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20 maggio 2012 – Domenica dopo l’Ascensione

È la settima domenica di Pasqua, orientata alla solennità di Pentecoste, corona dei cinquanta giorni della letizia pasquale.

 

Il Lezionario

 

Prescrive la proclamazione dei seguenti brani biblici: Lettura: Atti degli Apostoli 1,15-26; Salmo 138 (139); Epistola: 1 Timoteo 3,14-16; Vangelo: Giovanni 17,11-19. Alla Messa vigiliare del sabato viene proclamato Giovanni 20,1-8 come Vangelo della Risurrezione.

 

Lettura degli Atti degli Apostoli (1,15-26)

 

15In quei giorni Pietro si alzò in mezzo ai fratelli il numero delle persone radunate era di circa centoventi e disse: 16«Fratelli, era necessario che si compisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, diventato la guida di quelli che arrestarono Gesù. 17Egli infatti era stato del nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero. 18Giuda dunque comprò un campo con il prezzo del suo delitto e poi, precipitando, si squarciò e si sparsero tutte le sue viscere. 19La cosa è divenuta nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, e così quel campo, nella loro lingua, è stato chiamato Akeldamà, cioè “Campo del sangue”. 20Sta scritto infatti nel libro dei Salmi:

La sua dimora diventi deserta

e nessuno vi abiti,

e il suo incarico lo prenda un altro.

21Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi,  22cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione».

23Ne proposero due: Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia. 24Poi pregarono dicendo: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due tu hai scelto 25per prendere il posto in questo ministero e apostolato, che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto che gli spettava». 26Tirarono a sorte fra loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli.

 

Il brano riporta le parole di Pietro ai fratelli radunati con lui dopo l’Ascensione in attesa del dono dello Spirito Santo promesso dal Signore.

Nei vv. 16-20 Pietro rievoca il tradimento di Giuda, la sua orribile fine e, alla luce dei Salmi 69,26 e 109,8, invita i fratelli a procedere all’integrazione del “collegio” apostolico con la scelta di uno che, discepolo del Signore a partire dal suo battesimo fino al giorno della sua ascensione, «divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione».

I vv. 23-26 riportano la procedura seguita. Anzitutto l’individuazione di due candidati (v. 23), la preghiera perché Dio mostri «quale di questi due» ha scelto (vv. 24-25) e, infine, l’estrazione a sorte fra i due candidati con l’indicazione di Mattia che, in tal modo, «fu associato agli undici apostoli».

 

Prima lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (3,14-16)

 

Carissimo, 14ti scrivo tutto questo nella speranza di venire presto da te; 15ma se dovessi tardare, voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio, che è la chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità. 16Non vi è alcun dubbio che grande è il mistero della vera religiosità:

egli fu manifestato in carne umana e riconosciuto giusto nello Spirito, fu visto dagli angeli e annunciato fra le genti, fu creduto nel mondo ed elevato nella gloria.

 

L’Apostolo intende qui fornire alcune indicazioni al suo discepolo Timoteo perché «sappia come comportarsi», in sua assenza, nella comunità ecclesiale che lui presiede individuata come “casa di Dio”; “Chiesa” ovvero assemblea santa del Dio vivente e «colonna e sostegno della verità», vale a dire della retta proclamazione del Vangelo di salvezza in Cristo (vv. 14-15).

Nel v. 16 viene sintetizzato in forma di inno liturgico il disegno divino di salvezza che Dio ha dispiegato e compiuto nel suo Figlio «manifestato in carne umana» fino a essere «elevato nella gloria» nel mistero cioè dell’Ascensione.

 

Lettura del Vangelo secondo Giovanni (17,11-19)

 

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Padre, 11io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te, Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.

12Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. 13Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.

15Non  prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. 16Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; 19per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

 

Il brano è preso dalla grande preghiera rivolta da Gesù al Padre, in presenza dei suoi discepoli, radunati con lui in quell’ultima cena che precede la sua morte che lo porta fuori dal “mondo”, inteso come ambiente ostile e pericoloso nel quale essi dovranno rimanere.

Di qui la richiesta al Padre di custodire i discepoli e di rafforzarli in ciò che ha trasmesso: «perché siano una cosa sola» sul modello dell’unità del Padre e del Figlio (v. 11).

Il v. 12 illustra il significato profondo della custodia dei discepoli da parte di Gesù e, da ora, da parte del Padre: è la loro conservazione nella comunione di vita con il Padre che egli ha dato ai suoi con il dono della sua vita, perché non succeda anche ad essi di fare come Giuda, il “figlio della perdizione”.

Il Signore, perciò, chiede di nuovo al Padre di proteggere i suoi che sono nel mondo e che possano sperimentare la sua gioia nel ritornare a lui (v. 13).

I vv. 14-19 evidenziano il contrasto mondo/discepoli che replica quello tra Gesù stesso e il mondo.  Di qui la sua preghiera al Padre di proteggere la sua comunità dall’odio del mondo che non li riconosce suoi e soprattutto dal Maligno, vale a dire dell’avversario di Dio e del suo Cristo, che Gesù ha sconfitto sulla Croce (vv. 14-16).

Dal v. 17 al v. 19 la preghiera chiede al Padre di consacrare, ovvero di santificare i discepoli nella verità dal momento che essi sono equipaggiati con la Parola trasmessa loro proprio da Gesù.  Forti della custodia di Dio, i discepoli penetrati dalla sua Parola, sono addirittura mandati nel mondo come Gesù è stato mandato nel mondo dal Padre. Un mandato che li impegna a proseguire la sua stessa missione.

 

Commento liturgico-pastorale

 

La lettura evangelica ci fa toccare con mano l’amore del Signore per la sua Chiesa alla quale, come abbiamo appena ascoltato nel Vangelo, è affidato il compito di proseguire la sua opera di salvezza del mondo. Per questo essa dovrà dedicarsi interamente all’annunzio della verità, ossia del Vangelo, e all’attuazione concreta della salvezza da lui operata nella sua Pasqua e così espressa nella preghiera del Prefazio: «Per riscattare la famiglia umana il Signore Gesù si degnò di nascere in mezzo a noi e vinse il mondo con il suo dolore e la sua morte. Risorgendo nella gloria, ci riaprì il cammino della vita eterna e nel mistero della sua ascensione ci ridonò la speranza di entrare nel regno dei cieli». È questo l’impegno primario e irrinunciabile della Chiesa e di ogni discepolo del  Signore. Un impegno che incombe su tutti in questi giorni segnati da disinteresse, da apatia, da indifferenza  se non da vera e propria ostilità in ordine al credere e dalla crescente difficoltà per noi nel comunicare la gioia della fede nel Risorto. Eppure siamo fermamente convinti che il mondo, l’umanità, la storia hanno nel Signore Gesù l’unica vera possibilità di riscatto dal potere del male che le divora e soprattutto la reale possibilità di camminare con lui sulla via della vita e di nutrire ferma speranza di entrare in quel regno dei cieli di cui la Chiesa qui in terra è autentico segno e anticipo. Nella sua preghiera, perciò, Gesù, che sta per tornare al Padre, lo supplica perché sia lui a proteggere e a custodire la sua comunità che deve proseguire la missione in un ambiente ostile qual è il mondo dell’incredulità e del peccato, che farà di tutto per distruggere l’opera dei suoi.

D’altra parte, l’ostilità del mondo e del principe di questo mondo è stata avvertita dal Signore stesso e dalla  cerchia dei suoi fratelli e intimi amici quali sono i dodici Apostoli. Uno di essi, infatti, si fece addirittura la «guida di quelli che arrestarono Gesù» (Lettura: Atti degli Apostoli 1,16). Noi sappiamo che il Padre ha esaudito la preghiera del Signore con l’invio dello Spirito Santo che è potenza e forza divina capace di mantenere la purezza della verità della fede nel Figlio di Dio venuto nel mondo per la salvezza di tutti e così  cantata nell’inno liturgico dell’Epistola paolina: «Egli fu manifestato in carne umana e riconosciuto giusto nello Spirito, fu visto dagli angeli e annunciato fra le genti, fu creduto nel mondo ed elevato nella gloria» (1 Timoteo 3,16). Il medesimo Spirito gonfia ancora oggi i cuori dei discepoli e li spinge, nella partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore, a perseverare nella comunione con lui e dunque con il Padre, divenendo così «una sola cosa» (Giovanni 17,11). Questa sublime esperienza, che è alla portata di tutti i credenti nella celebrazione dell’Eucaristia, scaccia dal loro animo ogni paura, ogni turbamento, ogni scoraggiamento e li rassicura sul fatto che Dio «non desiste dal prendersi cura di quanti sostiene e rianima con la certezza del suo affetto di Padre» (Orazione All’Inizio dell’Assemblea Liturgica).


17 maggio 2012

 
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