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15 maggio 2011 - IV domenica di Pasqua


Giovanni (10,1-10)


In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. [...] Io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».


La voce di chi dà la vita

«Io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7). È una porta stretta quella che bisogna attraversare per lasciarsi alle spalle una vita senza senso, dove nella futilità dei giorni, il sopruso dei potenti della terra, che soffocano ogni anelito di libertà e di giustizia, ci induce a credere che non ci sia nulla da fare per cambiare questo mondo.

Eppure, in ogni epoca della storia c’è sempre una voce che chiama l’umanità a ritrovare sé stessa, a rinascere dall’alto, quando il deserto delle speranze provoca fame di pane diverso. Come un tarlo nella mente, c’è sempre una voce che propone di distruggere ogni torre che, eretta con superbia per sconfiggere Dio, ha procurato solo morte.

È la voce dei profeti, è il segnale di una presenza luminosa, di altro dentro l’uomo, che muove la speranza di uscire dal fango. Voce di dentro che rimanda alla Parola creatrice, come un’eco che nel tempo ricorda all’uomo la sua appartenenza all’alto.

Una voce che, ora debole, ora forte, ascoltata o rinnegata, è sempre presente nel deserto della storia umana. Una voce piovuta dal cielo, come acqua che irrora la terra, così è la voce dei profeti che nel corso dei millenni annunciano ciò che ascoltano al di là del muro che separa il tempo dall’eterno. Perenne provocazione nel cuore sofferente dell’uomo, essa suscita il desiderio del cielo nella solitudine di una terra malata. In ogni tempo c’è sempre chi è pronto a gridare all’uomo l’uomo, per spronarlo a trovare, anche nelle piaghe di una storia degradata dal male, il coraggio della sua origine divina.

Tra tutte sovrasta la voce del Buon pastore, che con parole di vita eterna «chiama le sue pecore, ciascuna per nome» (Gv 10,3). Una voce che invita ogni uomo a non lasciarsi stordire dalle voci del mondo, per ascoltare la voce della coscienza e ritrovare la sua dignità creaturale. Vincastro e bastone della nostra speranza, il Buon pastore, pronto a lasciare il gregge per ritrovare la pecora smarrita, non ha paura di affrontare a viso aperto il lupodell’ingiustizia, della miseria, della morte.

«Salvatevi da questa generazione perversa!» (At 2,40), gridava Pietro alle pecore disperse del suo tempo. E anche noi se vogliamo salvarci da un’epoca che vorrebbe portarci lontano dalla nostra dignità, non lasciamoci ingannare dai mercenari. Tra le voci di ladri e briganti, che rubano la lana delle pecore vendendo menzogne, dobbiamo imparare a riconoscere la voce del Buon pastore che ha dato la vita per le sue pecore, affinché «vivessimo per la giustizia» (1Pt 2,24). Solo allora quella porta stretta, ma sempre aperta, ci condurrà a verdi pascoli e ad acque tranquille e abiteremo «nella casa del Signore per lunghissimi anni» (Sal 22,6).


11 maggio 2011

 
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