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16 gennaio 2011 - II Domenica dopo l’Epifania


1. L’epifania alle nozze di Cana
   

E' il “segno” compiuto da Gesù alle nozze di Cana ed evocato nell’inno dei Vespri dell’Epifania insieme alla “stella” che guida i Magi da Gesù, il Battesimo al Giordano e la moltiplicazione dei pani.

Il Lezionario prevede come Lettura: Numeri 20,2.6-13; e come Epistola: Romani 8,22-27; mentre il Vangelo è sempre preso da Giovanni 2,1-11. Alla Messa vespertina del sabato viene proclamato Luca 24,1-8, quale Vangelo della risurrezione.    


2. Vangelo secondo Giovanni 2,1-11    

In quel tempo. 1Vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». 6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le anfore»; e le riempirono fino all'orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». 11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.    


3. Commento liturgico-pastorale       

Il brano evangelico che contiene la prima autorivelazione di Gesù si apre con l’ambientazione del racconto sia a livello locale, Cana di Galilea, sia nel contestualizzarlo in uno sposalizio e nel citare, tra gli invitati “la madre di Gesù”, Gesù e i suoi discepoli.    
I vv. 3-5 riportano le parole con cui Maria chiede a Gesù di intervenire per togliere gli sposi dall’imbarazzante situazione della mancanza di vino, la risposta apparentemente distaccata e misteriosa di Gesù che si rivolge alla madre con l'appellativo di “donna”: «Non è ancora giunta la mia ora» e l’ordine perentorio dato da Maria ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

I vv. 6-8 riferiscono l’intervento di Gesù che ordina ai servitori di riempire d’acqua “fino all'orlo” sei grosse anfore e di portarle all’incaricato di presiedere al buon andamento del banchetto.

I vv. 9-10 sono incentrati sulla constatazione del “miracolo” dell’acqua diventata vino da parte del direttore del banchetto il quale «non sapeva da dove venisse» l’enorme quantità di vino, per giunta “buono” che aveva sotto i suoi occhi.

Il v. 11 conclude il brano con l’osservazione che il prodigio dell’acqua mutata in vino «fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù» attraverso il quale «manifestò la sua gloria» ossia la sua origine divina e che favorisce nei suoi primi discepoli la decisione di credere “in lui”.

Il presente brano contraddistingue, come sappiamo, la seconda domenica “Dopo l'Epifania” e, una volta studiato a livello esegetico, va poi considerato alla luce del peculiare contesto liturgico in cui viene proclamato e, in primo luogo, dell’insieme delle altre lezioni bibliche e dei testi oranti del Messale.

In particolare va tenuta presente la Lettura che riporta l’evento dell’acqua scaturita dalla roccia percossa da Mosè, con il bastone, per esplicito comando del Signore: «E essa (la roccia) darà la sua acqua; tu farai uscire per loro l’acqua dalla roccia e darai da bere alla comunità e al loro bestiame» (Numeri 20,8). Con questo gesto Dio «si dimostrò santo in mezzo a loro» ovvero rivelò la sua divina potenza dispiegata a favore del suo popolo.

La stessa “santità” viene rivelata nel Signore Gesù la cui parola è capace di mutare l’acqua in vino. è a questa Parola venuta dal cielo che noi tutti siamo invitati a “credere” personalmente e come popolo santo del Signore, come diciamo nel salmo 94: «Noi crediamo, Signore, alla tua Parola».

Nei giorni della nostra vita, tra le immancabili gioie e dolori, nelle vicende spesso tragiche e inquietanti di questo mondo, siamo oggi esortati a fondare e a tenere ferma ogni nostra attesa e speranza, nella Parola fatta carne ossia in Gesù di Nazaret. Egli è in grado di donarci l’acqua pura della rivelazione di Dio, il Padre, dal quale egli è venuto.

Nella divina Parola, in Gesù, è perciò condensata per noi ogni dono e ogni grazia celeste come, a ragione, afferma la parte centrale del Prefazio: «Tu per alleviarci le fatiche della vita ci hai confortato con l’esuberanza dei tuoi doni e per richiamarci alla felicità primitiva ci hai mandato dal cielo Gesù Cristo tuo Figlio e Signore nostro».

Noi, dunque, a differenza di «colui che dirigeva il banchetto» (Giovanni 2,9) sappiamo bene “da dove viene” e chi è Gesù e, al pari dei discepoli, comprendiamo che occorre credere “in lui”. Per questo, perché possiamo camminare nella fede, «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza», insegnandoci a «pregare in modo conveniente» (Epistola: Romani 8,26).


12 gennaio 2011

 
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