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10 Novembre 2013 – Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo – Anno C

È l’ultima domenica dopo la Dedicazione e inaugura la settimana che conclude il corrente Anno liturgico. In essa celebriamo la regalità del Signore Gesù, destinata ad abbracciare tutti i popoli e tutti i tempi.

Il Lezionario

Riporta il seguente ordinamento di brani biblici: Lettura: Daniele 7,9-10.13-14; Salmo 109 (110); Epistola: 1Corinzi 15,20-26.28; Vangelo: Matteo 25,31-46. Alla Messa vigiliare del sabato viene proclamato: Luca 24,1-8 come Vangelo della Risurrezione. (Le orazioni e i canti della Messa sono quelli propri della solennità nel Messale ambrosiano).

 Lettura del profeta Daniele (7,9-10.13-14)

 9Io continuavo a guardare, / quand’ecco furono collocati troni / e un vegliardo si assise. / La sua veste era candida come la neve / e i capelli del suo capo erano candidi come la lana; / il suo trono era come vampe di fuoco / con le ruote come fuoco ardente. / 10Un fiume di fuoco scorreva / e usciva dinanzi a lui, / mille migliaia lo servivano / e diecimila miriadi lo assistevano. / La corte sedette e i libri furono aperti. / 13Guardando ancora nelle visioni notturne, / ecco venire con le nubi del cielo / uno simile a un figlio d’uomo; / giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. / 14Gli furono dati potere, gloria e regno; / tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: / il suo potere è un potere eterno, /  che non finirà mai, / e il suo regno non sarà mai distrutto.

Il capitolo dal quale è preso il brano, oggi proclamato, riferisce le visioni del profeta, descritte con il linguaggio fortemente simbolico dell’apocalittica. Qui si parla della visione del vegliardo la cui veste, il colore dei capelli, il trono e il fuoco richiamano la gloria di Dio (cfr. Ezechiele 1,4.28), il quale, attorniato dalle schiere angeliche, si appresta al giudizio, evocato dai libri aperti (vv. 9-10), nei quali sono scritte le vicende degli uomini e della storia. Quindi si passa alla visione del «figlio dell’uomo», un personaggio simbolico proveniente dalla sfera divina, significata dalle nubi, e che l’interpretazione neo-testamentaria vedrà realizzato in Gesù Cristo. A lui viene affidato il potere eterno e universale che si contrappone ai regni effimeri e violenti di questo mondo (vv. 13-14).

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (15,20-26.28)

Fratelli 20Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. 21Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. 22Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. 23Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. 24Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. 25È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. 26L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte.
28E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

L’Apostolo desidera illuminare i credenti sul mistero della risurrezione dai morti che ha nella risurrezione di Cristo il suo fondamento e la sua primizia (v. 20). Per illuminare tale felice prospettiva, instaura il raffronto tra l’uomo-Adamo, da cui «venne la morte», e l’uomo-Cristo, da cui viene la risurrezione dei morti (vv. 21-22). Questa è inaugurata proprio dal Signore Gesù quale primizia, mentre per quanti credono in lui essa avverrà «alla sua venuta» (v. 23). Questa espressione del vocabolario cristiano delle origini, in greco parusìa, sta a indicare il ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi. Essa segnerà il definitivo annientamento di tutti i nostri nemici, il più implacabile dei quali è la morte (v. 26) e la riconsegna a Dio Padre di ogni cosa, «perché Dio sia tutto in tutti» (v. 28).

Lettura del Vangelo secondo Matteo (25,31-46)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «31Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 37Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. 40E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 44Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. 45Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Il brano conclude il discorso sulla venuta del Figlio dell’uomo (Matteo 24-25) e si può dividere in tre parti. La prima: vv. 31-33, introduce la venuta gloriosa del Figlio dell’uomo con il raduno universale davanti al suo trono e la separazione tra i buoni (pecore) alla sua destra e i cattivi (capre) alla sua sinistra. Nella seconda: vv. 34-45, possiamo distinguere il dialogo del re con i chiamati alla beatitudine per aver compiuto le opere di carità e di misericordia verso i poveri a lui identificati (vv. 34-40) e il dialogo con quelli posti alla sua sinistra destinati alla perdizione e alla rovina eterna per non aver compiuto le sopra citate opere di carità verso i poveri (i piccoli) e, in definitiva, verso di lui (vv. 41-45). Il v. 46 rappresenta la conclusione che descrive l’effettiva esecuzione delle sentenze: l’eterna rovina-la vita eterna. 

Commento liturgico-pastorale

In questa domenica, conclusiva dell’anno liturgico, viene messa in rilievo la regalità che il Signore Gesù ha acquistato sul mondo, sulla storia e su ogni realtà esistente a motivo della sua morte, con la quale ha affrontato e vinto il potere del male che teneva proditoriamente in suo pugno l’uomo e l’intera creazione uscita dalla mano di Dio.

Con la sua risurrezione, inoltre, ha fatto brillare la vittoria della vita come speranza certa per i credenti e ha ricevuto dal Padre «ogni potere in cielo e in terra», compreso quello di giudicare, ossia di escludere o di ammettere nella vita beata del Regno dei Cieli.

Il testo evangelico, a tale riguardo, ci trasporta nelle realtà ultime e definitive che attendono ogni uomo, tra le quali spicca il giudizio affidato al Figlio dell’uomo, ossia al Signore Gesù Cristo vittorioso sul male, sul peccato e sulla morte.

L’Antico Testamento, come risulta dalla pagina profetica, conosce la misteriosa figura del Figlio dell’uomo come proveniente dalla sfera celeste e al quale il vegliardo che siede sul trono circondato da miriadi  di angeli (Lettura: Daniele 7,9-10), nel quale si deve riconoscere Dio, consegna un potere eterno «che non finirà mai e il suo regno non sarà mai distrutto» (v.14). Non sorprende, perciò che, per indicare l’ora del giudizio finale, l’evangelista applichi a Gesù il titolo di Figlio dell’uomo, altamente espressivo della sua sovranità sovratemporale, e lo descriva ricorrendo al linguaggio vetero-testamentario idoneo a parlare delle realtà ultime qual è, appunto, il giudizio supremo e inappellabile che avviene attorno al suo trono circondato dalla corte celeste e davanti al quale «verranno radunati tutti i popoli» (Vangelo: Matteo 25,31-32).

Gesù stesso, del resto, si attribuirà il titolo di Figlio dell’uomo, a indicare il “potere” che verrà posto nelle sue mani, in seguito agli eventi pasquali della sua morte e risurrezione, che lo proclamano davanti al mondo e alla storia quale egli è in senso pieno ed esclusivo: Figlio di Dio. Nella sua Pasqua, infatti, si manifesta al livello più alto il suo amore filiale per il Padre e il suo amore incandescente per l’umanità piagata e umiliata dal male e dal peccato.

Si comprende, perciò, come il giudizio abbia luogo davanti a colui che reca sulla sua persona i segni visibili della sua carità e consista, essenzialmente, in una “separazione” tra “pecore” e “capre”, ossia tra buoni e cattivi che nell’esistenza terrena vivevano insieme. Separazione fatta in base a un unico criterio: «l’aver dato o non dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati…» (cfr. vv.35-36), il criterio, cioè, della carità verso gli ultimi, i piccoli, i tribolati, che il Giudice ritiene come fatta o non fatta a sé stesso (v.40; v.45).

Una identificazione giustificata in quanto, nel mistero del suo amore per gli uomini umiliati dal potere del male, egli non solo si è spogliato della sua condizione divina venendo in questo mondo rivestito della nostra fragilità e debolezza, ma ha sacrificato «se stesso sull’altare della croce come vittima immacolata di pace», portando così «a compimento il mistero della nostra salvezza» (Prefazio).

Il suo regno, pertanto, sarà popolato soltanto da gente capace di amare, come lui ha amato e, dunque un regno che, diversamente dai regni mondani fondati sul dominio e sul potere e, perciò, caduchi, sarà  «un regno universale ed eterno: regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace» (Prefazio).

Esso apparirà nell’ora solenne della parusìa, l’ora del definitivo trionfo del Signore sulle potenze celesti ostili ai disegni salvifici e su tutti i nemici di Dio e degli uomini compreso quello che l’Apostolo chiama l’ultimo e il più terribile, quale è la morte (cfr. Epistola: 1Corinzi 15,24-26). Solo allora, infatti, potrà consegnare a Dio Padre il regno conquistato dal suo amore e abitato da quanti, al pari di lui, hanno amato, così che, finalmente, «Dio sia tutto in tutti» (v. 28).

Mentre attendiamo la manifestazione piena e definitiva del Regno, guardando al Signore che ci ha amato «sino alla fine», esaminiamo il nostro cuore e la nostra vita e se scoprissimo di essere collocati «alla sinistra» del trono del grande Re, supplichiamolo perché il suo Spirito ci trasformi intimamente e ci renda capaci di vivere della sua carità, che ci tiene costantemente vicini agli affamati, agli assetati, ai tribolati e agli ultimi che il mondo disprezza e non degna di considerazione alcuna, così come ha disprezzato il Signore Crocifisso.

Così facendo tutti noi, membra vive della Chiesa, autentico germoglio del Regno, mostreremo che è possibile un’altra vita, un altro mondo, un altro regno: quello dell’Amore crocifisso, l’unico che riconosciamo  nostro Re. Lui solo, infatti, ha avuto «pietà dei nostri errori» e, «obbediente al volere del Padre», si è lasciato «condurre sulla croce come agnello mansueto destinato al sacrificio». A lui, solo a lui, dunque, diciamo: «Sia gloria, osanna, trionfo e vittoria», a lui «la più splendente corona di lode e di onore» (canto Dopo il Vangelo).

Nel concludere l’Anno liturgico e preparandoci a vivere una nuova stagione di grazia, impariamo dalla solennità odierna a seguire le orme del Signore nella via della Carità, perché quando egli verrà come nostro giudice non abbiamo nulla da temere. Mentre ci accostiamo alla mensa imbandita dall’amore del Signore, supplichiamo il Padre perché «obbediamo con gioia a Cristo, Signore dell’universo, per regnare anche noi un giorno nella gloria senza fine»
(Orazione Dopo la Comunione).


06 novembre 2013

 
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