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martedì 29 novembre 2022
 

11 Agosto 2013 – XII Domenica dopo Pentecoste – Anno C

Presenta la figura di Geremia, inascoltato profeta in un’ora tragica della storia del popolo di Dio. In ciò egli preannuncia il rifiuto a cui andrà incontro lo stesso Signore Gesù, Parola vivente di Dio.

 

Il Lezionario

 

Presenta il seguente ordinamento: Lettura: 2Re 25,1-17; Salmo 77 (78); Epistola: Romani 2,1-10; Vangelo: Matteo 23,37-24,2. Alla Messa vigiliare del sabato viene proclamato: Giovanni 21,1-14 quale Vangelo della Risurrezione. (Le orazioni e i canti della Messa sono quelli propri della XIX domenica del Tempo «per annum» nel Messale Ambrosiano).

 

Lettura del secondo libro dei Re ( 25,1-17)

 

1Nell’anno nono del suo regno, nel decimo mese, il dieci del mese, Nabucodònosor, re di Babilonia, con tutto il suo esercito arrivò a Gerusalemme, si accampò contro di essa e vi costruirono intorno opere d’assedio. 2La città rimase assediata fino all’undicesimo anno del re Sedecìa. 3Al quarto mese, il nove del mese, quando la fame dominava la città e non c’era più pane per il popolo della terra, 4fu aperta una breccia nella città. Allora tutti i soldati fuggirono di notte per la via della porta tra le due mura, presso il giardino del re, e, mentre i Caldei erano intorno alla città, presero la via dell’Araba.

5I soldati dei Caldei inseguirono il re e lo raggiunsero nelle steppe di Gerico, mentre tutto il suo esercito si disperse, allontanandosi da lui. 6Presero il re e lo condussero dal re di Babilonia a Ribla; si pronunciò la sentenza su di lui. 7I figli di Sedecìa furono ammazzati davanti ai suoi occhi; Nabucodònosor fece cavare gli occhi a Sedecìa, lo fece mettere in catene e lo condusse a Babilonia.8Il settimo giorno del quinto mese era l’anno diciannovesimo del re Nabucodònosor, re di Babilonia – Nabuzaradàn, capo delle guardie, ufficiale del re di Babilonia, entrò in Gerusalemme. 9Egli incendiò il tempio del Signore e la reggia e tutte le case di Gerusalemme; diede alle fiamme anche tutte le case dei nobili. 10Tutto l’esercito dei Caldei, che era con il capo delle guardie, demolì le mura intorno a Gerusalemme. 11Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò il resto del popolo che era rimasto in città, i disertori che erano passati al re di Babilonia e il resto della moltitudine. 12Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori.

13I Caldei fecero a pezzi le colonne di bronzo che erano nel tempio del Signore, i carrelli e il Mare di bronzo che erano nel tempio del Signore, e ne portarono il bronzo a Babilonia. 14Essi presero anche i recipienti, le palette, i coltelli, le coppe e tutti gli oggetti di bronzo che servivano al culto. 15Il capo delle guardie prese anche i bracieri e i vasi per l’aspersione, quanto era d’oro e d’argento. 16Quanto alle due colonne, all’unico Mare e ai carrelli, che aveva fatto Salomone per il tempio del Signore, non si poteva calcolare quale fosse il peso del bronzo di tutti questi oggetti. 17L’altezza di una colonna era di diciotto cubiti, il capitello sopra di essa era di bronzo, e l’altezza del capitello era di cinque cubiti; tutto intorno al capitello c’erano un reticolo e melagrane, e il tutto era di bronzo. Così pure era l’altra colonna.

 

Il brano dà anzitutto notizia dell’assedio di Gerusalemme a opera di Nabucodonosor, re dei Babilonesi, che si protrasse dall’inizio del 588 a.C. fino alla metà del 587 a.C. e questo sotto il regno di Sedecìa che fu l’ultimo re di Giuda (vv. 1-3). Segue la narrazione dell’irruzione in città delle truppe babilonesi, della cattura del re, della sua punizione e deportazione in Babilonia (vv. 3-7). I vv. 8-12 riferiscono del saccheggio della città, dell’incendio del Tempio e della deportazione degli abitanti mentre furono lasciati sul posto «parte dei poveri della terra». I vv. 13-17 infine descrivono minuziosamente la razzia, a opera dei babilonesi, degli splendidi oggetti e di parte della decorazione del Tempio.

 

Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (2,1-10)

 

1Chiunque tu sia, o uomo che giudichi, non hai alcun motivo di scusa perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso; tu che giudichi, infatti, fai le medesime cose. 2Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio contro quelli che commettono tali cose è secondo verità. 3Tu che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, pensi forse di sfuggire al giudizio di Dio? 4O disprezzi la ricchezza della sua bontà, della sua clemenza e della sua magnanimità, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? 5Tu, però, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, 6che «renderà a ciascuno secondo le sue opere»: 7la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità; 8ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia. 9Tribolazione e angoscia su ogni uomo che opera il male, sul Giudeo, prima, come sul Greco; 10gloria invece, onore e pace per chi opera il bene, per il Giudeo, prima, come per il Greco.

 

Il brano, che è preso dalla parte dottrinale della Lettera, è avviato dall’accusa che l’Apostolo rivolge all’uomo che «giudica», in particolare ai Giudei tentati di emettere giudizi negativi contro i pagani quando essi sono colpevoli dei loro stessi peccati (vv.1-2). Per questo anch’essi sono soggetti «al giudizio di Dio» (v. 3) il quale è ricco di bontà e misericordia per spingere gli uomini alla conversione dalla loro condotta malvagia (v. 4). Nei vv. 5-8 l’Apostolo avverte con estrema franchezza che l’ostinazione dell’uomo nel male attira il giudizio divino che sarà di condanna per quanti «obbediscono» mentre, a chi persevera nel bene, verrà data la vita eterna. I vv. 9-10 sintetizzano quanto appena detto ribadendo che la punizione divina piomba anzitutto sul Giudeo che compie il male e poi sul Greco, ossia sui pagani. Così è per la ricompensa divina per chi opera il bene. Il primato del Giudeo, per l’Apostolo, è dovuto al fatto che egli ha ricevuto per primo la Legge e l’alleanza.

                                                               

Lettura del Vangelo secondo Matteo (23,37-24,2)

 

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «37Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 38Ecco, la vostra casa è lasciata a voi deserta! 39Vi dico infatti che non mi vedrete più, fino a quando non direte: / “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

24,1Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. 2Egli disse loro: «Non vedete tutte queste cose? In verità io vi dico: non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta».

 

Il brano conclude la forte invettiva di Gesù nei riguardi di scribi e farisei (23,1-36) che ora si rivolge direttamente alla città di Gerusalemme di cui denuncia l’ostinazione nel male e nell’incredulità che l’ha portata ad uccidere gli inviati di Dio fino allo stesso Gesù il cui amore si manifesta nell’immagine della chioccia che «raccoglie i suoi pulcini sotto le ali». Un amore, però rifiutato (v. 37-38). Con il ricorso al salmo 118,26, Gesù annuncia, la sua momentanea assenza e il suo ritorno alla fine dei tempi nel quale sarà riconosciuto come inviato «nel nome del Signore» (v. 39). Nei primi due versetti del capitolo 24, dedicato al discorso escatologico” ovvero sulle realtà ultime Gesù, interpellato dai discepoli sul meraviglioso tempio della città, ne annunzia la distruzione che verrà effettuata dai Romani nel 70 d.C.

 

 

 

 

Commento liturgico-pastorale

 

La Lettura descrive, con la cattura del re Sedecìa, l’occupazione , la distruzione di Gerusalemme, l’incendio del Tempio, da parte di Nabucodonosor, re dei Babilonesi (Caldei) nel 587 a. C., e la fine del regno di Giuda sopravvissuto a quella del regno d’Israele (Samaria) avvenuta nel 721 a.C.

Il tragico evento è segnato dalla deportazione in Babilonia della popolazione valida, mentre nella città devastata vengono lasciati «parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori» (2Re 25, 12). Il testo sacro, inoltre, offre dettagliati particolari sugli arredi del Tempio trafugati dai Caldei (vv. 13-17) rivelando in tal modo l’ineguagliabile magnificenza dell’edificio costruito dal re Salomone, figlio di Davide. In questi fatti luttuosi si colloca il ministero profetico di Geremia, lui stesso testimone e vittima di essi, teso a far rinascere nel cuore del re e del popolo una fede ferma e piena di fiducia in Dio che ha dato infinite prove del suo amore per Israele compiendo «azioni gloriose e potenti» e di cui fa memoria  il Salmo 77. Sappiamo, però, che né Sedecia, né i capi del popolo ascoltarono il profeta perseverando in quell’atteggiamento stigmatizzato nelle parole del Salmo: «Ma essi tentarono Dio, si ribellarono a Dio, l’Altissimo, e non osservarono i suoi insegnamenti». Di conseguenza, come una volta Dio «abbandonò la tenda che egli abitava tra gli uomini» (Salmo), ora egli abbandona Gerusalemme e il Tempio sua dimora lasciandola in balia dei nemici. Alla luce del Salmo 77 si comprende come l’immane disgrazia abbattutasi su Gerusalemme è dovuta all’ostinazione nell’incredulità e nel disprezzo degli insegnamenti del Signore da parte del re e dei capi anzitutto: ostinazione nella quale hanno trascinato inevitabilmente il popolo.

A questi eventi fanno riscontro quelli ancora più tragici a cui alludono le parole del Signore Gesù rivolte ai discepoli ammirati per lo splendore del Tempio ricostruito dopo il ritorno dall’esilio babilonese tra il 520 e il 515 a.C., successivamente abbellito da Erode il grande (cfr. Vangelo: Matteo 24,2). Esse riguardano la definitiva distruzione del Tempio a opera dell’esercito romano nel 70 d.C. Tale evento, segnato da un’immane violenza sulla città di Gerusalemme e sulla sua popolazione, ha, tra l’altro, posto fine definitivamente al culto liturgico del popolo d’Israele incentrato quasi esclusivamente sui sacrifici che venivano offerti nel Tempio.

In questo caso, però, non è la parola di un profeta, pur grande come Geremia, ma è la Parola stessa di Dio venuto nel mondo, il suo Figlio Gesù il quale, con un’espressione tenerissima si paragona a una chioccia che «raccoglie i suoi pulcini sotto le ali» (v.37), a cercare in tutti i modi di porre al riparo il suo popolo dalla sciagura che lo sovrasta, invitandolo ad accoglierlo con fede quale Messia inviato per la sua salvezza!

La constatazione di Gesù al riguardo è amara: «E voi non avete voluto!» (v. 37). Il popolo, infatti, e, in particolare, i suoi capi, hanno perseverato in quella ostinazione del cuore che il Salmo 77 ha già lamentato per i loro padri e che il testo evangelico attribuisce emblematicamente a Gerusalemme che uccide «i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te» (v. 37).

L’Apostolo nella sua lettera coinvolge non solo il popolo dell’Antica Alleanza, ma l’intera umanità (= il Greco) in quel sentimento sciagurato di chiusura alla voce di Dio, di perseveranza nel «cuore duro e ostinato» (Epistola: Romani 2,5) che, di fatto, rappresenta il disprezzo «della sua clemenza e della sua magnanimità» e impedisce di «riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione» (v. 4).

Benediciamo e lodiamo la magnanimità di Dio che, oggi, nell’ascolto della sua Parola, ci invita a esaminare con attenzione noi stessi rinunciando, in primo luogo a giudicare gli altri (vv.1-2), per vedere se in noi domina il cuore duro e ostinato che ci spinge a ribellarci e a disobbedire all’insegnamento divino che tutti vuole preservare non tanto dagli eventi storici luttuosi, ma dalla catastrofe e dalla rovina eterna a cui va incontro chi non si pone sotto le “ali” protettrici del suo Figlio Gesù, ossia non riconosce e non accoglie in lui la mano salvifica di Dio.

Accogliamo con prontezza l’invito divino che il Salmo ha messo sulle nostre labbra e, si spera, nel nostro cuore: «Popolo mio, porgi l’orecchio al mio insegnamento», che riconosciamo sempre vivo e attuale nel Vangelo del suo inviato: Gesù! Sentiremo come dette a noi le parole profetiche che ci accompagnano mentre ci accostiamo alla mensa eucaristica: «Il mio amore non ti abbandonerà, la mia alleanza di pace non verrà  meno dice il Signore di misericordia – . Porgete l’orecchio e venite, ascoltate e avrete la vita: farò con voi un’alleanza eterna come promisi a Davide».


09 agosto 2013

 
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