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10 giugno 2012 – II domenica dopo Pentecoste


Questa domenica, così come quelle che appartengono al tempo liturgico “dopo Pentecoste”, intende rileggere, sotto l’azione dello Spirito e alla luce del mistero pasquale celebrato nell’azione liturgica, le tappe essenziali nello sviluppo della storia della salvezza. In questa domenica l’attenzione è concentrata sull’avvio di questa “storia” con la creazione. 

 

Il Lezionario

 

Presenta le seguenti lezioni bibliche: Lettura: Siracide 16,24-30; Salmo 148; Epistola: Romani 1,16-21; Vangelo: Luca 12,22-31. Il Vangelo della Risurrezione da proclamare nella messa vespertina del sabato è preso da: Luca 24,1-8 (Le orazioni e i canti della Messa sono quelli della X domenica del Tempo “per annum” del Messale Ambrosiano).

 

Lettura del libro del Siracide (16,24-30)

 

24Ascoltami, figlio, e impara la scienza,
e nel tuo cuore tieni conto delle mie parole.
25[Manifesterò con ponderazione la dottrina,

con cura annuncerò la scienza.]

26Quando il Signore da principio creò le sue opere,

dopo averle fatte ne distinse le parti.

27Ordinò per sempre le sue opere

e il loro dominio per le generazioni future.

Non soffrono né fame né stanchezza

e non interrompono il loro lavoro.

28Nessuna di loro urta la sua vicina,

mai disubbidiranno alla sua parola.

29Dopo ciò il Signore guardò alla terra

e la riempì dei suoi beni.

30Ne coprì la superficie con ogni specie di viventi

e questi ad essa faranno ritorno.

 

Il brano propone una prima riflessione sulla creazione che il presente libro, appartenente al numero dei libri sapienziali della Bibbia, intende offrire a quanti vogliono «imparare la sapienza» (v. 24), mettendoli in guardia dai ragionamenti fuorvianti dei peccatori e degli empi (24,5-23). L’autore ispirato sostiene che Dio non solo ha «creato le sue opere», ma le ha create imprimendo ad esse un ordine preciso e determinando le rispettive funzioni (vv. 26-28). I vv. 29-30 parlano della creazione di «ogni specie di viventi» destinati a popolare la terra e a «fare ritorno ad essa» significando, in tal modo, la loro nativa fragilità.

 

Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (1,16-21)

 

Fratelli,  16io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. 17In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: «Il giusto per fede vivrà».

18Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, 19poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. 20Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa 21perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata.

 

Nell’avvio della sua importante lettera l’Apostolo vuole subito mettere in chiaro che tutta l’umanità ha bisogno della salvezza che Dio donerà in Cristo Gesù. Di conseguenza egli predica a tutti, Giudei e Greci, il Vangelo nel quale viene rivelata, in Cristo, la decisione di dare salvezza a tutti coloro che credono (vv. 16-17). Nei vv. 18-21 smaschera la condizione di empietà e di ingiustizia anzitutto dei popoli pagani. Questi, infatti, a motivo dei «loro vani ragionamenti» e della «loro mente ottusa», di fatto, hanno rifiutato di conoscere, glorificare e ringraziare Dio, realmente conoscibile dalla mente umana attraverso «le opere da lui compiute» nella creazione del mondo.

 

Lettura del Vangelo secondo Luca (12,22-31)

 

In quel tempo. Il Signore Gesù 22disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete. 23La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito. 24Guardate i corvi: non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi! 25Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 26Se non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto? 27Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 28Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi, gente di poca fede. 29E voi, non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: 30di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. 31Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta».

 

Il brano è preso da una serie di insegnamenti impartiti da Gesù, in viaggio verso Gerusalemme, ai suoi discepoli. Questi sono esortati a confidare nella provvidenza divina senza farsi travolgere dall’affanno per le cose ritenute indispensabili per l’esistenza terrena (vv. 22-23). A sostegno della sua esortazione Gesù porta alcuni esempi presi dalla natura. Il primo attira l’attenzione sui corvi, ritenuti dalla legge ebraica animali impuri e per i quali Dio stesso provvede il cibo (vv. 24-26). Il secondo esempio è preso dal mondo agricolo ed esalta l’inarrivabile bellezza dei gigli, così belli che «neanche Salomone, con tutta la sua gloria vestiva come uno di loro» (v. 27). L’insegnamento del Signore si conclude con la constatazione che Dio si prende cura di ogni  sua creatura e, a maggior ragione, dell’uomo fatto a sua immagine e somiglianza (vv. 24 e 28) e con l’esortazione a impegnarsi, sopra ogni cosa, nel conseguimento del Regno di Dio che è già presente nel mondo proprio nella persona di Gesù.

 

Commento liturgico-pastorale

 

Le parole del Signore che ascoltiamo nella pagina evangelica sono anzitutto un canto e un’esaltazione della bellezza e della grandezza inesprimibile di Dio che brilla nella creazione a partire dall’umile erba del campo, tra la quale spicca l’incomparabile bellezza del giglio che nemmeno il re Salomone «con tutta la sua gloria» poteva in nessun modo eguagliare (Vangelo: Luca 12,27). Con la bellezza il Signore Gesù esalta la “sapienza organizzativa” e la premura con la quale Dio si prende cura della sua opera: procurando il cibo ai corvi e agli uccelli del cielo! (v. 24).

La stessa sapienza del popolo dell’antica alleanza aveva già guardato all’intera creazione come a opera propria di Dio, con ciò prendendo le distanze dal pensiero dei popoli vicini che attribuivano a essa la consistenza della natura divina.

La stessa sapienza aveva già espresso la più profonda meraviglia per l’ordine impresso da Dio al creato, così che «nessuna di loro urta la sua vicina» (Lettura: Siracide 16,28), in opposizione al pensiero degli empi ancora oggi diffuso che tutto è come dovuto al... caso!

È lecito, pertanto, vedere nella creazione la prima grande rivelazione di Dio, che si presenta come un Dio grande, magnanimo, generoso e soprattutto attento e premuroso verso ogni sua creatura che, a un occhio superficiale, può apparire come insignificante.

Davvero la creazione è una traccia autentica che Dio ha posto e continuamente pone per risalire fino a lui. È ciò che sostiene con forza l’Apostolo Paolo quando afferma che «le perfezioni invisibili (di Dio), ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute» (Epistola: Romani 1,20), dichiarando, perciò, inescusabili davanti a Dio i pagani i quali, «pur avendo conosciuto Dio» attraverso le sue opere, «non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio» (v. 21).

Sotto l’azione dello Spirito, riconosciamo, dunque, che il creato è opera sapiente e intelligente di Dio, respingendo una certa visione di esso che tende alla sua divinizzazione riproponendo, in forme subdole e vane, un nostalgico ritorno al panteismo. Riconosciamo, inoltre, nel creato una possibilità certa di risalire a Dio inteso come provvidenza per tutte le sue creature respingendo quella mentalità negativa, pure oggi diffusa, per la quale l’universo, la terra e in essa l’umanità, sono di fatto lasciati a sé stessi e, quindi, alla deriva.

Per tutto questo nel cuore della celebrazione eucaristica rendiamo grazie a Dio che proclamiamo «Signore, Padre Santo, Onnipotente ed Eterno» essenzialmente «per Cristo nostro Signore». Egli, infatti, nella sua Incarnazione, Morte e Risurrezione ha portato a compimento in modo pieno e definitivo la rivelazione di Dio che ha il suo esordio autentico nella creazione. La preghiera liturgica sintetizza il messaggio oggi trasmesso dalle divine Scritture facendoci così rivolgere a Dio: «Tu hai creato il mondo nella varietà dei suoi elementi, hai disposto l’avvicendarsi dei tempi e delle stagioni e all’uomo, fatto a tua immagine, hai affidato le meraviglie dell’universo perché, fedele interprete dei tuoi disegni, esercitasse il dominio su ogni creatura e nelle tue opere glorificasse te, Creatore e Padre, per Cristo nostro Signore» ( Prefazio).


06 giugno 2012

 
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