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sabato 31 luglio 2021
 

15 agosto 2010-Assunzione Beata Bergine Maria

 
Luca (1,39-56)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore».


Il privilegio della madre

«Tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc 1,48). Il canto della Vergine di Nazaret sciolse il grido di gioia, inno di ringraziamento per il dono fatto all’umanità, in lei, del Figlio divino.  Esultava la Vergine per la carne nella sua carne concepita senza intervento d’uomo, per quella speranza che sentiva realizzarsi dentro di lei. Certezza di un mondo trasformato dalla Parola, suo Figlio, che avrebbe per amore disperso i superbi, rovesciato i potenti, rimandato a mani vuote i ricchi, ricolmato di beni gli affamati, dando dignità agli umili.

    Tutto il Vangelo è scritto nel poema della Vergine: sintesi di un percorso, il Magnificat racconta quanto grande sia l’Onnipotente che ha inviato ai perduti d’Israele, ai poveri di ogni tempo, quanto aveva promesso. Grazie al Figlio benedetto, che ora esultava nel grembo di Maria, la salvezza avrebbe visitato la terra. Vinte le tenebre, ora nasceva la speranza: ogni uomo in virtù della Parola avrebbe potuto superare per sempre la barriera della morte.

    Nella Vergine ebbe inizio il futuro e nel suo grembo fu inaugurato il tempo definitivo: la carne del Figlio, nella sua carne, sarebbe stata partorita per il riscatto di tutti e tutti nel Figlio di Maria avrebbero potuto vedere il cielo aperto sulle attese dell’uomo: «Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti» (1Cor 15,21).

    L’ottimismo della fede nasce dalla certezza che le nostre esperienze non sono ridotte dal tempo in scatole chiuse, ma trasfigurate in vasi comunicanti dove la storia di oggi si ritrova con la storia di chi ci ha preceduto e di chi verrà dopo di noi. Il canto della Vergine, il Magnificat, è la voce dell’umanità che, finalmente libera dal compromesso di un tempo mortificato, sprigiona l’entusiasmo per la buona notizia che annuncia la sconfitta di un tempo malato.

    Calpestata la morte dal Figlio di Maria, il tempo ha trovato il giusto compimento: «L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte » (1Cor 15,26).

    Ma c’è di più, la promessa di futuro per il credente nel Vangelo non è semplice promessa di futura esistenza. La vita oltre non è un esserci senza consistenza. Lo scandalo della croce si coniugherà con l’assurdo della risurrezione della carne, con la straordinaria notizia: saremo un corpo ritrovato, salvato, redento, resuscitato, il nostro definitivo corpo.

    Cristo, risorto nella sua carne, è la primizia. Il privilegio di seguirlo per prima è della Madre, assunta in cielo nel suo vero corpo. Avere fede in Gesù è credere in cieli nuovi e terre nuove, è dare speranza a carne redenta, rinnovata, risorta, la nostra, per sempre. Oggi è il giorno di Maria, un giorno che ci riguarda.


11 agosto 2010

 
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