, ma credente!».(v. 27).

La reazione di Tommaso è quella di chi oramai è diventato “credente” in pienezza: non lo sfiora più il pensiero di mettere dito e mano sulle ferite del Signore, ma si rivolge a lui con una proclamazione di fede assoluta: «Mio Signore e mio Dio!», riconoscendo l’unità di Gesù che è il Risorto, con Dio!

Le parole conclusive del Signore (v. 29) sono anch’esse rivolte, tramite Tommaso, ai futuri credenti e, dunque, anche  a noi che oggi le ascoltiamo nella proclamazione liturgica dell’Evangelo. Fin da ora siamo da Gesù stesso proclamati “beati” perché crediamo in lui senza poterlo vedere e toccare. Questo lo hanno potuto fare i suoi apostoli e d’ora in poi la fede dei credenti dovrà poggiarsi sulla loro testimonianza.

Nella celebrazione eucaristica, scandita dal solenne ritmo domenicale istituito da Gesù, il vivente, è possibile per noi vivere l’esperienza degli apostoli, crescere nel rapporto con il Signore, nel quale «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Epistola: Colossesi 2,9) e accogliere con il “soffio” dello Spirito il mandato che ci abilita alla missione evangelica nel mondo da ricostruire nell’unità di vita e di amore con Dio.

La Lettura mostra come questa “missione” è stata da subito attuata dagli stessi apostoli, i quali annunziano con estrema chiarezza che: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati»  (Atti degli Apostoli 4,12). L’esperienza che essi hanno fatto del Risorto, la missione ricevuta nel “soffio” del Signore, nella potenza cioè dello Spirito Santo è insopprimibile nei loro cuori e li spinge ad annunziare a tutti, anche a costo della vita, la reale unica possibilità di salvezza che è in Cristo Signore: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (Atti 4,20).

Anche noi, di domenica in domenica, impariamo a «camminare nella nuova realtà dello Spirito” nella quale siamo stati stabiliti dai sacramenti pasquali. In tal modo “ ci è dato di superare il rischio orrendo della morte eterna, ed è serbata ai credenti la lieta speranza della vita senza fine» (Prefazio). Non è perciò possibile “tacere” ciò che “vediamo” e “ascoltiamo” nella celebrazione dei divini Misteri che ci pongono a contatto con lui, il vivente, dono di “pace” e di “gioia” per ogni  uomo.


27 aprile 2011

 
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