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19 agosto 2012 - XII Domenica dopo Pentecoste

Matteo (10,5b-15)

In quel tempo. Il Signore Gesù inviò i Dodici, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».

Il brano fa parte del discorso di Gesù riguardante la sua missione (Matteo 9,35-38) e quella dei Dodici (Matteo 10,1-5a).

Qui vengono riportare le istruzioni impartite ai Dodici in vista della loro attività missionaria. Esse riguardano anzitutto i destinatari (vv.5b-6), individuati nei soli appartenenti al popolo di Israele in quanto a esso è in primo luogo inviato il Messia.

I vv. 7-8d illustrano il programma di massima della missione, che consiste nell’annuncio del Regno dei cieli avvalorata da miracoli e da guarigioni secondo la parola dei profeti. Ai missionari viene suggerito di tenere un comportamento contrassegnato da grande essenzialità e sobrietà (vv. 8e-10) e vengono avvertiti che la loro attività può andare incontro sia al successo come al fallimento ovvero al rifiuto che espone, chi lo compie, al giudizio divino di condanna (vv. 11-15).

La Lettura vetero-testamentaria pone in rilievo l’attività profetica di Geremia, il grande profeta che preannunzia l’evento luttuoso della presa di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, re dei babilonesi (587 a.C.), la fine del regno di Giuda sopravvissuto a quello di Israele annientato dagli Assiri nel 721 a.C.
Il profeta tiene a indicare con precisione il notevole numero di anni, ventitré, spesi nel parlare al popolo «con premura e insistenza», ottenendo sempre un rifiuto (Geremia 25,3). Invano, dunque, Geremia, come del resto tutti i profeti che lo hanno preceduto, ha esortato in continuazione il popolo ad abbandonare «la sua condotta perversa e le sue opere malvagie» (v. 4).
Si spiega, dunque, con l’ostinazione nel seguire altri dei (v. 6) il motivo per il quale Dio fa cadere sul suo popolo il castigo tramite Nabucodonosor, che egli chiama «mio servo» (v. 9 ) e, perciò, strumento dei disegni divini che contemplano, dopo «settanta anni» di deportazione a Babilonia (v. 11), il ritorno del “resto” nella propria terra.
La figura e l’attività profetica di Geremia trovano il loro compimento nel Signore Gesù che non è uno dei profeti, ma il “Figlio” nel quale Dio può manifestare pienamente e definitivamente la sua fedeltà e il suo amore per il suo popolo. Gesù, infatti, concepisce la sua missione come un essere mandato «alle pecore perdute della casa d’Israele» (Vangelo: Matteo 10,6), depositaria della promessa divina riguardante il Messia. È il compito inizialmente affidato ai suoi Apostoli ai quali, per il momento, vieta di andare tra i pagani e di entrare nelle città dei Samaritani a essi equiparati (v. 5 ).

Questo perché Dio ha stipulato con Israele un’alleanza irrevocabile al pari della sua elezione tra tutti i popoli della terra (Epistola: Romani 11,29). Sappiamo, però, che l’amore di predilezione di Dio per Israele rappresenta e anticipa ciò che egli ha in serbo per tutti i popoli della terra. Questi, al pari di Israele, sono stati rinchiusi «tutti nella disobbedienza» (v.32). Di conseguenza, ebrei e pagani, ossia l’intera umanità, è come rinchiusa nel peccato, meritevole perciò dei castighi annunciati dai profeti e minacciati da Gesù su coloro che si ostinano nell’incredulità (cfr. Matteo 10,14-15). Dio, invece, ha deciso di «essere misericordioso verso tutti» (Romani 11,32).
Sarà il Signore risorto a dare agli Apostoli il mandato missionario universale perché, attraverso la predicazione, la conversione, la fede e il battesimo, venisse estesa a tutti i popoli della terra la misericordia di Dio condensata nella sua Pasqua. In tal modo, anche noi che proveniamo dalle genti, siamo stati fatto oggetto della straripante misericordia divina al punto da essere stati inseriti nel popolo santo di Dio che è la Chiesa, destinata ad abbracciare tutte le genti.
Questo, però, ci deve spronare ad accogliere con generosa disponibilità la Parola che ci viene predicata nelle Scritture, facendo attenzione a non opporle un rifiuto di fatto nella condotta e nelle scelte di vita per seguire e onorare i numerosi “dèi” che affollano il palcoscenico della storia contemporanea (cfr. Geremia 25,6), a cominciare dall’amore idolatrico del nostro “io” malvagio. Andremmo in tal caso incontro a un giudizio ben più duro di quello che toccò a Sòdoma e Gomorra (Matteo 10,15). Consapevoli dell’instabilità e della fragilità del nostro cuore facciamo appello alla misericordia di Dio: «Rendici, o Padre, attenti e docili alla voce interiore dello Spirito, perché ogni nostra parola concordi con la tua verità, e ogni atto si conformi al tuo volere»


17 agosto 2012

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