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13 febbraio 2011 – VI domenica dopo l’Epifania


1. La sesta domenica dopo l'Epifania
     

Nel presentare ancora una volta l’attività taumaturgica del Signore si insiste sulla dimensione “epifanica” di tale attività. Essa, infatti, manifesta il volto di colui che è venuto dal Cielo per “fare del bene” a tutta l’umanità. Vengono, perciò, oggi proclamate le seguenti lezioni della Sacra Scrittura: Lettura: 1Samuele 21,2-6a.7ab; Salmo 42; Epistola: Ebrei 4,14-16; Vangelo: Matteo 12,9b-21. Come Vangelo della risurrezione nella Messa vespertina del sabato viene letto: Matteo 28,8-10. Le orazioni e i canti per la Messa sono quelli della VI Domenica “Per annum” nel Messale ambrosiano.    


2. Vangelo secondo Matteo 12,9b-21
     

In quel tempo. 9Il Signore Gesù andò nella sinagoga; 10ed ecco un uomo che aveva una mano paralizzata. Per accusarlo, domandarono a Gesù: «è lecito guarire in giorno di sabato?». 11Ed egli rispose loro: «Chi di voi, se possiede una pecora e questa, in giorno di sabato, cade in un fosso,  non l’afferra e la tira fuori? 12Ora, un uomo vale ben più di una pecora! Perciò è lecito in giorno di sabato fare del bene». 13E disse all’uomo: «Tendi la tua mano». Egli la tese e quella ritornò sana come l’altra. 14Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.    
15Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti 16e impose loro di non divulgarlo, 17perchè si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:   
18«Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
19Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
20Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
21nel suo nome spereranno le nazioni».
   


3.Commento liturgico-pastorale
     

Il testo evangelico è chiaramente diviso in due parti: vv. 9-14 e vv. 15-21. La prima parte riporta sostanzialmente la guarigione di un uomo con una “mano paralizzata” compiuta da Gesù in una sinagoga in giorno di sabato. Il racconto perciò, a ben guardare, si sviluppa proprio attorno alla domanda posta a Gesù dai farisei:  «è lecito guarire in giorno di sabato?» (v. 10).

Il sabato, com’è noto, è uno dei pilastri portanti di tutta la concezione religiosa di Israele. Esso fa parte della Legge data da Dio a Mosè e consiste in un giorno di riposo ad imitazione di ciò che Dio stesso fece al termine dei sei giorni della creazione. Il sabato, inoltre, è destinato al culto da rendere a Dio e, perciò, è un giorno sacro.

Con la sua risposta (vv. 11-12) Gesù, mentre sottolinea il primato dell’uomo su ogni altra creatura, afferma di voler sempre anteporre il “fare del bene” a ogni altra norma per quanto sacra qual è, appunto, l’osservanza del sabato.

La Scrittura, del resto, conosce e afferma la prevalenza del “fare del bene” sull’osservanza di norme religioso-cultuali. E il caso narrato nella Lettura: il sacerdote Achimélec non esita a dare a Davide e ai suoi accompagnatori affamati, i “pani sacri” che non era lecito a nessuno mangiare se non ai soli sacerdoti (1Samuele 21,7). Non è evidentemente questa la linea dei farisei i quali, infatti, davanti al comportamento di Gesù giudicato dissacrante: «tennero consiglio contro di lui per farlo morire» (v. 14).

La seconda parte del nostro brano, dopo aver detto come Gesù si sottrae alla polemica continuando però nella sua attività di “guarigione”, è come occupata dalla lunga citazione di Isaia  42,1-4 che viene qui trascritta ai vv. 18-21 e riguardante la peculiare modalità nella quale Gesù vive il suo ministero messianico: egli viene nel mondo a portare il “giudizio” a tutte le genti, ma il suo non sarà un giudizio di condanna bensì di salvezza! Il giudizio di condanna lo prenderà su di sé nell’ora della croce così che per gli uomini il giudizio sarà di salvezza.

Per questo egli si presenta come il Messia “mite”, il quale «non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta». Anzi, proprio perché toglie di mezzo il giudizio di condanna, proprio perché mostra di saper «prendere parte alle nostre debolezze» (Epistola: Ebrei 5,15) in lui potranno davvero «sperare tutte le nazioni» (v. 21).

Proclamato in questi giorni del tempo liturgico che si prefigge di far risaltare i diversi aspetti dell’Epifania del Signore, il brano esalta l’attività taumaturgica nella quale il Signore rivela la sua bontà e il suo amore verso tutti gli uomini e mostra la modalità specifica nella quale compie la missione ricevuta dal Padre con la sua venuta in questo mondo: prendere parte alle debolezze dell’uomo, anzi, assumerle nella sua persona, per guarire e sollevare ogni uomo dall’oppressione del male e salvarlo dal “giudizio”.

Ben a ragione, perciò, possiamo tutti sperare in lui facendo nostre le parole del canto all’Ingresso: «Dalla mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha ascoltato. Ho gridato dal fondo dell’abisso e tu, o Dio, hai udito la mia voce. So che tu sei un Dio clemente, paziente e misericordioso e perdoni i nostri peccati».

Tutto ciò induce la Chiesa, ogni comunità e ogni fedele a riflettere attentamente sul proprio modo di porsi di fronte all’uomo d’oggi che appare come “paralizzato” e “indebolito” all’estremo dall’incredulità, dall’indifferenza, dal peccato. A imitazione di Cristo Signore occorre senza dubbio guardare in faccia il male che affligge l’uomo in atteggiamento, però, di continua paziente e premurosa accoglienza che, sola, è in grado di estendere l’opera di salvezza compiuta dal Signore quando, sulla croce, si caricò di tutte le “debolezze” dell’uomo per farlo entrare in quel “riposo” che non dura lo spazio di un giorno, ma che è quello proprio della felicità eterna.


09 febbraio 2011

 
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